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Il piano del governo Conte per regolarizzare gli immigrati

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Era il 24 giugno quando il presidente del Consiglio e avvocato del Popolo Giuseppe Conte all’indomani del Consiglio Europeo presentava la sua fantastica e originalissima European Multilevel Strategy for Migration. Così fantastica che al vertice dei capi di governo dell’Unione Europea venne deciso tutt’altro. Tra i vari punti della strategy di Conte c’era quello riguardante il contrasto dei movimenti secondari dei migranti all’interno dei paesi europei. Veniva inoltre ribadito il principio che ogni Stato aveva la prerogativa di stabilire quote d’ingresso per i cosiddetti migranti economici.

Risolvere il problema dei movimenti secondari regolarizzando gli extracomunitari

Sulla Stampa di oggi Federico Capurso racconta un retroscena che riguarda proprio questi due temi della strategia di Conte. Nei giorni scorsi il ministro degli interni tedesco Seehofer ha minacciato una stretta sui movimenti secondari. Berlino e Vienna si sono trovate d’accordo sul “rispedire al mittente”, ovvero al nostro Paese, i migranti che varcano la frontiera del Brennero per andare in Austria e in Germania. Per risolvere il problema il governo starebbe quindi pensando ad una regolarizzazione dei migranti che non rientrano tra coloro che hanno diritto al riconoscimento dello status di rifugiato politico o ad altre forme di protezione (sulla protezione umanitaria e sui finti profughi Salvini ha già fatto sapere come la pensa). L’idea sarebbe quella di inserire i richiedenti asilo, vale a dire i migranti che dopo essere arrivati via mare chiedono l’asilo politico, tra le categorie che possono beneficiare del decreto flussi previsto dalla Legge Bossi-Fini che regola le quote d’ingresso dei cittadini extracomunitari in Italia.

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Fonte: La Stampa del 18/07/2018

Queste quote vengono decise annualmente in base al decreto flussi. Per il 2018 la presidenza del consiglio dei ministri ha stabilito (a dicembre 2017) che la quota massima di lavoratori non comunitari subordinati, stagionali e non stagionali, e di lavoratori autonomi che avrebbero potuto fare ingresso nel nostro Paese era pari a 30.850 persone (12.850 lavoratori subordinati non stagionali e 18.000 stagionali). Per fare un confronto, otto anni prima, con il decreto flussi 2010 (relativo al 2011) l’Italia aveva aperto le porte  a 100 mila lavoratori extracomunitari. Una vera e propria “invasione” che qualcuno definì una sanatoria mascherata e che fu voluta dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. Dieci anni fa, nel 2008 (sempre durante il medesimo governo Berlusconi) il decreto flussi aveva messo il tetto a 150 mila ingressi. Il precedente governo (Prodi) aveva fissato il limite degli ingressi ad un massimo di 170.000 lavoratori extracomunitari.

Il decreto flussi e i lavoratori stranieri che mancano all’Italia

Il governo insomma starebbe prendendo atto di quanto detto nei giorni scorsi dal presidente dell’Inps Tito Boeri che aveva sollevato la questione dei contributi versati dai lavoratori di origine straniera spiegando che sono fondamentali per il sostentamento del nostro sistema pensionistico. Un’ipotesi duramente rigettata da Salvini ma alla quale i numeri danno ragione. E non è solo l’Inps a chiedere di aumentare le quote. Il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo ha raccontato di aver incontrato il presidente del Consiglio al quale ha detto che il blocco del decreto flussi crea un problema per le badanti che si occupano degli anziani italiani:«Le badanti non vengono più e questo è un problema per gli anziani. Senza di loro, senza l’assistenza domiciliare o senza la creazione di forme alternative di co-housing non possono più stare a casa loro e c’è un tasso di mortalità in aumento». Secondo Sant’Egidio nel nuovo decreto flussi c’è bisogno di «non meno di 50 mila visti per motivi di lavoro». Anche Confindustria vedrebbe di buon occhio un nuovo decreto flussi con quote aumentate, perché avrebbe maggiore disponibilità di lavoratori.

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Anche Emma Bonino qualche tempo fa aveva proposto di risolvere il problema dell’afflusso via mare dei migranti (non tutti sono rifugiati) con una sanatoria regolarizzando i migranti economici. In questo modo si potrebbe far emergere il lavoro sommerso e di conseguenza anche aumentare l’ammontare dei contributi versati. Inoltre non essendoci più la necessità di rimpatriare gli irregolari lo Stato risparmierebbe tempo e denaro; anche perché non tutti gli stati di provenienza hanno sottoscritto accordi per il rimpatrio assistito. Senza contare che una regolarizzazione consentirebbe agli immigrati di trovare un impiego stabile e quindi farebbe perdere l’attrattiva non solo al lavoro nero ma anche alle offerte lavorative della criminalità organizzata, che cerca manodopera proprio tra coloro che a causa della mancanza di un permesso di soggiorno non possono lavorare onestamente. Il nodo della questione naturalmente è la Lega. In questi anni Salvini ha battuto sul tasto dell’invasione facendo credere agli italiani che i circa 100 mila ingressi all’anno costituissero un pericolo e facessero parte di un piano di sostituzione etnica.

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Ma ancora una volta la storia può venire in aiuto della Lega, non risulta infatti che nessun leghista si sia lamentato quando Maroni aveva fatto entrare 100 mila lavoratori extracomunitari. E nulla dissero i “padani” quando nel 2002 un altro governo Berlusconi (con Maroni al dicastero del Lavoro) regolarizzò 200 mila extracomunitari la maggior parte dei quali (come si evince dalla cartina qui sopra) nelle provincie e nelle regioni del Nord. Insomma, in Italia non sono i buonisti a riempirci di immigrati, non lo possono fare perché la destra e i “sovranisti” si mettono subito a strepitare. Ma quando un governo di destra fa sanatorie e regolarizzazioni nessuno fiata. E allora chi sono i veri fautori dell’invasione?

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