Economia

Dove la flat tax c’è (e non funziona)

La tassa unica nel mirino di Report: cosa è successo negli Stati che l’hanno utilizzata e che fine hanno fatto i servizi finanziati con le tasse

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Mentre Matteo Salvini non ha ancora deciso se accordarsi o meno con Luigi Di Maio, il quale dice che con il leader della Lega “si potrebbero fare grandi cose”, Report dedica una puntata a una di quelle cose grandi che la Lega ha promesso insieme al resto del centrodestra nella sua campagna elettorale: la flat tax.

Dove la flat tax c’è (e non funziona)

La puntata di lunedì della trasmissione d’inchiesta condotta da Sigfrido Ranucci si dedica alla “tassa piatta”, come la chiama Giorgia Meloni in omaggio al passionale idioma italico e contro gli inglesismi del popolo dei cinque pasti, dovrebbe sostituire i cinque scaglioni di IRPEF oggi in vigore: da un minimo del 23% a un massimo del 43%. La proposta della Lega, invece, farebbe un favore ai ricchi: ogni anno, le famiglie con più di 70 mila euro di reddito guadagnerebbero 12 mila euro; solo 24 euro il vantaggio per chi ne guadagna meno di 10 mila.

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Flat tax, miti e verità (La Repubblica, 25 febbraio 2018)

Gli estimatori della flat tax, tra cui c’è l’Istituto Bruno Leoni, sostengono però che i vantaggi di sistema derivati dall’abbassamento delle tasse superano di gran lunga gli svantaggi: maggiori consumi e investimenti e quindi maggiore crescita. Roberto Rotunno sul Fatto Quotidiano racconta in anteprima i risultati dell’inchiesta di Report sugli effetti:

EMBLEMATICA è l’esperienza dell’Illinois, dove le persone pagano il 4,95% del reddito e le imprese il 7%. Le cose –ha notato l’inviato di Report volato nello Stato Usa –, non vanno bene: il debito raggiunge i 148 miliardi di dollari e il pubblico non riesce neanche a sistemare le buche per strada. Nella città più grande, Chicago, servirebbero decine di miliardi per migliorare il sistema dei trasporti e riparare le tubature dell’acqua, ma “il gettito fiscale – ha spiegato a Report il presidente del Metropolitan Planning Council di Chicago – sono insufficienti”.

Per finanziare la scuola, si usano i proventi delle imposte sulle case: quindi nelle comunità più povere, dove le abitazioni costano poco, i fondi sono scarsi, questo ha portato a un aumento delle rette universitarie e tanti giovani studenti sono andati a studiare in altri Stati.

Robin Hood o Superciuk?

E gli effetti positivi sull’economia? Come i pangloss nostrani (non) dicono, in realtà nulla obbliga persone e imprenditori a rimettere in circolo i soldi risparmiati grazie a sconti fiscali. Ma c’è di più, spiega ancora il Fatto: semmai accade il contrario, come dice l’Ocse: dal 2000 è cresciuta la quota di soldi rimasti nelle casse delle aziende americane (dal 5 all’8,5% del Pil),ma gli investimenti netti sono scesi di un terzo. Le imprese si sono tenute ciò che lo Stato non ha chiesto loro sotto forma di tributi, insomma.

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Flat Tax, cosa succede con la proposta della Lega (Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2018)

IN EUROPA dell’Est c’è chi ha provato ad “appiattire” il fisco per scucire imprese alle nazioni concorrenti. La Slovacchia, per esempio, ci è riuscita con l’Embraco: l’azienda, che produce compressori per Whirlpool, sta per lasciare il Piemonte e trasferirsi in Slovacchia. L’esempio però non deve far pensare che sia tutto oro.

Bratislava riserva alle imprese un trattamento fiscale di favore (e i salari sono molto bassi), ma l’esperimento della flat tax non è stato positivo: è stata introdotta nel 2004 al 19% per tutti, ma nove anni dopo si è dovuto fare marcia indietro e rimettere le aliquote. Nel frattempo, non sono mancati enormi scandali di evasione.

Chi ci guadagna con la flat tax

Con l’ipotesi di tassa fissa al 23%, ovvero la stima “prudenziale” fornita da Forza Italia che secondo Silvio Berlusconi dovrebbe essere l’ipotesi di partenza su cui operare tagli – secondo Salvini deve essere più bassa – i risparmi rilevanti partono dai redditi da 25mila euro annui in su e i benefici più tangibili sono per gli stipendi più alti. Spiega oggi Andrea Bassi sul Messaggero che con l’aliquota unica al 23% sparirebbero tutte quelle superiori: il 27%, il 38%, il 41% e il 43%. La «no tax area», il livello di reddito al di sotto del quale non si pagano tasse, salirebbe dai circa 8.150 euro attuali (circa 8 mila per i pensionati), a 12mila euro.

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Chi ci guadagna con la flat tax al 23% (Il Messaggero, 23 gennaio 2018)

Su questo primo scaglione di reddito non pagherebbero tasse tutti coloro che guadagnano fino a 28 mila euro. Dai 28mila euro questo vantaggio andrebbe calando e si azzererebbe a 55 mila euro. Le detrazioni per i figli a carico, invece, aumenterebbero leggermente: da 950 a mille euro. Quella per i figli al di sotto dei tre anni, salirebbe invece in maniera consistente, da 1.220 euro a 2mila euro. Verrebbero invece eliminate le detrazioni sul lavoro dipendente, su quello autonomo e sulle pensioni. Via anche il bonus da 80 euro del governo Renzi.

Per i redditi dai 12 ai 13mila euro il risparmio annuo netto sarebbe di 123 euro, mentre per quello dai 18mila ai 19mila si arriverebbe a 534 euro; 1284 euro di tasse si risparmierebbero dai 24 ai 25mila euro e così via. Chi guadagna tra i 90 e i 100mila euro risparmierebbe ben 12mila euro di tasse. Infine, spiega il quotidiano, in una famiglia in cui lavorano sia la moglie che il marito, con un reddito di 70 mila euro lordi e due figli a carico, uno dei quali minore di tre anni, il risparmio sarebbe di quasi 4mila euro l’anno (3.918 per l’esattezza).

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La flat tax e le famiglie (Il Messaggero, 23 gennaio 2018)

L’incognita più grande dell’aliquota unica sono i costi. Ammonterebbe a 65 miliardi per le casse dello Stato il minor gettito derivante dalla flat tax.

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