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Il dilemma della prigioniera Virginia Raggi

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Virginia Raggi è indagata nell’inchiesta relativa alla nomina a capo del Dipartimento turismo del Campidoglio di Renato Marra (foto), fratello di Raffaele Marra, ex braccio destro della sindaca. Le ipotesi di reato a suo carico sono abuso d’ufficio e falso. Secondo i pm la sindaca non avrebbe impedito a Raffaele di intervenire nella nomina del fratello e avrebbe mentito nel dichiarare di aver agito in autonomia. La sindaca sarà interrogata in procura il 30 gennaio e, scrive oggi il Corriere della Sera, l’orientamento dei magistrati è quello di chiedere il giudizio immediato.

Virginia Raggi e il giudizio immediato

Spiega infatti oggi Fiorenza Sarzanini che l’incrocio tra gli atti firmati dalla stessa Raggi e la conversazione via chat con Raffaele Marra — nel corso della quale lei si lamenta per non essere stata informata che il nuovo incarico avrebbe portato a un aumento di stipendio di 20 mila euro — convince l’accusa di aver ottenuto la prova evidente della sua responsabilità. E dunque di poter andare subito a processo. Anche perché nuovi elementi emergono dalle chat sequestrate dai carabinieri, dimostrando addirittura l’esistenza di un patto per spartirsi le nomine siglato prima delle elezioni al Campidoglio tra Raffaele Marra e Salvatore Romeo.

Ecco dunque il nodo: se Raggi negherà davanti ai magistrati di aver compiuto questo abuso ammettendo che la pratica era gestita da Marra, ammetterà automaticamente di aver commesso un falso dichiarando all’autorità anticorruzione del Campidoglio di aver fatto tutto da sola. E a quel punto i pm la informeranno di voler andare subito a processo dove rischia una pena di almeno tre anni. L’alternativa per l’accusa è il patteggiamento — che può chiudersi con la condanna a un anno — ma sembra difficile, se non impossibile, che la sindaca possa accettarlo. Senza dimenticare lo spettro della legge Severino che fa scattare la sospensione dall’incarico di un amministratore pubblico dopo la condanna in primo grado.

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Vignetta da: Facebook

Anche perché nel frattempo la situazione non può che peggiorare, come si vede dalla vicenda che ha coinvolto l’assessore al commercio: due giorni fa, i pubblici ministeri hanno interrogato l’assessore Meloni proprio per chiarire i passaggi della nomina di Renato Marra visto che il Turismo rientra nelle sue competenze. E lui non ha avuto dubbi nel ricostruire che cosa accadde prima del 9 novembre: «Fu Salvatore a suggerirmi di prendere suo fratello». L’ulteriore conferma di chi prendeva le decisioni e soprattutto della bugia della sindaca sul fatto che era una «sua determinazione».

Il dilemma della prigioniera Virginia Raggi

Ma ci sono due ordini di problemi che potrebbero mettere nei guai Virginia Raggi non tanto con la procura, quando con la possibilità di proseguire a fare la sindaca di Roma. Per il reato di abuso d’ufficio infatti basta una condanna per arrivare alla sospensione per 18 mesi dall’incarico. Spiega oggi Il Messaggero:

La sospensione dura un anno e mezzo a prescindere dalla pena e l’ipotesi di patteggiare la pena rischia di avere conseguenze persino peggiori di un processo. Se è forse vero che il sindaco Raggi potrebbe essere interessata a patteggiare la pena per evitare lungaggini e riflettori, accettare una pena concordata, per quanto lieve, la costringerebbe ad imboccare la strada senza uscita delle dimissioni.
Sempre la legge sulle Incandidabilità, infatti, fissa una ulteriore sospensione di dodici mesi se la condanna viene confermata in secondo grado. Il patteggiamento, che dà per scontata l’ammissione di colpa, non prevede appello (c’è una strada molto ardua in Cassazione che generalmente viene respinta al mittente come inammissibile in pochi mesi), dunque, ai 18 mesi ne vanno sommati 12. Un suicidio politico, tanto più che a quel punto, la sentenza diventerebbe definitiva e il sindaco dichiarato decaduto.

L’altro problema riguarda invece il codice etico di Grillo che ha appena salvato la Raggi.

Quando questo prontuario giudiziario è stato pensato e scritto i pensieri dei leader M5S e dei loro avvocati erano affollati dai guai giudiziari di Raggi. Gli avvisi di garanzia erano contemplati solo nel caso in cui i nemici politici avessero depositato denunce in Procura. La possibilità che la sindaca potesse commettere errori era sul tavolo ma di fatto ritenuta remota. Ecco perché per tenere alta la bandiera dell’intransigenza sono state previste come opzioni per le dimissioni scenari che sembravano lontanissimi, come il patteggiamento, appunto, che ora invece spunta minaccioso.
Infatti, seguendo la genesi del regolamento le possibili sanzioni, più tenere e indulgenti, riguardanti gli esiti sperati delle indagini su Raggi, sono state accarezzate e comprese in una gamma di gravità che rientra «nell’apprezzamento discrezionale del Garante, del Collegio dei Probiviri con possibile ricorso del sanzionato al Comitato d’appello». Solo questi organi politici infatti possono valutare se sia grave oppure no ai fini disciplinari «la dichiarazione di estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova, di sentenze di proscioglimento per speciale tenuità del fatto, di dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione».

Insomma, un classico caso di dilemma del prigioniero.

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