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L'ipotesi di complotto sulle firme false a 5 Stelle

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«Inopinate dichiarazioni» di «inopinati protagonisti»: è un linguaggio molto simile quello dell’avvocato Domenico Monteleone nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera evidentemente in nome e per conto del suo cliente Riccardo Nuti, e quello della deputata Giulia Di Vita nel suo abbastanza programmato «sfogo» su Facebook nel quale ha chiesto le dimissioni di Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, ovvero degli unici due tra i tredici indagati nell’inchiesta della procura di Palermo sulle firme false a 5 Stelle alle elezioni comunali del 2012 che hanno deciso di rispondere ai magistrati e di collaborare all’indagine.

L’ipotesi di complotto sulle firme false a 5 Stelle 

Monteleone, calabrese trapiantato a Roma con studio a Gianicolense ma spesso presente alle iniziative sul territorio della deputata Daila Nesci, fidanzata di Nuti, difende sia il deputato siciliano del Grillo di Palermo che Claudia Mannino e Giulia Di Vita indagate insieme a Samantha Busalacchi, collaboratrice sospesa all’Assemblea Regionale Siciliana accusata, insieme ad altri, dal professore di educazione fisica e fan delle scie chimiche Vincenzo Pintagro ma anche, e soprattutto, dal ritrovamento di alcuni dei fogli in cui erano state messe le vere firme raccolte dai 5 Stelle per sostenere la candidatura di Nuti a sindaco, poi sostituiti, secondo l’accusa, nella notte tra il 3 e il 4 aprile nell’allora sede del M5S di via Sampolo a Palermo. Nel colloquio con Felice Cavallaro l’avvocato Monteleone non parla molto ma qualcosa dice. In primo luogo se la prende con un gruppo preciso di persone: «I soggetti che oggi accusano erano stati allontanati o avevano motivi di forte rivalsa verso il gruppo guidato da Riccardo Nuti. Protagonisti di un insano regolamento di conti interno al Movimento 5 Stelle», sostiene, il che è vero solo in parte. «L’autospensione avrebbe portato a compimento un preciso disegno di lotta pseudopolitica con automatico danno verso i miei clienti nonché verso lo stesso Movimento. Da legale, non vedo perché un soggetto innocente debba limitare la propria sfera di azione aiutando, così, chi trama alle sue spalle», spiega poi, adombrando una vera e propria ipotesi di complotto che coinvolgerebbe evidentemente anche elementi attualmente dei 5 Stelle ai danni di Nuti, Mannino, Di Vita e Busalacchi. Posto che finora si parla di soggetti solamente indagati e che prove concrete di questo complotto non se ne vedano, è possibile ricostruire per lo meno parzialmente la versione dei quattro 5 Stelle del Grillo di Palermo sospesi e in attesa di “giudizio” da parte del tribunale speciale grillino e a rischio di richiesta di rinvio a giudizio anche per quello penale. Bisogna però riepilogare questa storia dall’inizio, e prima ancora mettersi d’accordo: qual è il vero inizio di questa storia?

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Vincenzo Pintagro, l’attivista che ha fatto i nomi degli onorevoli nel caso delle firme false a Palermo

Quando gli accusati parlano di caso mediatico si riferiscono evidentemente all’«irruzione» della iena Filippo Roma alla festa di Italia 5 Stelle a Palermo. Ma c’è invece un antefatto: «La questione nasce proprio all’inizio della campagna per le elezioni comunali di Palermo», dice l’avvocato. Più precisamente, la questione nasce quando vengono presentate le candidature per le comunarie del MoVimento 5 Stelle a Palermo. A quel tempo chiesero di candidarsi oltre 120 e tra questi il fondatore di Addiopizzo Ugo Forello, l’attivista in difesa dei diritti gay Daniela Tomasino, i collaboratori parlamentari Adriano Varrica e Samantha Busalacchi. E, ancora, Riccardo Ricciardi, marito della deputata Loredana Lupo, e Igor Gelarda, poliziotto e dirigente sindacale. Già all’epoca la Casaleggio aveva chiesto ai candidati di evitare dichiarazioni pubbliche, tanto per far capire il clima. L’intenzione era di proclamare il vincitore durante Italia5Stelle a Palermo, ma vari ritardi hanno portato a rimandare fino allo stop di oggi. Per quali motivi? A quanto pare c’erano molti curriculum da vagliare attentamente, visto che «Dai controlli sulle esperienze professionali inviate allo staff milanese dei pentastellati, infatti, è emersa la necessità di “approfondimenti aggiuntivi” su alcuni profili» a fronte di prime risposte giudicate non sufficienti.

Lo scontro tra correnti alle Comunarie e le firme false 

I grillini insomma stanno litigando sulle candidature. La tensione ha già portato il Movimento a “commissariare” momentaneamente anche la gestione del forum, del profilo Facebook e del profilo Twitter. Gli attivisti locali scrivono un documento per “denunciare” il comportamento dei portavoce, accusati di voler favorire la candidatura di Riccardo Ricciardi, marito della deputata Loredana Lupo. E sfavorire quelle alternative. Ma molti di questi attivisti sono da anni “nemici” di Nuti e degli altri e ne contestano il ruolo e l’autorità soprattutto dopo le molteplici espulsioni tra i grillini siciliani che nel dicembre 2014 ne avevano falcidiato il numero. Molti di quelli che accusano se ne erano andati sbattendo la porta cercando strade di partecipazione politica alternative con l’appoggio dei parlamentari siciliani espulsi. In questo clima torna a spuntare la storia delle firme false. Della quale si hanno molti antefatti. Come ad esempio l’indagine della Digos che risale al 2013 dopo le dichiarazioni di Pintagro con i poliziotti, che però si rivelò un buco nell’acqua. Gli uomini di Giovanni Pampillonia, che qualche tempo dopo accompagnerà Grillo in una passeggiata al mercato di Ballarò, fecero qualche domanda ma non trovarono la pistola fumante. Ovvero sempre quei fogli con le “vere” firme poi falsificate a causa dell’errore nel luogo di nascita di uno dei candidati che rischiava di invalidare l’intera raccolta. Chissà poi se è vero che Pintagro, come si racconta nella lettera inviata insieme alle firme in forma anonima, subito dopo la testimonianza venne raggiunto da telefonate di attivisti che gli dissero: “Che cazzo hai fatto, la spia su di noi con la polizia?“. Ma soprattutto: come facevano a sapere gli anonimi di questa storia nota evidentemente solo ai telefonisti e a Pintagro?

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Uno dei documenti anonimi inviati a Le Iene con la segnalazione della vicenda delle firme false

Quei fogli nessuno li consegna alla Digos quando indaga, ma qualcuno li manda alla procura di Palermo, a Luigi Di Maio e alle Iene proprio mentre stanno iniziando le Comunarie con relative polemiche. Se veramente qualcuno voleva lavarsi la coscienza, perché ha aspettato così tanto tempo?, si domandano alcuni attivisti. Ma anche: chi aveva in custodia quei fogli? Che collegamenti ci sono tra questa o queste persone e i candidati delle Comunarie? Perché vengono chiamati in causa fin da subito i parlamentari siciliani?

Claudia La Rocca, la pietra dello scandalo

In tutto questo, la corrente “nutiana” del M5S ce l’ha soprattutto con Claudia La Rocca. In primo luogo perché, ragionano tra di loro, la La Rocca che su Facebook aveva annunciato di voler vuotare il sacco è la stessa Claudia La Rocca che qualche giorno prima, in seguito alle accuse di Pintagro, aveva detto di essere pronta anche lei a querelare e negato ogni coinvolgimento. Una coscienza da lavare a intermittenza? Non è poi sfuggito a nessuno che l’avvocato difensore della La Rocca Valerio D’Antoni sia il cofondatore dello studio Palermolegal insieme a Ugo Forello, ovvero uno dei candidati delle Comunarie. Ma quello che imputano alla La Rocca (e a Ciaccio) sono proprio le “inopinate dichiarazioni“. Perché, è questa la tesi, se firme false a Palermo ci sono state (e questo è difficile negarlo), loro sono stati accusati ingiustamente perché non ne sanno nulla. O meglio: non ne hanno saputo nulla fino all’incursione delle Iene a Italia5Stelle.
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«Quando abbiamo capito che la presunta ricopiatura delle firme non era un’accusa campata totalmente in aria ma cominciava ad apparire verosimile siamo stati i primi a preoccuparci e, diciamolo pure, a incazzarci, sia per il presunto errore/tremenda stupidaggine compiuta ma soprattutto per essere stati, addirittura, additati come i fautori della stessa!», ha scritto qualche giorno fa la deputata Di Vita su Facebook. Perché la La Rocca che ha confessato un crimine passa per vittima e noi che non c’entriamo niente siamo automaticamente considerati complici del crimine? – pensano. «In forza delle stranezze che abbiamo rilevato, a cominciare dalle inopinate dichiarazioni di La Rocca e Ciaccio, mi è parso chiaro il quadro di quell’insano regolamento di conti interno al Movimento e da lì è nata la forte indicazione di attendere la discovery e di avvalersi della facoltà di non rispondere», dice oggi l’avvocato di Nuti al Corriere della Sera. I quattro aspetteranno di leggere il verbale di La Rocca per sapere di cosa sono accusati precisamente e con quali prove; poi diranno la loro. E rilasceranno il saggio grafico, che avrebbero però potuto lasciare subito (la Busalacchi l’ha fatto) per velocizzare le indagini anche perché poteva dare la certezza di escluderli dalla ricerca di chi aveva falsificato le firme.

Un complotto di credibilità

Ma è credibile questa versione? Nella lettera che accompagna i moduli con le firme si racconta che Davide Faraone, durante una polemica con Nuti, nel gennaio 2014 avrebbe risposto al deputato grillino «pensa alle firme false di Palermo». Alcuni attivisti oggi candidati alle Comunarie dicono di averla saputo a grandi linee la storia perché veniva raccontata nelle chiacchiere durante e dopo gli incontri. Che tutti sapessero tranne i leader del Meet Up di Palermo sembra poco credibile. C’è poi chi aggiunge altri dettagli alla storia: ad esempio il particolare della decisione della La Rocca di confessare arrivata dopo un colloquio con Giancarlo Cancelleri. Lo stesso Cancelleri che subito dopo lo scoppio della vicenda aveva assicurato punizioni per i responsabili. Lo stesso Cancelleri che fa parte del comitato d’appello che dovrebbe giudicare i deputati in caso di sanzioni comminate dal collegio dei probiviri dopo la sospensione. Lo stesso Cancelleri la cui sorella era candidata a Palermo nonostante fosse, come il fratello, di Caltanissetta: una coincidenza che ha portato alcuni attivisti ed ex come Fabio D’Anna e Giuseppe Marchese a puntare il dito contro il fratello: “In quel periodo ancora non si conosceva il nuovo regolamento che, per partecipare alle elezioni in Parlamento, prevedeva una precedente candidatura a una competizione elettorale comunale. Sospettiamo che questa regola fosse già conosciuta all’epoca, altrimenti non si spiega questa fretta nel presentare le liste. Dopo il servizio delle Iene, si sta dipanando un filo logico molto chiaro: gli attivisti storici mai avrebbero avallato questo comportamento, l’hanno studiata per avvantaggiarsi personalmente, estromettendo quelli che potevano dare fastidio e hanno reso il M5S a Palermo terreno sterile”. Anche questo complotto difetta di credibilità: come potevano sapere prima di una regola decisa dopo?
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Di vero quindi finora qui ci sono solo le firme false. Perché la La Rocca avrebbe dovuto confessare e, insieme, chiamare in causa altri estranei alla vicenda? Che tipo di vantaggio ne avrebbe avuto? Perché mettersi nella condizione di dire il falso con il rischio di essere scoperta? Soltanto per una battaglia politica – le Comunarie – a cui lei era estranea, visto che era eletta in Regione? Tutte domande che restano senza risposta e fanno di tutto il quadro scarso logicamente. In attesa di sentire dalla viva voce dei protagonisti finora muti davanti ai PM come sia andata e in che modo intendano provarlo, le ipotesi di complotto e la loro scarsa (per ora) credibilità partono però tutte da un assunto inequivocabilmente vero: la vicenda delle firme false a 5 Stelle parte in contemporanea con le Comunarie di Palermo e sicuramente non è estranea alla competizione. Chi aveva in custodia le firme può aver collaborato con altri con lo scopo di mettere fuorigioco i candidati “sgraditi“. Per avvantaggiarsene o per procurare vantaggio a chi ritiene un amico. Magari per avere qualcosa in cambio dopo. Anche se evidentemente gli è scappata la mano. Oggi le Comunarie sono sospese. E se fossero indette è difficile che i candidati del Grillo di Palermo possano farcela, visto che volano stracci giudiziari. Così come sarebbe difficile per gli onorevoli palermitani ripresentarsi per una riconferma della candidatura alle prossime elezioni politiche, ad oggi. L’anonimo un risultato almeno l’ha ottenuto.