La macchina del funky

Il Fatto e la «vera» storia delle mail M5S e di Casaleggio

A distanza di qualche giorno rispetto ad altri giornali il Fatto, che ne aveva dato conto sommariamente nei giorni scorsi, racconta in un articolo a firma di Luca De Carolis e Virginia Della Sala “la vera storia delle mail M5S”; il racconto segue per sommi capi quello trapelato la settimana scorsa, ma con significative differenze: in primo luogo fa sapere che il controllo è nato dal fatto che il gruppo “non si fidava di Artini”, e in secondo luogo fornisce un elemento decisivo per farci scoprire come sono andate le cose. Purtroppo, a differenza di quanto raccontato dal Foglio e da altri giornali con nomi e cognomi, l’intero articolo si avvale di testimonianze anonime, che vengono virgolettate con la dicitura “Il M5S dice…”, “Il M5S sostiene…”.

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L’articolo del Fatto sulla storia delle email (13 marzo 2016)

Dopo l’introduzione, che ripete per sommi capi quanto uscito nei giorni scorsi, il racconto comincia così:

Artini dice di essere stato autorizzato a gestire il server dell’assemblea del gruppo Camera, ma delle delibere non c’è traccia e il M5s non risponde sul punto. Gestire un server significa avere accesso a tutto ciò che contiene: anche alle caselle email. Può farlo l’amministra tore, cioè Artini. Ad affiancarlo c’è un tecnico, Eric Festa. “Per ogni operazione –dice il de pu ta to –dovevo essere autorizzato dal rappresentante legale, il presidente del gruppo”.

Ovvero, si mette in dubbio che Artini sia stato autorizzato a gestire e si sottolinea che il M5S non voglia replicare sul punto; strano, visto che “Il M5S” replica in molti altri punti dell’articolo. E curioso, visto che fino ad ora (dal 2013…) nessuno ha messo in dubbio che Artini sia stato autorizzato dall’assemblea. Se davvero non è stato autorizzato, si sarebbe potuto contestare l’argomento un paio d’anni fa, non trovate? Si arriva finalmente al punto, ovvero a quello che accade a settembre:

Il M5s assume un consulente per controllare la piattaforma. È Claudio Genova, capo dell’azienda torinese Wr Network, fornitrice di servizi per la Casaleggio Associati. A consigliarlo sarebbe proprio la Casaleggio. Come si legge nel suo contratto –che il Fatto ha visionato –Genova è assunto dal Gruppo M5s. In quel momento la capogruppo è Paola Carinelli, il presidente è Alessio Villarosa. Il consulente, pagato 550 euro al giorno, deve verificare, tra le altre cose, la sicurezza delle password e testare le debolezze. I primi giorni riesce a fare poco: gli viene concesso un accesso limitato. Nel gruppo non tutti sembrano felici della sua presenza. È affiancato dal tecnico Eric Festa che, secondo Artini, è costretto dalla Carinelli a fornire a Genova la password per entrare nel sistema come amministratore.
Il M5s la racconta così: “La capogruppo fornì un account con grado di amministratore al tecnico (Genova, ndr ), ma mantenne la password da super-amministratore. Uno dei motivi per cui fu richiesta la consulenza era proprio la gestione poco trasparente delle password d’accesso fino ad allora. Solo così si scoprì che all’account da amministratore creato da Artini avevano accesso più persone, non ben definite”. Ma i parlamentari sapevano dei legami tra Genova e la Casaleggio? “No. Ma le società di sicurezza informatica a livelli alti non sono tante”

Come è agevole notare, dal racconto “del M5S”, scompare completamente la circostanza del passaggio delle password effettuato senza aver ricevuto l’autorizzazione di entrambi i responsabili (Carinelli e Villarosa); nell’articolo si sottolinea che la Carinelli fornisce le password senza spiegare in alcun modo come è stato effettuato il passaggio. Si dice poi che nell’account da admin avevano accesso “più persone, non ben definite”, senza chiedere chi siano queste fantomatiche persone. Si può tranquillamente affermare, visto il metodo di lavoro degli informatici, che la password sia stata fornita al collaboratore Festa, come è normale che sia. D’altro canto gli altri “presunti” nomi non vengono fatti in una frase che è ambigua e autorizza a pensare male senza però fornirci reali spunti di confutazione. Non solo: la storia dei legami tra la Wr Networks e la Casaleggio viene illustrata e superata con una replica fatua, dicendo che “ad alti livelli si conoscono tutti”: provate adesso a pensare cosa avrebbe scritto il Fatto se una motivazione del genere fosse stata fornita dal governo a proposito dei tanti conflitti d’interesse denunciati dal quotidiano… Si arriva finalmente ai fatti del 2 ottobre, quando il server cade. Qui il racconto:

Secondo questa versione, Genova avrebbe modificato le password di amministratore, impedendo così al tecnico di accedere, e poi rallentato e bloccato il sistema per qualche motivo. C’è poi l’altra versione: il disservizio sarebbe durato solo tre ore, causato da Festa o Artini che, poi, avrebbero ripristinato il sistema. Genova, comunque, va via quel venerdì da Roma senza porre rimedio –il suo contratto è scaduto –e non torna.Redige unreport e lo consegna ai 5Stelle. La capogruppo e gli altri dirigenti lo danno alla Casaleggio? Il M5s nega: “Abbiamo riferito a Beppe (Grillo, ndr) solo il risultato statistico, quanti utilizzavano la posta su quel server. Era preoccupato per le segnalazioni di diversi parlamentari”. Nessuna trasmissione di dati sensibili, come ribadito dalla Casaleggio. Si spiegherebbe così la mail inviata dallo staff di Milano il 2 ottobre a tutti i parlamentari, in cui si riferiva di meno di 30 utenti attivi. Il M5s precisa: “I parlamentari hanno avuto il tempo di salvare ciò che gli serviva, poi è stato consigliato loro di ricorrere alla mail dei server comuni o la posta della Camera”.

Ora, è evidente che se Festa e Artini intervengono perché il server è caduto si può tranquillamente escludere in punta di logica che il server sia caduto per causa loro. Ma la parte più interessante è la “confessione” del M5S su come è andata la storia del report: la Carinelli (anche se il Fatto non lo dice, ma può saperlo soltanto lei) dice di averlo consegnato non alla Casaleggio, ma a Beppe Grillo (il quale a quel punto lo ha girato alla Casaleggio?). Eppure secondo il racconto dei parlamentari espulsi la capogruppo aveva detto di non sapere nulla della storia. Stranamente, anche questo passaggio non viene sufficientemente chiarito nell’articolo né si dà conto dell’obiezione. E nemmeno si fa notare che non si capisce perché “Il M5S” abbia dovuto consegnare “a Grillo” il report quando il sistema era utilizzato dai parlamentari e a essi rispondeva. Insomma, l’articolo non sembra molto propenso a raccontare “vere storie” (più che altro riporta acriticamente una versione della storia), ma almeno ci spiega com’è andata la parte più interessante. Il report fu consegnato a Grillo. Anche se nessuno aveva autorizzato nessuno a farlo.

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