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La storia del "daspo" dell'Ucraina a Salvini per le sue posizioni su Putin e sulla Crimea

@Massimiliano Cassano|

sindaco Przemysl Wojciech Bakun maglietta putin matteo salvini

Si fosse trattato del 2015, Matteo Salvini non avrebbe potuto neanche pensare di organizzare una manifestazione come quella – poi immediatamente ritrattata – di “entrare” simbolicamente in Ucraina valicando il confine con la Polonia per dimostrare solidarietà al popolo che sta subendo l’invasione della Russia. Gli sarebbe stato impossibile perché, per un breve periodo di tempo, è stato destinatario di un “daspo” da parte del governo di Kyiv, che nel 2014 lo ha inserito nella lista degli “ospiti non graditi” per il suo passato costellato di dichiarazioni filo-putiniane su Crimea, Donbass e sullo stesso presidente della Federazione Russa.

La storia del “daspo” dell’Ucraina a Salvini

Il confine, per lui, sarebbe stato metaforicamente proprio Przemysl, la città polacca a pochi chilometri dalla frontiera nella quale il sindaco gli ha pubblicamente sventolato in faccia una maglietta col volto del titolare del Cremlino. E il motivo è – tra gli altri – proprio quella maglietta, indossata al Parlamento europeo come segno di contestazione alle istituzioni comunitarie e di supporto all’oligarchia di Mosca. Fonti dell’ambasciata a Roma hanno confermato a Repubblica il divieto temporaneo d’ingresso nel Paese, dopo che il leader della Lega registrò da Sebastopoli, in Crimea, un video in cui definì “regolare e libero” il referendum contestato da Ue e Nato con il quale la regione dichiarava la propria autonomia dal governo centrale.

Gli altri destinatari del provvedimento

Nei giorni scorsi erano usciti i nomi di altri destinatari di provvedimenti simili, come Silvio Berlusconi – storico amico di Putin – e di alcuni deputati leghisti che andarono in Crimea fra il 2016 e il 2017 come Edoardo Rixi, Manuel Vescovi, Jari Colla, il presidente del consiglio regionale veneto Roberto Ciambetti. Tutt’ora non possono mettere piede in Ucraina il deputato leghista Vito Comencini, che recentemente aveva tentato di raggiungere il Donbass, e Gianluca Savoini, l’uomo delle contrattazioni per conto di Salvini con emissari russi all’hotel Metropol di Mosca per il finanziamento della campagna elettorale della Lega.