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Cosa c’è dietro la protesta per l’aumento del prezzo della benzina in India

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L’India si infiamma per la benzina. E inizia la campagna elettorale vera per il rinnovo della Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento nazionale di Delhi, previsto nella primavera del 2019.
Il 9 settembre scorso, migliaia di manifestanti sono scesi per le strade di mezza India, Delhi la capitale in testa, per protestare contro gli aumenti continui del prezzo di benzina, combustibili, diesel che da qualche settimana stringono in una morsa l’economia indiana, che hanno raggiunto e qualche volta superato quota 80 rupie a litro. Mettendo sotto stress l’enorme settore informale, l’agricoltura e i consumatori quotidiani.

Cosa c’è dietro la protesta per l’aumento del prezzo della benzina in India

La ragione è facilmente spiegabile. La rupia indiana, da quando è ripresa la danza attorno alle valute di alcuni paesi emergenti, Argentina, Turchia, Brasile, Indonesia, è anch’essa sotto attacco. E perde valore rispetto al dollaro americano. Il cambio della rupia indiana rispetto alla valuta dello zio Sam è più o meno 72 rupie per un dollaro. Ma l’India ha una bilancia commerciale ‘strutturalmente’ in deficit, fin dalla sua indipendenza dalla Gran Bretagna e dalla fine dell’Impero anglo-indiano. Nel 2017, il deficit commerciale dell’India è stato di oltre 108 miliardi di dollari. Ben il 38,3 per cento di tutte le importazioni dall’estero dell’India è costituito proprio da petrolio (la seconda voce dell’import indiano, per la cronaca, con una quota del 13 per cento è rappresentata da oro, gemme e metalli preziosi!). L’indebolimento del valore di cambio della rupia, valuta nazionale, rispetto al dollaro americano, la moneta nella quale viene pagato il petrolio, comporta un aggravio per la bilancia dei pagamenti indiana e un aumento dei prezzi dei prodotti derivati dal petrolio, benzina e diesel in primissimo luogo. Ma benzina e derivati dal petrolio sono una merce chiave per l’intera società ed economia del subcontinente: sono un prodotto chiave per l’immenso settore informale che va avanti con le benzina; sono una merce chiave per l’agricoltura e i contadini, settore fondamentale per il subcontinente tuttora nonostante anni di crescita economica; e sono un fattore chiave, ovviamente, per l’industria petrolchimica, settore portante della produzione manifatturiera del paese. Insomma, tutti, lavoratori e imprenditori informali, contadini ed agricoltori, produttori manifatturieri e ovviamente consumatori pagano dazio direttamente per l’aumento del prezzo del petrolio in rupie. E ciò provoca reazioni politiche in tempo di elezioni.

Nel 2019, in primavera per la precisione, in più fasi come è consuetudine, si terranno in India le elezioni per la Camera Bassa di Delhi. E si deciderà il futuro della coalizione e del governo di destra guidato dal primo ministro Narendra Modi. Insomma la questione benzina, che ha ovviamente un lato economico importantissimo, ha anche un aspetto politico da tenere bene presente. Quei manifestanti che hanno percorso le strade di molte città indiane, Delhi in testa, erano infatti guidati dai tre più importanti esponenti del partito del Congresso, attualmente all’opposizione rispetto al BJP, il ‘Partito del popolo indiano’ ovvero la destra nazionalista indù al potere: erano guidati dall’ex primo ministro l’anziano ma stimatissimo tecnocrate Manmohan Singh, dall’attuale presidente del Congresso, il giovane erede della ‘Dinastia’, Rahul Gandhi e da sua madre, leader storica del partito, Sonia Ganddhi. Il Congresso ha organizzato e convocato le manifestazioni di piazza contro il governo Modi, con il sostegno di una parte dei partiti di opposizione. In piazza e per strada sono scesi anche i militanti del Samajwadi Party, SP, il ‘partito socialista’ dell’Uttar Pradesh, dello Janata Secular Dal, un importante partito del Sud dell’India (il Karnataka), del Dravida Munneta Kazhagam, il DMK del Tamil Nadu (un’altro importante stato meridionale). L’ex primo ministro è stato durissimo contro il governo Modi. ‘Le circostanze mostrano che la situazione è andata fuori controllo’, ha tuonato, ‘Il governo ha superato i limiti’, ha continuato. Una vera dichiarazione di guerra politica dell’ex premier al suo successore al potere Narendra Modi.

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Il partito del Congresso e la campagna elettorale sul costo del carburante

Il partito del Congresso, assieme ad una parte delle altre forze di opposizione, ha iniziato dunque la campagna elettorale. Forte di alcuni sondaggi sul governo e la coalizione al potere. Il BJP, la destra nazionalista insomma, ha attualmente il pieno controllo della Camera Bassa del Parlamento. Il BJP, nelle scorse elezioni del 2014, infatti, ha conquistato ben 282 seggi (su un totale di 543), e la sua coalizione, l’Alleanza Democratica Nazionale, NDA, ne ha presi complessivamente 336. Il Congresso fu costretto ad un umiliante risultato di appena 44 seggi; la coalizione guidata dal Congresso, l’Alleanza progressista Unita, UPA, ad un altrettanto umiliante 60 seggi. Narendra Modi, leader e candidato premier del BJP, in quel lontano 2014, fecero letteralmente cappotto contro un Congresso delegittimato dalla crisi valutaria, dalla corruzione e dall’erosione della leadership di Sonia e di Manmohan Singh. In questi anni, il governo della destra, pur non facendo miracoli o capolavori, ha comunque portato a casa riforme importanti come la riforma della VAT, l’imposta unica sull’intero territorio nazionale per i consumi o la ‘demonetizzazione’ per combattere l’economia in nero. Insomma l’India è continuata ad andare avanti, con una crescita sostenuta, pur mantenendo tutte le sue, rilevantissime, contraddizioni, fra qui proprio quella deficit strutturale della bilancia commerciale che tanti problemi periodicamente crea al paese e che testimonia una condizione di fondo molto critica.

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Il vero problema, politico, della coalizione al potere è costituita dalla sua non sufficiente presa nell’immenso mondo rurale dell’India. E’ verissimo infatti che il BJP ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi della Lok Sabha nel 2014, ma è pur vero che la destra prese in quel 2014 solamente il 31 per cento del voto popolare. Insomma i partiti laici e riformisti se si presentassero davvero uniti e con una leadership credibile potrebbero battere in campo aperto destra e Narendra Modi. Non casualmente una recentissima rilevazione della pubblica opinione indiana (i sondaggi in una realtà complessa e delicatissima come l’India sono sempre da prendere con moltissima prudenza!), la coalizione del BJP, l’Alleanza democratica nazionale, conquisterebbe oggi solo 281 seggi; la coalizione del Congresso, l’Alleanza progressista unita, 122, raddoppiando rispetto al 2014, e ‘gli altri partiti’, 140 seggi. Insomma la destra continuerebbe a poter governare, ma a fatica. Le proteste organizzate e guidate dai tre leader del Congresso, in questo quadro, hanno quindi un senso molto importante. Però, per ‘fortuna’ della destra nazionalista indù, le opposizioni continuano ad essere divise. Ad esempio, il Trinamool Congress, TMC, un partito regionale molto importante e di governo nello stato del West Bengala, non ha aderito alle proteste a livello nazionale. Il punto è che le opposizioni a Modi sono rappresentati da un coacervo di partiti regionali, molto forti ciascuno nel proprio stato di riferimento (il TMC appunto in West Bengala; il DMK in Tamil Nadu; lo Janata Secular in Karnataka; il SP in Uttar Pradesh), ma molto difficili da mettere assieme. In particolare sono difficilissimi da mettere tutti assieme da parte di un Congresso in grave crisi di leadership e di credibilità. Le manifestazioni di questi giorni servono ovviamente anche a far riconquistare al partito di Sonia Gandhi la legittimazione politica per guidare le opposizioni riformiste nella battaglia elettorale contro la destra nazionalista di Narendra Modi. La volontà è chiara, il disegno politico pure, quanto poi alla reale capacità è tutto da vedere.

(foto da Instagram)

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