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Verso un intervento militare in Venezuela?

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Il 4 agosto il presidente del Venezuela Nicolás Maduro è oggetto di un apparente attentato: anche se in molti parlano di montatura per giustificare ulteriori misure repressive, e altri ancora di un semplice incidente. L’8 settembre il New York Times rivela che l’Amministrazione Trump ha sostenuto conversazioni segrete con militari venezuelani ribelli al fine di montare un golpe contro lo stesso Maduro: ma lo stesso giornale chiarisce che i funzionari Usa avevano poi deciso di non farne niente, ritenendo evidentemente gli interlocutori inaffidabili. Il 12 settembre lo stesso New York Times è tornato sul tema, con un editoriale in cui chiede a Trump di “restare fuori dal Venezuela”. Nessun dubbio che il regime di Caracas sia fallimentare e autoritario, e abbia portato il suo popolo alla fame, concede l’articolo. Ma la storia di interventi militari degli Stati Uniti in America Latina è talmente sinistra – il giorno prima era l’anniversario del golpe in Cile del 1973 – che il rimedio sarebbe peggiore del male. “L’America non deve stare nel business dei golpe. Punto”. Ma il 14 settembre è stato invece Luis Almagro, il segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), che nel visitare alcuni profughi venezuelani in Colombia ha detto che ormai “non si può scartare un intervento militare contro Maduro”. Una presa di posizione particolarmente clamorosa perchè Almagro è un uomo di sinistra: già ministro degli Esteri di Pepe Mujica, il carismatico ex-presidente uruguayano già guerrigliero Tupamaro; anche lui esponente dello stesso partito di ex-guerriglieri e della stessa coalizione di sinistra Frente Amplio.

Verso un intervento militare in Venezuela?

È vero che tra Almagro e Maduro è in corso una escalation da parecchio tempo). È vero pure sua Mujica che il suo partito e il Frente Amplio sono per questo motivo furibondi nei confronti dello stesso Almagro, peraltro ricambiati. È vero sopratutto che Almagro ha poi in qualche modo chiarito e anche ridimensionato la sua presa di posizione. Scontate e in qualche modo anche accademiche le mobilitazioni dei simpatizzanti del regime di Maduro a livello internazionale, la denuncia che il governo di Caracas ha fatto contro Almagro all’Onu, la dichiarazione dell’Alba: l’alleanza tra i governi ispirati al “Socialismo del XXI secolo”. Meno scontato è che la sortita di Almagro abbia spaccato anche il Gruppo di Lima: l’asse di governi latino-americani che si era costituito appunto per fare pressione contro la crescente involuzione autoritaria del regime. Il 15 settembre il Gruppo ha infatti emanato un comunicato in cui si esprimeva contrarietà all’intervento militare, pur chiarendo che sarebbero continuate le pressioni per arrivare a una soluzione pacifica della crisi venezuelana. Ma il documento è stato firmato solo da Argentina, Brasile, Cile, Guatemala, Honduras, Messico, Paraguay, Perù e Saint Lucia. Non solo Stati Uniti, Canada, Colombia, Guyana, Barbados, Grenada e Giamaica non hanno firmato: c’è stato un giallo sulla posizione di Panama, che era stata inclusa tra i firmatari senza essere consultata, e il cui governo ha protestato. Da ricordare che Panama e Grenada devono la loro democrazia e un intervento militare Usa, medntre Colombia e Guyana sono ai due confini ovest e est del Venezuela.

luis almagro venezuela
foto da Instagram

Insomma, che sta succedendo? Maduro annuncia che c’è un rischio di intervento per ottobre: ma intanto si fa riprendere in Turchia a banchettare in un modo che è stato giudicato provocatorio, come presidente di un Paese dove appunto la gente è ridotta alla fame. Insider vicini alla Chiesa Cattolica del Venezuela suggeriscono come ormai anche gli ambienti ecclesiastici vedrebbero sia un intervengo esterno che un golpe come una soluzione positiva, pur di uscire da una situazione drammatica. Ovviamente, si tratta però di una presa di posizione destinata a non venire ufficializzata, almeno per il momento. A favore di Almagro si è invece espresso con energia Antonio Ledezma: destituito sindaco di Caracas che è scappato dal Venezuela dopo essere stato detenuto, e che ha ricevuto dal Parlamento Europeo il Premio Sakharov a nome dell’opposizione venezuelana. Ma lui è da parecchio tempo che chiede un intervento umanitario. Sui Social apprezzamento per l’idea di un intervento è stata espressa da venezuelani anche con un passato di sinistra e anti-Usa, ed è partita una petizione on line per esprimere l’appoggio dei venezuelani a Almagro. Ovviamente, però, un conto è giudicare che un intervento o un golpe siano legittimi; un conto è ritenere che siano fattibili. Gustavo Díaz è il direttore di Dollar Today: un giornale on line che si è affermato tra i venezuelani semplicemente col seguire le oscillazioni del mercato nero in Venezuela, aggiungendo poi a questo servizio in quel contesto fondamentale notizie e denunce.

maduro ristorante venezuela

 

Secondo quanto ci spiega, “il contatto di cui ha parlato il New York Times era in realtà con alcuni chavisti opposti a Maduro”. Non con militari? “Non sono veri militari, ma gente già collegata al regime. Fin dal principio del governo di Chávez è iniziata la disarticolazione e distruzione delle Forze Armate, e dopo gli eventi dell’aprile del 2002 questa distruzione si è venuta accelerando. Ai posti chiave sono stati collocati coloro che erano stati infiltrati dal Partito Comunista e dai cubani fin dagli anni ’70 e ’80. Oggi sono equipaggiati con armi russe e cinesi, e giurano fedeltà al chavismo e a Maduro”. Però è da tempo nella nomenklatura venezuelana si è scatenata una sorda lotta tra i fedelissimi di Maduro e delle cordate con lui alleate e elementi che sono rimasti fuori da questi giochi di potere. Díaz ci segnala in particolare il generale Cliver Alacá, che in una clamorosa intervista ha detto che Maduro avrebbe paura di essere “assassinato dai suoi”. Si capisce dunque che i Servizi Usa non si fidino del tutto di questa gente: ma d’altra parte anche negli stessi Servizi Usa è in corso una guerra anti-Trump dagli esiti imprevedibili. La presa di posizione di Almagro ci viene a sua volta definita come “particolarmente importante” da Diego Dillemberger: un analista e anchor-man argentino titolare di un importante trasmissione e talk-show di approfondimento politico. “È la prima volta che un presidente dell’Osa propone la possibilità di un intervento militare in un altro Paese della regione, ed è interessante che l’idea venga da un esponente della sinistra. Anche se di una sinistra uruguayana che è un po’ diversa dalle normali sinistre populiste della regione”.


Secondo Dillemberger, però, “un intervento degli Stati Uniti con Trump presidente sarebbe molto conflittuale. Troppo. Bisognerebbe poi formare una coalizione, e l’America Latina non è in condizioni di prendervi parte. Neanche in maniera simbolica. Quanto all’Argentina in particolare, non solo non ha praticamente più Forze Armate in grado di partecipare a un’operazione del genere: avrebbe un problema interno brutale per generare consenso. Sopratutto se si tratta di andare dietro a Trump”. Insomma, “una presa di posizione storica, ma senza sbocchi concreti”.
Insomma, la gran parte degli osservatori sono scettici. Giornalista venezuelano considerato dentro alle cose di Washington, Casto Ocando è però più possibilista. Secondo lui, quello di cui ha parlato il New York Times “non è stato né il primo né l’unico contatto. Ce ne sono stati molti e con diverse agenzie”. “Il tema è che gli Usa non devono apparire come leader, ma gli stessi Paesi latino-americani. Ci sono conversazioni su questo tema”. E come potrebbero intervenire i latino-americani? Secondo Casto Ocando, “la Colombia sarebbe disposta per la frontiera condivisa con il Venezuela”. Effettivamente la Colombia è uno dei Paesi che più soffrono per il contraccolpo della crisi migratoria venezielana, è il Paese in cui Almagro ha parlato, ed è uno dei Paesi – come abbiamo già ricordato – che non ha firmato la dichiarazione con cui il Gruppo di Lima scartava l’ipotesi dell’intervento.

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