Economia

Così le banche in Grecia si sono fatte salvare dai cittadini europei

Non è una novità, anzi: ma è interessante che proprio mentre la trattativa tra Grecia ed Europa entra nel vivo oggi si torni a parlare del salvataggio «della Grecia» nel modo più corretto: ovvero come di un travaso del rischio dagli istituti di credito del Vecchio Continente al contribuente europeo. E che lo si faccia anche in Italia, dove tra ieri ed oggi Sole 24 Ore e Corriere della Sera hanno raccontato come i due salvataggi della Grecia siano stati, di fatto, un aiuto a francesi e tedeschi: e così, i soldi pubblici hanno permesso alle banche d’Oltralpe di uscire dall’esposizione nei confronti di Atene, caricandola sugli Stati europei e distribuendola «equamente» – si fa per dire – anche tra i paesi come l’Italia.

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L’infografica del Sole 24 Ore sul salvataggio della Grecia nel 2009 (18 febbraio 2015)

COSÌ LE BANCHE IN GRECIA SI SONO FATTE SALVARE DALL’EUROPA
Tutto parte dalla fine del 2009, quando cominciano gli allarmi sulla Grecia: all’epoca gli istituti di credito in Francia e Germania erano i più esposti nei confronti di Atene, con un’esposizione rispettivamente di 78,8 miliardi e 45 miliardi. Le banche italiane, solo per fare un confronto, erano invece a quota 6,8 miliardi mentre le spagnole raggiungevano quota 1,2. Nel maggio 2010 il salvataggio della Grecia impone di mettere le mani nelle tasche del contribuente europeo, e la stessa cosa accade nel 2012. E così, sommando tutti gli strumenti finanziari, si arriva alla situazione odierna, quando i creditori diventano gli Stati: la Germania per 61 miliardi, la Francia per 46, l’Italia per 40,8. Nel frattempo le banche tedesche riducono la loro esposizione a 13 miliardi e quelle francesi a 1,8. E così, ricordava Morya Longo ieri sul Sole, l’esposizione privata di Atene è diventata pubblica. E in modo non uniforme, visto che mentre per la Germania l’esposizione complessiva prima era pari a 78 miliardi (di soldi delle banche), ora è di 48 miliardi (di soldi pubblici), per l’Italia dai 6,8 miliardi (di soldi delle banche) si è arrivati a 42 (quasi esclusivamente pubblici). «Salvate la gente, non le banche», era uno degli slogan più in voga all’epoca. Aveva ragione. Oggi sulla storia torna anche il Corriere della Sera:

Si chiamano Herr Schmidt, Monsieur Dupont, Signor Rossi e Señor Garcia. Sono i contribuentistandard dell’Eurozona.E sono diventati anche i principali creditori di Atene. Passati da un saldo nullo alla fine del 2009 a un credito di 204 miliardi di euro nel settembre del 2014. Nello stesso periodo, invece, l’alta finanza delle grandi banche ha seguito la direzione opposta: il suo credito è sceso da 153 a 18 miliardi di euro, con un calo dell’88%. I numeri — riferiti alle sette principali nazioni dell’Eurozona: Germania, Francia, Italia e Spagna, ma anche Austria, Paesi Bassi e Belgio — raccontano la metamorfosi del debito greco in questi cinque anni di crisi.
Prima i creditori più esposti erano le banche, adesso sono i bilanci pubblici nazionali. Allafine del 2009 i pesanti allarmisui conti pubblici greci hanno portato sotto le luci della ribalta il dramma ellenico. Poi, dopo una serie di salvataggi pubblici, gran parte dell’esposizione greca di molte banche è stata trasferita ai paesi dell’Eurozona. Per l’alta finanza è stato in parte un alleggerimento, in parte l’effetto della ristrutturazione del 2012, quando il valore del credito degli investitori privati è stato tagliato,e non poco.

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L’infografica del Corriere della Sera sui conti di Atene (19 febbraio 2015)

Ma in cinque anni sono cambiati anche i pesi delle diverse nazioni creditrici:

La ricostruzione Paese per Paese vede l’esposizione degli istituti tedeschi crollare dai 45 miliardi del 2009 ai 13,5 miliardi del 2014. Ancora più giù le banche francesi: da 79 a 2 miliardi. Quelle italiane sono passate da 7 a un miliardo. Sono invece cresciuti in misura diversa i crediti statali: tutti partiti da quota zero, Berlino è arrivata a 62 miliardi, Parigi a 46,5 miliardi e Roma a 41 miliardi.
È l’effetto del peso dei singoli Stati all’interno delle istituzioni pubbliche creditrici: perché i saldi nazionali, oltre i finanziamenti bilaterali, includono le garanzie statali al fondo di salvataggio Efsf e il pro quota dei titoli greci comprati dalla Banca centrale europea. Così, nel passaggio dalle banche ai bilanci pubblici, la metamorfosi del debito greco è stata anche nazionale.

UNA SOLUZIONE POSSIBILE E UN DISASTRO PROBABILE
Per questo l’Economist consigliava qualche tempo fa a Tsipras di abbandonare le sue originalità e di continuare sulla strada delle riforme in cambio di un taglio del debito o di un allungamento delle scadenze. Tsipras, consiglia l’Economist, potrebbe «sfogare le sue pulsioni di sinistra» combattendo gli oligopoli e la corruzione, mentre l’allentamento dell’austerità potrebbe essere anche un modello per altri paesi come Francia e Italia. Ma tutto questo rimane un sogno, visto che le posizioni di Atene e Berlino non sono assolutamente queste e la Merkel riesce a malapena ad accettare il Quantitative Easing, figuriamoci una ristrutturazione che coinvolgerebbe anche gli altri malati del continente. E allora non resterebbe che il Grexit, ovvero l’uscita della Grecia dall’euro. Che sarebbe sicuramente meno dolorosa del 2012, ma farebbe comunque male. In Grecia le banche salterebbero, verrebbe bloccata la circolazione dei capitali e il reddito dei lavoratori perderebbe valore, mentre la disoccupazione raggiungerebbe livelli superiori al 25%. Secondo il settimanale anche il Portogallo, la Spagna e l’Italia a quel punto potrebbero rischiare l’uscita, visto che nel frattempo l’efficacia delle nuove tutele della moneta unica, l’unione bancaria e il fondo di salvataggio non è ancora stata testata. D’altro canto, se Tsipras non ottiene la riduzione del debito con che faccia si potrebbe ripresentare davanti agli elettori greci? E se invece ottiene solo piccole migliorie rischia di trovarsi senza una soluzione ai problemi di Atene: e a quel punto anche chi in Italia e negli altri paesi del sud dell’Europa chiede l’uscita dall’euro come soluzione ai problemi riacquisterebbe ancora più voce. In più, ci sono anche altri problemi tecnici da risolvere. La BCE è fermamente convinta di non poter fornire liquidità d’emergenza alle banche della Grecia o comprare le sue obbligazioni a meno che il governo Tsipras non abbia in mano un programma concordato con i creditori, per scongiurare un’eventuale corsa agli sportelli che aumenterebbe i problemi. Allungare le scadenze può essere una soluzione intermedia, ma sarebbe troppo poco per Tsipras e troppo per la Merkel.
Il debito della Grecia (Centimetri, infografica)
BYE BYE BERLINO?
La Grecia insomma finirà per costringere l’Europa a fare scelte difficili. E i tedeschi dovrebbero comprendere una volta per tutte le conseguenze della loro ostinazione. Cinque anni dopo l’inizio della crisi dell’eurozona i paesi meridionali rimangono bloccati in una trappola fatta di crescita zero e alti tassi di disoccupazione. L’onere totale del debito potrebbe continuare a salire nonostante l’austerità fiscale. Se la Merkel – conclude il settimanale – continuerà ad opporsi a tutti gli sforzi per far partire la crescita e bandire la deflazione nella zona euro, condannerà l’Europa a un decennio perduto ancora più debilitante di quello giapponese. E rischia di innestare un’ondata di populismo in tutta Europa. Difficile pensare che la moneta unica possa sopravvivere in queste condizioni. E nel caso a perderci di più sarebbe proprio la Germania».  La Francia vuole aiutare la Grecia a restare nell’Euro e nell’Ue e da parte sue giocherù un ruolo per aiutare Atene a trovare una soluzione con la troika (Bce-Fmi-Ue) attraverso il dialogo, ma senza prescidenre dalle riforme interne necessarie per garantire i mercati, ha detto oggi il ministro delle Finanze francese, Michel Sapin, al termine dell’incontro a Parigi (il primo all’estero) con il suo omologo, Yanis Varoufakis. Sapin ha aggiunto che spetta al nuovo governo greco assicurare che nei prossimi giorni i mercati siano i più calmi possibile per preparare gli strumenti necessari per definire un programma di riforme. Il titolare dell’economia di Parigi ha sostenuto di essere certo che la Grecia sarà in grado di superare le sue difficoltà attraverso il dialogo con tutte le parti interessate. Varoufakis ha detto che la Grecia resterà nell’euro. Il fondatore Bernd Lucke è stato confermato alla guida del partito euroscettico tedesco, Alternativa per la Germania (Afd), e ha ottenuto che entro dicembre vengano rimossi i suoi due vice che hanno posizioni piu’ estremiste. In Germania, invece, nel congresso di Afd a Brema che era molto atteso dopo il trionfo di Syriza inGrecia e i malumori contro l’Ue che hanno proiettato il partito nato da appena due anni al 7% nei sondaggi, Bernd Lucke si è detto ”molto riconoscente” al neo-premier ellenico, Alexis Tsipras, per aver «mostrato a quelli dell’Ue che cosi’ non si può andare avanti». Ecco perché la guerra della Grecia all’austerity ci riguarda tutti.