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Firme false: i nomi degli indagati M5S

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Riccardo Nuti, Claudia Mannino, Claudia La Rocca, Giorgio Ciaccio, Giuseppe Ippolito, Stefano Paradiso, Samanta Busalacchi, Giovanni Scarpello: questi gli otto nomi degli indagati nel MoVimento 5 Stelle palermitano per la storia delle firme false alle elezioni comunali del 2012. Nella lista ci sono due onorevoli in Parlamento, i due onorevoli dell’ARS presenti nelle mail che il gruppo si è scambiato nella notte della falsificazione e la collaboratrice Busalacchi e la persona di cui si sbagliò il luogo di nascita (Ippolito) oltre a Paradiso, anche lui presente nella mailing list («Un sincero grazie alle due Claudia, a Samantha e a tutti quelli che sono rimasti in sede fino alle 4 per finire questo estenuante lavoro») mentre Scarpello è il “pubblico ufficiale” che fuggiva per non farsi intervistare da Filippo Roma nel primo servizio delle Iene sulla vicenda. A tutti ieri Beppe Grillo ha chiesto di “sospendersi immediatamente” dal MoVimento 5 Stelle ma finora l’unica sospensione effettivamente pervenuta è quella di La Rocca.

Gli indagati a 5 Stelle per le firme false a Palermo

La maggior parte di questi aveva minacciato di querela Vincenzo Pintagro, il professore di educazione fisica appassionato di scie chimiche che con la sua intervista aveva dato il là all’inchiesta delle Iene che ha portato la procura di Palermo e la Digos a scoprire quello che non erano stati in grado di scoprire all’epoca della prima denuncia, anonima, riguardo i fatti. A questo proposito, si attendono ancora le spiegazioni del procuratore di Palermo e del poliziotto Giovanni Pampillonia sul primo flop delle indagini, visto che il reato si prescrive nel 2017 e a causa dell’errore quindi l’eventuale processo agli accusati non vedrà mai la fine a meno che non rinuncino alla prescrizione. Non è detto che altri parlamentari non vengano raggiunti da un avviso di garanzia nei prossimi giori. La settimana prossima cominceranno gli interrogatori. Finora, dei 300 testimoni convocati in questura, più della metà hanno disconosciuto le firme. Il reato contestato proviene dal Testo unico 570 del 1960 che punisce «chiunque forma falsamente, in tutto o in parte, liste di elettori o di candidati o altri atti destinati alle operazioni elettorali» e riguarda anche chi ha beneficiato della falsificazione, anche se non vi avesse preso parte.

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Vincenzo Pintagro, l’attivista che ha fatto i nomi degli onorevoli nel caso delle firme false a Palermo

Claudia La Rocca intanto, racconta Repubblica Palermo, martedì 8 novembre, quando si è presentata in procura, ha chiamato in causa chi avrebbe copiato assieme a lei: «fra gli altri, Claudia Mannino e Samanta Busalacchi. Dice che il candidato sindaco di Palermo, Riccardo Nuti, sapeva. Genera ulteriori testimonianze (due) e vengono fuori i nomi di altri presenti, più o meno partecipi e consapevoli, quando all’inizio di aprile di quattro anni fa, si taroccarono gli elenchi: fra loro Giulia Di Vita e Chiara Di Benedetto. Tutti attivisti che, tranne Busalacchi, sono oggi parlamentari. È un passaggio chiave: La Rocca, assieme ad altri due testimoni che hanno deciso di collaborare, dà un contributo decisivo alle indagini».
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La resistenza di Riccardo Nuti

Intanto, racconta il Corriere, a Roma resiste il drappello dei cinque parlamentari sospettati della combine: Claudia Mannino, Loredana Lupo, Giulia Di Vita e Chiara di Benedetto, oltre lo stesso Nuti. Un gruppo al quale si aggiunge Samanta Busalacchi, attivista all’Assemblea regionale.

Nello psicodramma che investe il M5S sembrano a rischio soprattutto i cinque parlamentari e la Busalacchi, tutti difesi da un avvocato, Domenico Monteleone, estensore di una memoria inviata il 25 ottobre a Mediaset per protestare contro gli «attacchi» delle Iene, ma rimbalzata sui tavoli del cosiddetto direttorio. Con disappunto di Grillo che a Claudia Mannino, avrebbe subito chiesto di autosospendersi. […] Loro si scagliano contro la ricostruzione della prima gola profonda, Vincenzo Pintagro, il professore presentato, dicono ironicamente, «come accusatore senza macchia e senza peccato».
E attaccano un altro intervistato, Francesco Vicari: «Ma è fratello di una fedelissima di Alfano, la sottosegretaria Simona Vicari, presentato come “convintissimo attivista 5 Stelle”». Poi l’attacco al terzo accusatore, Fabio D’Anna: «Ma ha fondato un movimento che attinge allo stesso bacino dei 5 Stelle». E si difendono: «Quella notte abbiamo solo controllato l’esattezza dei dati riportati nelle schede… Anche ammesso che la falsificazione sia stata effettuata realmente respingiamo con forza tale accusa… palesemente frutto di una trama tendenziosamente ordita da persone già allontanate per il loro comportamento ritenuto non conforme…».

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Le tre firme uguali sul modulo validato dal comune di Palermo

I parlamentari hanno quindi l’intenzione di tenere duro, in ciò confortati anche dal nuovo regolamento sulle sanzioni disciplinari, che prevede una procedura non ancora implementata dal MoVimento. Ma di certo nella Sicilia dove il gruppo dirigente del M5S operò espulsioni sul espulsioni di attivisti ancora con il dente avvelenato tutti quelli anche soltanto sfiorati dalla storia saranno difficilmente in grado di potersi ripresentare nelle assemblee pubbliche.

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