Opinioni

Elly Schlein: l'europarlamentare che lascia il PD

«Me ne vado anche io come Civati»: Elly Schlein, deputata europea del PD – PSE, in un lunghissimo messaggio pubblicato sulla sua pagina Facebook annuncia l’addio al Partito Democratico. Il suo annuncio comincia con una metafora musicale:

L’altro giorno è uscito il nuovo album dei Mumford&Sons. E in molti, me compresa, sono rimasti un po’ delusi, perché è senz’altro un buon disco, ma non è il loro sound. Non si riconoscono quasi. E, interrogandomi sui motivi per cui avessero scelto di fare una cosa così diversa da loro, per la prima volta mi sono sentita calcolata. Ho pensato che probabilmente secondo le leggi del marketing questo sound è in grado di rivolgersi a un pubblico molto più ampio, e che quindi avranno tenuto in conto che una parte dei più affezionati si sarebbe sentita tradita e disorientata, ma che ciononostante avrebbero venduto di più. E quando ti senti calcolato, per istinto umano diventi imprevedibile, alla Jim Carrey in The Truman Show, e ti spingi fino al limite per trovare la porta che ti rimette in libertà.

Passa alla critica dell’azione del governo:

In quest’anno abbiamo visto stracciare diritti dei lavoratori nel nome della libertà di licenziare e nell’illusione, culturalmente così distante dalla nostra storia, che questo aiuti a creare maggiore e migliore occupazione. Abbiamo visto scegliere con forza un modello energetico che non ha nulla di nuovo, è vecchio e superato dai tempi, frutto di un’incapacità di visione e lungimiranza su che tipo di suolo, di ambiente vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi. Abbiamo assistito a forzature costituzionali insopportabili, in continuità col pericoloso esautoramento del Parlamento in atto da anni (ma che prima contestavamo), e che ha avuto il suo grave culmine con la fiducia su una materia di squisita competenza parlamentare. E più giro i territori più assisto a scissioni silenziose e sofferte di tanti militanti ed elettori davanti all’ingresso nel partito di figure che abbiamo sempre combattuto, ex fascisti, ex berlusconiani, affaristi e a sentir Saviano pure di peggio. La verità è che vale la pena di lottare dentro al Partito finché c’è il partito, ma io temo che questo partito non esista già più, e si sia trasformato in un’altra cosa, molto diversa da quella cui avevamo entusiasticamente aderito e da ciò che era nato per essere, perno della sinistra moderna e di governo che vogliamo.

E poi annuncia:

Me ne vado anche io, insieme a Pippo Civati. Nel suo volto di ieri sera dalla Gruber ho rivisto dopo mesi difficilissimi quell’amico e maestro che ha avuto lo straordinario merito di riavvicinare alla politica tantissimi ragazzi come me, che eran rimasti delusi e si erano allontanati. Molti dei quali, lungo quest’anno di riforme calate dall’alto e fuori da ogni programma, se ne sono andati di nuovo. Chiedevamo “un partito all’altezza della sua base”, che desse ascolto a militanti ed elettori e li coinvolgesse nelle scelte più importanti, ma in questo l’era Renzi non ha portato nulla di nuovo. Me ne vado con il dolore infinito di lasciare tanti amici e compagni di intense battaglie, ma con la speranza che un giorno ci ritroveremo. Con il tormento interiore di sapere che deluderò alcuni di coloro che mi avevano sostenuto, e che ci credono ancora. Li rispetto, abbiamo nutrito di tutte le nostre energie questa convinzione che ha alimentato l’entusiasmo e la grinta con cui abbiamo portato giorno dopo giorno il nostro contributo al PD, ed è un travaglio anche personale quello che porta all’amara convinzione che la mutazione genetica del partito sia ormai irreversibile. Ma se la raggiungi, questa consapevolezza, per onestà intellettuale e per coerenza devi chiederti se quel che fai è abbastanza, per il Paese. O se è quanto basta per salvare la tua coscienza. Devi chiederti, cioè, se dopo un anno di trasformazioni profonde, di calci in faccia e di riforme che non condividi vuoi offrire al Paese solo il tuo dissenso, perennemente irriso e calpestato, oppure una prospettiva. Ed io scelgo la seconda.