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“Vi spiego cosa succederà alle elezioni in Brasile”

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Il presidente eletto destituito con un impeachment, il suo successore ai minimi di popolarità e sotto offensiva giudiziaria, il suo predecessore e candidato in testa alle intenzioni di voto in galera, l’altro candidato più popolare in ospedale per un accoltellamento, e anche un altro candidato inquisito. Non è un clima particolarmente tranquillo quello in cui il Brasile va al voto del prossimo 7 ottobre. Su 13 candidati, solo cinque possono sperare di arrivare al ballottaggio. Di questi, ben tre di loro sono stati ministri di Lula: Fernando Haddad all’Educazione; Marina Silva all’Ambiente; Ciro Gomes all’Integrazione Nazionale. Ma ora sono l’uno contro l’altro. Fernando Haddad, che è stato anche sindaco di San Paolo, è stato scelto dal Partito dei Lavoratori al posto di Lula, dopo che la candidatura del “presidente-operaio” è stata cassata a motivo della sua detenzione. In un momento in cui la base del partito si è radicalizzata in risposta all’offensiva giudiziaria contro i suoi leader lui è un candidato dell’ala moderata, scelto per recuperare il voto del ceto medio. Marina Silva è stata un’ecologista compagna di lotta di Chico Mendes, è evangelica, sostiene una “terza via”: insomma sta a sinistra, a destra e al centro contemporaneamente. Ciro Gomes è uno che ha cambiato sette partiti e quattro mogli; è stato sindaco, deputato e governatore; dopo essersi candidato alla presidenza due volte contro Lula era diventato suo ministro; alla fine si era messo a fare il giornalista sportivo; da ultimo aveva difeso Dilma Roiusseff ma si è candidato contro Lula e Haddad. Poi c’è Geraldo Alckmin: centrista del Partito della Social Democrazia Brasiliana, già governatore di San Paolo, ma appena colpito dalla tegola di una denuncia per “improbità amministrativa”. E c’è il candidato della destra Jair Bolsonaro, che ha preso una coltellata durante un comizio proprio mentre stava in testa ai sondaggi. Ma di tutto ciò ne parliamo con Maria Herminia Brandão Tavares de Almeida: uno dei più noti politologi del Brasile, professore al Dipartimento di Scienza Politica dell’Università di San Paolo, dove è anche Direttore dell’Istituto di Relazioni Internazionali.

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Il figlio di Jair Bolsonaro ha detto che in pratica con questo attentato suo padre ha già vinto le elezioni. È vero?
A 18 giorni dal primo turno delle presidenziali le uniche cose che è possibile dire sono che ci sarà un secondo turno e che Bolsonaro vi parteciperà. Le indagini di opinione fatte dopo l’attentato mostrano risultati un poco differenti, ma sembrano indicare primo: che Bolsonaro ha l’appoggio consolidato di qualcosa come il 20-25% dell’elettorato, che è molto. Secondo: che Bolsonaro sembra avere un tetto di crescita, dovuto alla alta percentuale di coloro che lo rigettano. Terzo: che ancora non si sa chi sarà il suo avversario, ma che è probabile che sia il candidato proveniente dal campo della sinistra, ossia Ciro Gomes o Fernando Haddad. È più probabile che sia quest’ultimo: perché si può appoggiare su una struttura partitica nazionale, perché avrà più tempo di propaganda in tv e perché certamente erediterà una parte dei voti che sarebbero andati a Lula.

Bolsonaro è stato definito il “Trump brasiliano”, per le sue posizioni estreme. Vuole la pena di morte, vuole mettere militari alla testa delle scuole pubbliche, vuole la tortura per i narcotrafficanti, vuole dare ai proprietari il diritto a usare il fucile. La sua biografia è quella di un ex-ufficiale dei paracadutisti che è stato cacciato dall’esercito per un’attività di sindacalista militare ai limiti del golpismo: per ottenere aumenti di stipendio ai colleghi, scriveva articoli truculenti e minacciava di spedire lettere bomba. La comparazione con Trump la usa lui stesso. Ma è corretta?
Dopo il suo ferimento è ovvio che si siano un poco calmati gli attacchi contro di lui. Però bisognerebbe comunque ricordare che si tratta di un personaggio che loda il regime militare e ha l’abitudine di esaltare le virtù di un militare famigerato torturatore morto poco tempo fa.

Trump ha avuto un endorsement di Salvini, dopo che gli elettori italo-brasiliani si erano infuriati per il trapelare di una proposta di legge sulla cittadinanza che sembrava potesse negargliela. D’altra parte secondo molti osservatori più che a Trump potrebbe finire per assomigliare a Marine Le Pen. Per via di un turno di ballottaggio in cui convoglierebbe i voti contro di sé.
Credo che una somiglianza tra tutti questi personaggi c’è sicuramente. Bolsonaro, Trump, Marine Le Pen, il vecchio Le Pen e altri sono tutti populisti di destra, anti-pluralisti e anti-elitisti. Naturalmente, il sistema elettorale in cui agiscono è molto differente, e determina a sua volta importanti differenze.

L’attentatore di Bolsonaro dal suo profilo Facebook risultava un ammiratore del presidente venezuelano Nicolás Maduro, oltre che di Lula. Maduro è uno che denuncia in continuazione cospirazioni contro di lui. È possibile che stavolta sia stato invece lui a cospirare contro Bolsonaro?
Direi di no. Tutto sembra indicare che l’attentato contro Bolsonaro non sua stata una cospirazione ma l’opera di una persona solitaria e psicologicamente disturbata.

È stato un errore la decisione di Lula di mantenere la propria candidatura per il maggior tempo possibile?
Sì, personalmente ritengo che Lula abbia aspettato troppo tempo a riconoscere che non avrebbe potuto essere candidato. Ciò potrebbe finire per ostacolare un trasferimento pieno dei suoi possibili voti verso Haddad, ma non possiamo saperlo.

Maria Herminia Brandão Tavares de Almeida (screenshot youtube)

 

Concludiamo allora con gli ultimissimi sondaggi. Il 6 settembre Bolsonaro è stato accoltellato; il 12 settembre è stata ufficializzato il ritiro di Lula a favore di Haddad. Tra il 10 e il 16 settembre Bolsonaro è passato dal 23 al 33%. Haddad oscilla tra il 10 e il 18. Gomes tra il 10 e il 14. Alckmin è sceso dal 9 al 6. Marina Silva sta tra il 4 e l’8.

(foto di copertina da Instagram)

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