Opinioni

La “cultura dello stupro” esiste e chi la nega lo dimostra

Ciò che qualche settimana fa è accaduto a Greta Beccaglia, la giornalista toscana palpeggiata fuori da uno stadio, è solo la punta di un iceberg ben radicato. A dimostrarlo, ancora una volta, sono state le diverse reazioni all’accaduto: chi ha difeso la ragazza, considerando quel gesto una vera e propria molestia (cosa che effettivamente è, piaccia o meno ai maschi etero cisgender, anche se poi vedremo è qualcosa di ulteriore), e chi ha definito il tutto come una goliardata, uno scherzo, al massimo un comportamento grezzo e volgare, ma nulla più.

Ancora una volta c’è chi ha colto l’occasione per sottolineare l’esistenza di una vera e propria “cultura dello stupro”, per fortuna, ribadendo l’importanza dell’educazione a partire dai gesti più piccoli ma ugualmente dannosi, e chi invece sostiene che si tratti di un’invenzione radical-chic di stampo femminista (dando un’accezione negativa a questo termine) per sollevare inutili polemiche accusando gli altri di fare inutili polemiche. Perché così le chiama certa gente, “polemiche” anziché rivendicazioni di diritti, di rispetto e dignità. Ma facciamo un punto su questo…

Chi sostiene che la “cultura dello stupro” non esista è perché, secondo queste persone, se parlassimo di cultura vorrebbe dire che lo stupro è la norma quando, fortunatamente, non è così. In realtà con cultura si intende un insieme di norme, valori e ideali culturalmente “accettati”, è vero, ma è sufficiente averli assimilati in modo inconsapevole, dentro di noi, al punto da non renderci conto della loro esistenza e del problema alla radice, per alimentare il peggio con comportamenti sbagliati. E questa escalation può infatti essere facilmente rappresentata a forma di piramide, dove partendo dalla base troviamo (a salire, semplificando un po’):

Atteggiamenti sessisti, scherzi sullo stupro, battute da spogliatoio = comportamenti che non hanno niente di fisico ma che iniziano già a plasmare quello che arriva dopo;

“Boys will be boys” = equivale al nostro italiano “so’ ragazzi!”, ma no, non possiamo giustificare gli atteggiamenti sbagliati utilizzando come scusa il genere di chi li compie, perché essere “un ragazzo” non autorizza al maschilismo;

Diversità negli stipendi = ebbene sì, a parità di mansione una donna oggi riceve meno soldi di un proprio collega uomo, e questo “gap” nel lavoro amplifica lo sminuire del ruolo sociale della donna, che ancora non viene vista come figura abbastanza autonoma, degna di avere un proprio stipendio e quindi di autodeterminarsi in tutto;

“Cat-calling” (molestie per strada come fischi, urli, battute volgari o “complimenti” non richiesti da parte di sconosciuti) e stalking = anche questi sono comportamenti “a distanza”, ma per certi versi più intrusivi dei precedenti perché si nasconde col nome di “complimento” ciò che invece è comunque il calpestamento della volontà altrui;

Esibizionismo e “flashing” (mostrare le proprie parti intime in pubblico) o invio di foto/video dei genitali che non si sono richiesti = qui la molestia, seppur filtrata dalla distanza o da uno schermo, inizia a farsi ancora più pesante, ignorando completamente il consenso della persona malcapitata che così si sente violata;

Palpeggiamenti e contatti non voluti (esatto, come quella toccata “goliardica” data al fondoschiena di Greta Beccaglia) = se fino adesso qualcuno avrebbe potuto avere mezzo dubbio (spero di no), da qui in poi il termine “molestia”, anzi, per la precisione “stupro”, sarà tutto ciò che dovrà restarvi in testa come definizione: esatto, stupro, poiché quello che avviene senza il consenso di chi abbiamo davanti e che porta a un contatto fisico per quanto minimo, rientra sempre in questa categoria;

– “Revenge porn” = la divulgazione di materiale intimo senza il consenso della persona coinvolta è ovviamente una molestia, oltre che un gravissimo reato, ed è inaccettabile nel 2021 (in realtà è inaccettabile anche che lo si chiami ancora “revenge porn”, per prima cosa perché parlando di vendetta, ovvero revenge, si rischia di colpevolizzare la vittima, come se avesse prima fatto qualcosa lei per meritarsi quella violazione della privacy, e poi perché fare sexting, ovvero sesso online, è un’attività intima che non ha niente a che fare con il porno, pertanto una definizione non discriminante sarebbe NCII – non consensual intimate images);

Violazione della “safe word” = se durante un momento di complicità non si rispettano i limiti altrui e le regole stabilite (e quindi la parola concordata da pronunciare per fermare i “giochi”), inutile dire che si sfocia in una molestia;

Manipolazione, costrizione, minacce = violenze di tipo psicologico;

– “Victim blaming” e “shaming” = rispettivamente, la colpevolizzazione della vittima e la sua umiliazione, ovvero il non crederle dopo le violenze ricevute, il giustificare quanto accaduto, il trovare le colpe in una gonna troppo corta o in un atteggiamento fraintendibile, il dare fin troppa voce al colpevole nella narrazione;

Sabotaggio della contraccezione = possibilità di nascondere o distruggere il metodo di controllo delle nascite di una donna, ad esempio costringendola a compiere o porre fine a una gravidanza contro la sua volontà attraverso la violenza o le minacce, ma anche con l’obiezione di coscienza;

– “Stealthing” (condom) = rimuovere il profilattico durante il sesso senza che la donna se ne accorga (e quindi, oltre a impedirle gravidanze indesiderate, la si espone intenzionalmente anche a malattie sessualmente trasmissibili);

Molestare = nel senso più diretto ed esplicito del termine (ma ricordiamo che tutto ciò che avete letto fino ad ora sono molestie);

Drogare = indurre una persona a perdere i sensi per abusare di lei,

Stuprare = avere rapporti sessuali contro la sua volontà, ma anche contatti fisici non concessi;

Uccidere = la punta della piramide che non serve spiegare.

Ecco, ciò che avete letto è appunto una sintetica escalation di atteggiamenti e comportamenti che, da apparentemente innocui, non fanno altro che trascinare una concezione sempre più sbagliata di quello che dovrebbe essere un rapporto consenziente tra esseri umani, e così si arriva, piano dopo piano, gradino dopo gradino, ad alimentare gli atteggiamenti e i comportamenti successivi, portando al peggio fino, appunto. All’uccisione vera e propria della vittima.

E no, ci dispiace, ma non abbiamo più voglia di essere comprensiv* e di giustificare chi non vuole ancora capire che quel peggio nasce proprio da “era solo una battuta” fino al “fattela una risata”. Non abbiamo più voglia di persone, soprattutto maschi etero bianchi che non vivono ogni giorno discriminazioni per la loro condizione, eppure si dispiacciono e condividono immagini di scarpette rosse all’ennesimo femminicidio, quando poi non mancano di ridere alle barzellette sconce tra colleghi. Siamo stanch* e siamo frustrat* perché le parole sono importanti, plasmano la cultura, e la cultura detta la linea di come ci muoviamo e rapportiamo nella società: perciò sì, la “cultura dello stupro” esiste e lo farà finché non accetterete che anche i gesti invisibili uccidono. Perché da una Greta Beccaglia qualunque al peggio che esista il passo è breve, e dobbiamo capirlo.