Economia

Così Facebook aiuta a trovare gli evasori fiscali

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Giuliano Foschini oggi intervista su Repubblica il colonnello della Guardia di Finanza Luigi Vinciguerra, il quale spiega che la caccia gli evasori fiscali in Italia funziona anche attraverso i social network come Facebook:

Come individuate i contribuenti a rischio?
«Cerchiamo di capire chi ha un tenore di vita non compatibile con i propri redditi. Ci sono le investigazioni tradizionali ma abbiamo recentemente anche affinato altri tipi di metodi».

Per esempio?
«I social network rappresentano ormai una maniera di comunicare abituale per chiunque. Bene, se ci rendiamo conto – dagli abiti indossati, fotografie di viaggi – che c’è qualcosa che non torna, cerchiamo di approfondire e verificare se effettivamente tutto è in regola. Detto questo, abitualmente gli strumenti che utilizziamo sono altri: banche dati apparentemente separate, per esempio, ma che in realtà mettiamo in collegamento tra di loro. Ciascun comportamento ha poi in qualche maniera un ricasco fiscale. Per esempio: se becchiamo qualcuno a produrre capi contraffatti, cerchiamo la manodopera irregolare. E poi i soldi che non hanno dichiarato: sono sempre reinvestiti in attività legali».

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L’evasione fiscale in Italia (Il Messaggero, 25 agosto 2019)

Come si evade il fisco in Italia?
«Portando i soldi all’estero in maniera fittizia. Manipolando i prezzi di trasferimento nelle operazioni infragruppo, costituendo stabili organizzazioni occulte di multinazionali estere. Capisco che possa sembrare qualcosa di molto raro o lontano. Ma nell’ultimo anno e mezzo abbiamo scoperto più di duemila casi, sono quattro al giorno. Accanto a questi, ci sono poi i contribuenti che provano a non pagare l’Iva».

Il sistema della fatturazione elettronica non ha aiutato?
«Sì, ci ha aiutato. Perché ora è possibile individuare più velocemente chi viola le norme. Ed è più facile anche contrastare le false dichiarazioni d’intento, cioè chi dice di vendere poi all’estero per beneficiare dell’esenzione Iva. Ma evidentemente, come dimostrano molte delle nostre indagini, non basta. C’è bisogno di un lavoro, soprattutto culturale, più profondo».

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