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L’incarico esplorativo per Matteo Salvini

matteo salvini barbara d'urso

La Lega è il secondo gruppo parlamentare e fa parte di una coalizione in cui Fratelli d’Italia ha già dichiarato che proporrà Matteo Salvini premier, mentre Forza Italia si trova sulla stessa lunghezza d’onda. Ecco perché la logica impone, a meno che Di Maio non si presenti al Quirinale con un accordo che ribalti i numeri, che sia proprio Salvini a ricevere quell’incarico esplorativo che il presidente Sergio Mattarella potrebbe scegliere come formula per provare a formare un nuovo governo.

L’incarico esplorativo per Matteo Salvini

Una volta ricevuto l’incarico però continueranno a mancare una sessantina scarsa di deputati e una ventina abbondante di senatori per la fiducia alla Camera e al Senato. «Stiamo lavorando alla squadra e, nel rispetto delle scelte del presidente della Repubblica, siamo pronti a incontrare le forze politiche rappresentate in Parlamento», ha detto lui ieri ben sapendo che non sarà la squadra il primo problema ma proprio lui. Perché è impossibile che il MoVimento 5 Stelle o il Partito Democratico decidano di dare l’ok a un governo con Salvini premier. E per cominciare una trattativa – i cui margini sono comunque ristretti – la prima testa a cadere dovrebbe essere proprio la sua.

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Le maggioranze possibili (La Repubblica, 6 marzo)

Ma l’incarico esplorativo per Matteo Salvini potrebbe servire esattamente a questo: il leader della Lega potrebbe certificare così l’impossibilità di trovare un accordo per un governo e chiedere di poter tornare alle urne visto che nessun altro potrebbe ad oggi formare un nuovo governo. L’incarico esplorativo servirebbe a Salvini per dimostrare di averci provato e passare di nuovo con il suo 17% sudato e preso grazie al travaso di voti di Forza Italia all’opposizione, chiedendo nuove elezioni. Se si va alle urne potrebbe così completare l’OPA sul centrodestra. Se un nuovo governo riesce a formarsi suo malgrado, si siederà sulla riva in attesa che le contraddizioni scoppino lucrando sulla posizione “di governo” di chi ha detto sì. Ovvero, Forza Italia e grillini, senza i quali oggi è impossibile arrivare a una maggioranza.

L’accordo con il MoVimento 5 Stelle 

Un’alternativa a questo piano è riuscire a trovare un accordo con le forze che oggi in Parlamento potrebbero fornirgli i voti per un incarico. Ma sia che guardi a sinistra (dove c’è solo il Partito Democratico) sia che guardi al MoVimento 5 Stelle, il primo risultato del tentativo di un accordo sarà quello che non sarà lui il premier. Anzi, tecnicamente rischia di ritrovarsi con l’offerta di Di Maio a Palazzo Chigi per cominciare a sedersi al tavolo per parlarne: considerando anche che le percentuali prese al Sud dai grillini e una buona parte degli eletti a 5 Stelle vede come il fumo negli occhi anche solo l’ipotesi di un governo con la Lega. Il tutto per una questione più ideologica che sostanziale visto che i programmi del M5S e della Lega sono più compatibili di quelli di altre alleanze post-elezioni.

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Le convergenze tra il programma M5S e quello della Lega (Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2018)

Ma questo può essere uno svantaggio più che un vantaggio perché mentre un’alleanza “spuria” avrebbe il “pregio” di poter dire agli elettori che non tutto si può fare di quanto promesso visto che gli alleati si oppongono, una alleanza tra Lega, M5S e Fratelli d’Italia avrebbe come primo punto, ad esempio, quello di abolire la riforma Fornero. E a quel punto bisognerebbe trovare i soldi o ammettere il bluff.

Le nuove elezioni 

C’è però da considerare un altro punto. Umberto Rosso su Repubblica analizza il punto di vista del Quirinale sostenendo che il capo dei 5 Stelle reclama l’incarico in quanto primo partito. Il leader della Lega può farlo come leader della coalizione con più seggi.

Qual è il principio prevalente per ottenere il mandato dal capo dello Stato? Per il presidente, in questo momento, senza appunto i numeri in Parlamento i due “criteri” sostanzialmente si equivalgono, «ma al capo dello Stato per assegnare un mandato serve una maggioranza certa e precostituita, tocca perciò ai leader e alle forze politiche riuscire a trovarla».

Insomma, vanno bene i richiami alla saggezza e al senso di responsabilità di Mattarella che gli attori in campo lanciano, ma «è un compito che spetta ai partiti». Senza rovesciare sul capo dello Stato l’onere della prova dell’esistenza in vita di una coalizione, al di là del suo colore e della sua composizione

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I flussi di voti alle elezioni politiche 2018 (Il Messaggero, 6 marzo 2018)

E se una coalizione non esiste, la legislatura potrebbe concludersi subito con nuove elezioni. Dove però il clima sarebbe molto diverso rispetto a quelle appena fatte. Perché, ad esempio, la legge elettorale oggi è il Rosatellum e M5S e Lega non hanno punti di convergenza tali da poterne proporre e approvare un’altra che non rischi il giudizio di incostituzionalità, visto che a entrambi converrebbe avere un forte premio di maggioranza come avrebbero tutte le leggi che i 5 Stelle hanno bocciato. Una legge totalmente proporzionale invece avrebbe l’effetto di ridimensionare il successo ottenuto con il Rosatellum. Il doppio turno favorirebbe invece i 5 Stelle. Allora si potrebbe tornare al voto con il Rosatellum. Ma in questo caso le prospettive di un’alleanza di centrodestra andrebbero ridefinite e Forza Italia, che alle scorse elezioni ragionava come se fosse il primo partito della coalizione, tratterebbe da una posizione diversa sui collegi e magari non farebbe l’errore di non proporre un candidato premier, cosa che ha oggettivamente aiutato Salvini. In più stavolta sarà difficile che il centrosinistra non si presenti unito visto che alle prossime elezioni non sarà Renzi il segretario del PD. Il rischio per Salvini è che dalle prossime elezioni esca con lo stesso risultato – e quindi di nuovo in stallo – o con un risultato peggiore. E sarebbe una bella beffa per uno che ha cominciato la legislatura con l’incarico esplorativo.

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