Cultura e scienze

Davvero c'è un pericolo glifosato nella pasta italiana?

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Il 30 ottobre Report ha mandato in onda “Che Spiga” un servizio sui metodi di produzione del grano utilizzato per produrre le farine con le quali viene fatta anche – ma non solo – la pasta made in Italy. Il problema principale dell’inchiesta di Report è il glifosato, l’erbicida prodotto dalla Monsanto che viene usato in Italia e all’estero per diserbare i raccolti. Secondo la IARC il glifosato è “potenzialmente cancerogeno”, secondo OMS e FAO è improbabile che sia cancerogeno. Più o meno dello stesso avviso è l’EFSA che nel 2015 ha pubblicato un aggiornamento del profilo tossicologico del Glifosato stabilendo una “dose acuta di riferimento (DAR) [ovvero al giorno NdR] per il glifosato pari a 0,5 mg per kg di peso corporeo” concludendo che è “improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti una minaccia di cancro per l’uomo”.

Davvero c’è un pericolo glifosato nella pasta italiana?

In seguito al servizio della trasmissione condotta da Sigrido Ranucci il parlamentare M5S Mirko Busto ha presentato un’interrogazione al ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e alla ministra della salute Beatrice Lorenzin per chiedere di “inserire nell’etichetta della pasta la presenza del glifosato, il pesticida della Monsanto più usato al mondo, specificandone i livelli contenuti”. Durante il servizio di Report infatti sono stati analizzati alcuni campioni di pasta italiana ed è emerso che il glifosato è stato rilevato nei sei i marchi di pasta italiana più venduti.

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I limiti italiani per la presenza di glifosato nel grano

La causa? Secondo Report sono le importazioni di grano provenienti dall’estero, in particolare dal Canada. Le quantità però – ha precisato lo stesso Ranucci –  sono ampiamente sotto i limiti di legge. Perché allora Report lascia intendere che l’importazione del grano dal Canada sia pericolosa? La prima parte del servizio si concentra con dovizia di dettagli su quanto il glifosato venga utilizzato oltreoceano per coltivare e far maturare i raccolti.
Le quantità rilevate da Report

Lo stesso test di Report individua come la presenza di glifosato nella pasta italiana non solo sia al di sotto dei limiti di legge ma sia anche inferiore alla dose massima individuata dall’EFSA. Tutto bene? No perché la tesi è quella che bisogna consumare solo grano italiano perché “è più sicuro”. Ci sono però diversi problemi, perché per produrre la pasta italiana è necessario per forza di cose affidarsi alla produzione di grano estera. La vicenda è quindi molto simile a quella sulla birra tedesca al glifosato. Le risposte dei produttori però sono diverse.

Il grano italiano è sufficiente per coprire il fabbisogno della produzione di pasta?

Ma davvero il grano italiano è migliore di quello prodotto all’estero in paesi come USA, Canada, Grecia o Turchia? Insomma davvero l’origine del grano è sinonimo di qualità? Secondo l’Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) non è così. L’associazione dei pastai ricorda che il grano è un prodotto agricolo e la sua qualità varia di anno in anno. Ma soprattutto rileva che «in Italia solo il 60% del grano duro è di qualità buona o eccellente. Il resto è ai limiti o al di sotto della legge di purezza, che da 50 anni fissa parametri che garantiscono la qualità della pasta nel piatto, a prescindere da cosa può succedere nel campo di grano». Secondo i produttori se si utilizzasse solo grano italiano “gli italiani dovrebbero rinunciare ad almeno 3 piatti di pasta su 10, perché la materia prima italiana è insufficiente a coprire il fabbisogno dei pastai”.

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L’utilizzo del glifosato nel mondo (Corriere della Sera, 29 febbraio 2016)

Sulla questione – che sarà oggetto anche di un servizio della trasmissione Petrolio di Rai 1 – è intervenuto Paolo Barilla, presidente di Aidepi e vicepresidente dell’omonimo gruppo. Secondo Barilla «Una pasta a ‘glifosato zero‘ è possibile ma solo alzando i costi di produzione. Si sta dando molta enfasi a qualcosa che non è un rischio». Barilla ha spiegato che «se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta, in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta invece di 20 centesimi costerebbe due euro». L’Italia infatti non è mai stata autosufficiente dal punto di vista della produzione di grano e importa grano straniero fin dal 1800. Riguardo ai rischi per la salute del consumo di pasta “al glifosato” (ovviamente termine improprio) già l’anno scorso la rivista Il Test (ex Salvagente) rilevava come in base ai livelli di contaminazione da glifosato nella pasta italiana per assumere quantità di glifosato che possano costituire un rischio per la salute si dovrebbero mangiare più di 200 kg di pasta al giorno per tutti i 365 giorni dell’anno. A complicare ulteriormente il quadro della situazione c’è il fatto che il glifosato non è utilizzato solo per la coltura del grano ma è una sostanza contenuta in almeno 750 prodotti disponibili.


Insomma la pasta italiana non è l’unica che merita di stare su questo improbabile banco degli imputati. In mezzo c’è la vecchia battaglia tra produttori di pasta e Coldiretti, con l’associazione degli agricoltori che vorrebbe vietare le importazioni di grano dall’estero, favorendo un aumento dei prezzi. E c’è un dato interessante a fine settembre la Confedereazione italiana agricoltori ha pubblicato un comunicato che dice: “sul glifosato il governo italiano dovrebbe tener conto della posizione unitaria delle organizzazioni agricole italiane, che si sono espresse a Bruxelles attraverso il Copa-Cogeca, il raggruppamento che comprende, oltre alla Cia-Agricoltori Italiani, anche Confagricoltura e Coldiretti. Tutti favorevoli alla proroga”. Insomma sulla questione della proroga alla possibilità di utilizzare il glifosato nell’Unione Europea gli agricoltori sono d’accordo. Sul grano proveniente dall’esterno invece non ne vogliono sentir parlare.