Economia

Giuliano Poletti "scopre" il problema dei voucher

voucher jobs act poletti

«Il governo è pronto a rideterminare dal punto di vista normativo il confine dell’uso dei voucher»: così il ministro del lavoro Giuliano Poletti oggi a Fano, è tornato sulla questione dei voucher e del lavoro occasionale accessorio. L’uscita del ministro sui voucher non avviene a caso ma dopo che oggi  l’INPS ha comunicato i dati relativi alla vendita dei “buoni lavoro”: ad ottobre 2016 sono stati venduti 121.506.894 voucher da 10 euro (7,50 per il lavoratore e 2,50 viene versato a INPS e INAIL). Una situazione che non è nuova, anzi costituisce un aumento del 32,2% rispetto allo scorso anno. Già nel 2015 erano stati venduti 114,9 milioni di buoni (+68.9% sul 2014) ma il ministro rivendica di aver introdotto (a giugno) la tracciabilità dei “buoni lavoro” spiegando di essere pronto, ora, a “rimetterci le mani” qualora i dati del prossimo mese non certificassero una riduzione della dinamica di aumento Se è quello di una riduzione della dinamica di aumento.
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Quando i voucher generano precariato

Quella dei voucher è una questione particolarmente sentita e delicata dopo le uscite del Ministro a proposito dei referendum della CGIL sul Jobs Act. Infatti uno dei tre quesiti referendari proposti dalla CGIL riguarda proprio il lavoro occasionale accessorio, ovvero quelle forme di collaborazione che possono essere pagate con i voucher e che a detta del presidente dell’INPS Tito Boeri sono diventati la nuova frontiera del precariato poiché invece che servire a far emergere il lavoro nero mettendo in regola tanti di coloro che fanno “i lavoretti” i voucher sono stati utilizzati in un altro modo. Ad esempio il datore di lavoro segna un’ora pagata con i voucher lavoro ma è possibile che il lavoratore (tutt’altro che occasionale) di ore effettive ne abbia lavorate molte di più. Il lavoro accessorio era all’origine destinato ad ambiti oggettivi di impiego circoscritti (piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare a bambini o persone anziane ammalate o con handicap, insegnamento privato supplementare, piccoli lavori di giardinaggio di pulizia e manutenzione di edifici), negli anni progressivamente ampliati, fino alla riforma contenuta nella legge n. 92 del 2012 (riforma del mercato del lavoro) e dal decreto sviluppo del 2013 che permette di fatto l’utilizzo di lavoro accessorio per qualsiasi tipologia di attività. Secondo Poletti i voucher sono uno strumento utile che però “deve essere limitato a determinate condizioni” ma la forte crescita dell’utilizzo dei voucher (+32,3% rispetto al 2015) per il Ministro «non è una dinamica collegata al Jobs act, perché questo cambiamento di norma l’hanno fatto il Governo Monti e la Fornero, non l’abbiamo fatta noi la liberalizzazione dei voucher». Ed è vero che la legge che ha riformato il mercato del lavoro è stata voluta da Monti e Fornero ma Poletti dimentica che a innalzare a 7000 euro (contro i 5000 della Fornero) il limite del compenso che il prestatore può percepire è stato proprio il decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 di riordino dei contratti di lavoro (altrimenti noto come Jobs Act) che agli artt.48,49, 50 ha modificato la normativa vigente sui voucher. Davvero impossibile non accorgersi come il boom dell’uso dei voucher non sia dovuto anche a quel “correttivo” introdotto dal Jobs Act. Nei primi dieci mesi del 2016 le regioni dove sono stati venduti più voucher sono quelle del Nord Est (oltre 40 milioni) e del Nord Ovest (quasi 37 milioni di buoni) dove la Lombardia, con 22.419.420 di voucher guida la classifica generale seguita dal Veneto (15.434.357) e dall’Emilia Romagna (15.121.139). Al Sud, dove magari l’intervento di emersione del sommerso avrebbe dovuto mostrare i risultati sperati dal Governo, l’acquisto di voucher – pur in aumento rispetto all’anno precedente – rimane invece più basso in termini complessivi.
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Inoltre nello stesso arco temporale di dieci mesi che ha visto il boom dei voucher ci sono stati meno contratti a tempo indeterminato rispetto allo stesso periodo del 2014 quando la decontribuzione introdotta dal Jobs Act ancora non esisteva. L’aumento dell’utilizzo dei voucher quindi, in crescita costante da anni soprattutto dal 2014, può essere quindi utilizzato come termometro non tanto per l’emersione del lavoro nero (anche perché molte forme di lavoro sommerso non hanno caratteristiche di occasionalità, anzi) ma come indicatore per valutare il livello di precariato in Italia.

voucher precari
L’infografica sui voucher (La Repubblica, 30 maggio 2015)

 

Il paradosso di Poletti

Poletti ha anche aggiunto che bisogna portare la situazione dei voucher «ad una condizione che sia una condizione compatibile, perché noi vogliamo un mercato del lavoro stabile, non un mercato del lavoro precario. Quindi se abbiamo una strumentazione che induce a precarietà bisogna cambiarla». Sembrerebbe essere una forma di apertura verso coloro che, come ad esempio il Dem Cesare Damiano, da tempo auspicano che l’utilizzo dei voucher rientri negli ambiti previsti al momento della sua introduzione, nel 2003 (art. 70 del d. lgs. 276/2003), con la Legge Biagi ovvero solo a particolari forme di prestazioni lavorative che devono avere la caratteristica di essere occasionali e accessorie (ovvero non la principale fonte di reddito). Ma non è così, perché il Ministro ha anche detto di non avere alcuna intenzione di modificare il Jobs Act “che è una buona legge, una legge che ha fatto bene e fa bene al Paese” e quindi Poletti non vede oggi “ragioni per cui dobbiamo intervenire su questo versante”. Eppure se l’obiettivo del Jobs Act era quello di far crescere l’occupazione non si capisce come mai allora nel 2015 il settore agricolo, settore nel quale era stato inizialmente previsto l’utilizzo dei voucher data la caratteristica di stagionalità del lavoro, è quello che ne ha usufruito di meno mentre commercio (17,3 milioni di voucher), turismo (16,7 milioni) e servizi (13 milioni) sono i settori che lo scorso anno hanno registrato il maggiore utilizzo dei cosiddetti “buoni lavoro”. Inoltre il guadagno netto medio dei lavoratori retribuiti con i voucher negli ultimi anni non è mai arrivato a 500 euro. È quanto indicava l’Inps a inizio ottobre 2016 spiegando che il numero dei lavoratori è cresciuto costantemente negli anni, mentre il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore, invece, è rimasto sostanzialmente invariato: circa 60 voucher l’anno dal 2012 in avanti. Poiché l’importo netto che il lavoratore riscuote per ogni voucher è di 7,50 euro, l’Inps calcola che il compenso annuale medio netto negli anni più recenti non ha mai toccato quota 500 euro.
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Eppure qualche giorno fa il responsabile economico del Partito Democratico (nonché uno dei padri del Jobs Act) difendeva la riforma voluta da Renzi dall’attacco dei promotori del referendum dicendo che il Governo ha già applicato die correttivi sui voucher e spiegando che l’obiettivo del contratto a tutele crescenti è “ridurre la precarietà in ingresso, particolarmente odiosa perché colpiva innanzitutto i giovani e le categorie di lavoratori più deboli”. Proprio Taddei qualche mese fa spiegava che la soluzione al problema non è quella di restringere il campo d’applicazione dei voucher, eliminando la liberalizzazione a tutti i settori economici, soluzione che invece oggi è stata ventilata dal Ministro del Lavoro Poletti.
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Oggi però Poletti lo ha smentito in parte, dicendo proprio che il Governo è pronto a studiare un modo per limitare l’uso dei voucher e tutti a questo punto guardano alla proposta già avanzata da Cesare Damiano di tornare a quanto previsto dalla Legge Biagi.