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Il doppio forno indiano

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Russia e India hanno un antico rapporto. Fin dalla Guerra fredda e dell’amicizia fra ‘nazioni socialiste’, quando la Federazione russa era parte consistente dell’Unione Sovietica e l’India era quella di Nerhu, ‘non allineata’, ‘socialista’, ad ‘economia pianificata’ con tanto di Commissione del Piano. A dir tutta la verità, in più di una occasione, l’India ‘socialista’ aveva collaborato con l’America capitalista: quando il Dalai Lama fuggì proprio in terra indiana, nel 1959; oppure quando scoppiò il breve conflitto fra India e Cina, nel 1962. Ma in linea di massima, Delhi considerava Mosca come un alleato politico molto importante: e fu con l’Urss che nel 1971, l’allora primo ministro indiano Indira Gandhi siglò un vero e proprio trattato di alleanza per coprirsi le spalle in caso di intervento americano nella guerra con il Pakistan per la liberazione del Bangladesh. Insomma la storia del ‘non-allineamento’ indiano, una storia molto importante (L’India fu uno dei protagonisti con l’Indonesia di Sukarno e la Yugoslavia del maresciallo Tito del movimento dei paesi ‘non allineati’), è stata scandita da una costante difesa degli interessi strategici nazionali, senza guardare in faccia a nessuno. Oggi il tradizionale ‘non-allineamento’ nella logica e nella cultura strategica indiana si è trasformato in ‘multi-allineamento’ (o ‘doppio forno’ per dirla con una espressione famosa nel linguaggio politico italiano): stretto rapporto anche di difesa con gli Stati Uniti, consolidata partnership politica e strategica con la vecchia alleata Russia, cooperazione politica e militare con il Giappone dell’amico Shinzo Abe ed ultima, non per importanza, la cooperazione con la vicina e potente Repubblica Popolare. L’India, ogni giorno, fa un difficile esercizio di equilibrio geopolitico, per affermare la propria ‘autonomia strategica’.

Il doppio forno indiano

La recentissima visita del presidente russo Vladimir Putin a Delhi, il 4 ottobre scorso, costituisce un perfetto esempio di questa politica di equilibri multipli della diplomazia indiana. Putin ha portato a casa, ovvero a Mosca, un mega-accordo per l’acquisto da parte indiana di importantissimi e sofisticati sistemi d’armamenti made in Russia: in primo luogo c’è il contratto da circa 5 miliardi di dollari per l’S-400. L’S-400 è un avanzatissimo sistema di difesa terra-aria che può sparare su 80 obbiettivi allo stesso tempo. L’S-400 era stato già acquistato recentemente anche dalla Cina. Le sue vendite sono sempre di più ostacolate dagli Stati Uniti. Washington intende bloccare i rapporti della Russia con gli altri paesi proprio in relazione alle vendite di armamenti sofisticati, con una legge specifica. Si tratta del CCATSA (‘Countiering America’s Adversaries through Sanctions Act’): gli Stati Uniti si riservano il diritto e il potere di decidere sanzioni contro i paesi che trafficano in armi con ‘gli avversari dell’America’. La Russia è il secondo grande esportatore di armi al mondo, ed è tuttora considerata avversaria degli Stati Uniti. Gli acquisti di armi da Mosca quindi rientrano nell’arsenale di sanzioni americano. Vladimir Putin e Narendra Modi, primo ministro indiano, in questa recentissima visita, hanno siglato altri accordi di acquisto o di affitto di moderni sistemi d’armamenti, come ad esempio 4 fregate. Insomma i due leaders hanno riconfermato in pieno la tradizionale e forte partnership strategica e militare russo-indiana. Con qualche preoccupazione da parte americana. Gli Stati Uniti in realtà considerano, ormai da più di due decenni, l’India come indispensabile partner strategico nella ‘Grande Partita geopolitica’ dell’Asia, con l’occhio sempre rivolto verso l’ascesa politica ed economica della Cina. In questo contesto, il ruolo dell’India, un paese che, pur fra mille contraddizioni e mille ed una difficoltà, cresce anch’esso in modo tumultuoso e occupa una posizione chiave nell’Asia del sud e nell’Oceano indiano, è significativo.

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E infatti, questa crescita economica e quella posizione geopolitica sono centrali in tutte le strategie americane di questi anni in Asia, sotto tutte le amministrazioni al potere a Washington. Proprio nelle scorse settimane, a Washington, India e Stati Uniti hanno siglato un limitato, ma significativo, accordo in ambito militare, il COMCASA (’Communication Compatibility and Security Arrangements’), una intesa per le comunicazioni militari. Nonostante questa recente firma, o per meglio dire, proprio a causa di questa recente firma che rafforza i legami politico-militari indiano-statunitensi, per non ‘appiattirsi’ sulle posizioni di Washington, l’India ha firmato ora quei grandi accordi i di forniture di armi con la Russia di Vladimir Putin. A conferma appunto dell’approccio indiano di ‘multi-allineamento’ strategico. Sarà piuttosto interessante vedere la reazione americana a questi accordi: l’amministrazione Trump rinuncerà a sanzioni contro l’India? Oppure deciderà di fare forti pressioni su Delhi, magari per ottenere dall’India anche concessioni sul fronte commerciale? ‘Gli Stati Uniti tendono ad essere molto assertivi nelle loro partnership e i rapporti con l’India non fanno eccezione’, ci dice uno specialista molto addentro alle faccende indiane. Certamente l’amministrazione Trump si trova in un bel dilemma: o lascia fare l’India in considerazione dell’interesse strategico per l’approccio dell’’Indo-Pacifico’ ma ciò indebolisce la posizione americana verso la Russia (ed anche verso la Cina); oppure sanziona Delhi ma indebolisce la relazione strategica con l’India. Ma c’è di più in questa faccenda. Per capire le cose meglio, dobbiamo ritornare all’economia.

 

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L’India presenta, da sempre, un problema strutturale che pare irrisolvibile, il deficit commerciale. Questo disavanzo già altre volte ha provocato, in particolari situazioni di tensione nazionali o internazionali, gravi crisi della rupia indiana e dell’intera struttura economica. Oggi il contesto internazionale appare preoccupante per l’India. La rupia si indebolisce, e il prezzo del petrolio schizza all’insù. Il petrolio e gli altri combustibili fossili affini costituisce la principale fonte di import dell’India: vale circa il 27,7 per cento delle importazioni complessive. L’indebolimento della valuta nazionale e l’incremento del prezzo del petrolio mettono sotto fortissima pressione l’economia indiana. Oggigiorno, Delhi ha ottime riserve valutarie e, d’altra parte, in Asia, quasi tutti i paesi hanno cospicue riserve in valuta, ma i rischi di crisi economica e finanziaria per l’India (e per altri paesi asiatici) sono comunque rilevanti. Le tensioni di alcune grandi economie emergenti, dalla Turchia all’Argentina, sono ulteriore benzina sulle contraddizioni dell’economia indiana. In questo contesto, le pressioni americane per rinunciare ad uno storico fornitore di petrolio, l’Iran, non sono certamente molto apprezzate a Delhi. E infatti l’India non ha rinunciato alle importazioni petrolifere dalla Repubblica Islamica. E infatti l’India ha deciso di siglare un imponente accordo con Gazprom per gassificare l’economia indiana, un accordo da 25 miliardi di dollari. Ma tutto ciò però mette Delhi sulla ‘linea di fuoco’ delle pressioni e delle scelte americane. In materia di armi, in materia di petrolio, in materia di guerre commerciali. Il deficit commerciale, di cui il petrolio come abbiamo visto è una delle componenti principali, rende debole la struttura economica indiana, rendendola vulnerabile a qualsivoglia flusso di capitale ‘speculativo’ o a qualsivoglia pressione politica in materia energetica. L’India tiene moltissimo alla sua ‘autonomia strategica’, come abbiamo cercato di mostrare: il fatto è che, per consolidare questa sua autonomia strategica, Delhi dovrebbe riformare la propria economia, aprirla alla concorrenza, e modernizzarla come struttura industriale. Senza riforme economiche ben elaborate (tenendo conto della particolarissima realtà sociale di questo grande ed antico paese) e senza una politica forte di modernizzazione industriale ed infrastrutturale, l’India avrà sempre una base economica un po’ debole per le suoi interessi geopolitici. Il ‘Doppio Forno’ indiano richiede, nel mondo del 21° secolo, una economia con meno contraddizioni.

(foto di copertina da Instagram)

 

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