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Cosa c'è dietro il blitz di Linda Meleo alla rimessa ATAC di Portonaccio

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Poco prima delle 10 di stamattina è arrivato l’annuncio: l’assessora ai trasporti Linda Meleo e il presidente della commissione capitolina Trasporti, Enrico Stefano fanno un “blitz” alla rimessa Atac di Portonaccio per verificare la situazione del trasporto pubblico di superficie e dei guasti ai bus. Un blitz che non può non riportare alla mente quello di Paola Muraro, che somigliava più a una piazzata e che arrivava – ma l’opinione pubblica, grazie alla “trasparenza” della Giunta Raggi, lo ha saputo soltanto a fine agosto – dopo che l’assessora all’Ambiente aveva scoperto di essere indagata in un’inchiesta sull’AMA.

Il blitz di Linda Meleo all’ATAC di Portonaccio

Niente di tutto questo riguarda Stefàno e Meleo, che oggi però a quanto pare non sono apparsi molto coordinati come nel video girato insieme in occasione del precedente blitz all’ATAC, che – come i romani hanno già notato – non ha portato alcun miglioramento nella situazione dei trasporti a Roma. Stavolta l’impressione è che i due abbiano marciato divisi per colpire uniti: mentre Stefàno ha pubblicato il suo video su Facebook quando la Meleo non era ancora arrivata, lei nel suo status su Facebook ha dimenticato di citare il presidente della Commissione Trasporti. Ma la parte che ci interessa di più sono le risultanze del blitz: l’assessora Meleo infatti racconta una storia completamente diversa, e non a caso, rispetto alle versioni date dal management su quanto sta succedendo in azienda.
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La Meleo infatti torna all’attacco del suo Nemico Personale Numero Uno, quel Marco Rettighieri che accusa addirittura di essersi disinteressato al trasporto di superficie. Ovviamente evita di nominarlo per non incorrere al rischio di querele, e lo chiama “la vecchia governance”. Contemporaneamente la Meleo non sembra aver notato alcunché di strano riguardo i tanti, troppi guasti che lamentano gli autisti del bus. Eppure l’azienda è stata molto chiara parlando apertamente di boicottaggio: ad esempio notando che i guasti sono aumentati in maniera esponenziale da metà giugno e andando anche molto oltre. La ragione sarebbe dovuta alla trasformazione dell’azienda operata da Marco Rettighieri, che ha dato un taglio ai distacchi concessi ai sindacalisti e revocato le licenze agli attivisti, tagliando anche 10mila ore di permessi e chiedendo alle sigle di risarcire l’azienda per le assenze ingiustificate: un assegno da 400mila euro che i sindacati hanno dovuto staccare, 200mila soltanto da Cgil e Cisl. L’UGL non ha trovato un accordo per il risarcimento e il suo segretario generale, Fabio Milloch, è stato licenziato. Poi c’è la storia dell’appalto per le mense aziendali:

Sempre Rettighieri, insieme all’amministratore unico di Atac, Armando Brandolese, a fine maggio ha consegnato in Procura un altro dossier. Stavolta nel mirino è finito il Dopolavoro, una società partecipata al 100% da Cgil, Cisl e Uil e che per 40 anni ha gestito le mense aziendali più una serie di strutture ricreative. Una commessa da oltre 4 milioni di euro l’anno, pagati a piè di lista da Atac. Particolare: non c’è mai stato un contratto. Tutto risale a un vecchio accordo sindacale del 1974. Mai una gara,mai un controllo sul numero effettivo di pasti erogati ai dipendenti (i quali, peraltro, dovevano pagare una quota aggiuntiva ogni volta che si mettevano a tavola). Morale della favola: l’affidamento è stato sospeso ed è stata indetta una procedura aperta per mettere il servizio sul mercato. Al miglior offerente. Subito dopo averlo saputo, i sindacati hanno spedito una lettera al diggì per sospendere «tutte le relazioni industriali».

Eppure tutto questo l’assessora Meleo sembra non averlo notato. Più precisamente la Meleo non ha riservato alcuna dichiarazione pubblica a quanto è successo in ATAC, agli esposti alla magistratura e alle denunce di sabotaggio arrivate dai dipendenti. Tante notizie sui giornali e, a far da contraltare, il silenzio dell’assessora, che forse non si è ancora resa conto che una delle parole d’ordine della giunta, oltre a “trasparenza”, è “onestà”. Oppure lo sa benissimo.
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Le accuse ai manager, gli applausi ai sindacati

Ma non è un segreto che i sindacati dell’ATAC abbiano puntato tutto sulla giunta M5S, garantendo un importante serbatoio di voti per elementi di spicco tra i grillini romani (non a caso Marcello De Vito ha stravinto la gara interna sulle preferenze): questo è un elemento che ci aiuta facilmente a capire come mai la Meleo se la prenda con i manager ma non sprechi una parola che sia una riguardo inchieste e indagini interne che mettono sotto accusa i sindacalisti, nemmeno per dirci se secondo la sua opinione si stanno raccontando cose vere o false. L’obiettivo di Linda Meleo, piuttosto scoperto, è quello di addossare ogni responsabilità di quanto accade al management appena dimessosi e non disturbare il sindacalismo né i tanti miracolati dell’ATAC, e nemmeno dire una parola sui concorsi truccati per entrare nell’azienda di mobilità romana. Eppure è curioso che la Meleo accusi “la vecchia governance” di aver ignorato i problemi del trasporto di superficie visto che proprio Rettighieri nell’ultima lettera inviata alla Meleo scriveva chiaro e tondo che «il sistema TPL di superficie vede quotidianamente, anche per motivi a Lei ben noti ed esogeni rispetto ad Atac (sindacati), numeri ragguardevoli di vetture che rientrano per guasti, oggetto, tra le altre cose, di alcune nostre lettere di chiarimento».
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In omaggio alla trasparenza in stile Giunta Raggi, la Meleo non ha mai reso pubbliche le lettere di chiarimento di Rettighieri che descrivevano in maniera più circostanziata le responsabilità dei guasti. D’altro canto, nel momento in cui Virginia Raggi dichiara in pubblico che lo sciopero proclamato da alcuni sindacati in coincidenza con la partita dell’Italia era “soltanto una coincidenza”, cosa deve fare un povero assessore? In più nel suo attacco la Meleo sembra ignorare tranquillamente una vicenda che invece l’ha vista protagonista nei primi, turbolenti giorni della Giunta Raggi. Il Comune di Roma aveva infatti stanziato la cifra di 58 milioni di euro per ATAC, ma successivamente, come disse la stessa Raggi in consiglio, quei soldi «sparirono».

La questione dei soldi per la manutenzione

Ovvero, come ha spiegato Enrico Stefàno ad Agorà qualche tempo fa, “i 18 milioni di euro, (parte dello stanziamento complessivo di 58 milioni disposto dalla delibera 44/2015), erano già previsti all’interno del piano triennale di investimenti di Roma Capitale. Il prefetto Tronca all’ultimo, prima del nostro arrivo, li ha tolti dalla manutenzione, adesso noi ci stiamo cercando di recuperarli”. Ma senza illusioni, aveva spiegato sempre Stefàno: “Conosciamo i bilanci, non sarà un lavoro immediato reperire questi soldi”. Il Tempo ha scritto qualche tempo fa che quei soldi sono stati sacrificati da Tronca per tenere a galla Roma Metropolitane, a causa della grave situazione economica in cui versa l’azienda. Cosa è successo dopo? È successo che ATAC ha provato a chiedere i soldi alle banche, che glieli hanno negati visto che c’è già un corposo piano di rientro da una situazione debitoria disastrosa da rispettare. E anche a causa dei dubbi della giunta sul piano industriale e la sospensione della vendita del patrimonio immobiliare di ATAC.

E gli ex vertici di ATAC hanno anche ricordato un’altra grande decisione dell’assessora silente:

Da fine luglio non arrivano materiali nelle officine. E dopo un mese e mezzo le scorte si sono esaurite. Risultato: i meccanici interni non sanno più come intervenire. E lasciano le navette ferme in garage. La paralisi si sarebbe potuta evitare? Forse sì. Almeno ne era convinto l’ex direttore generale di Atac, Marco Rettighieri. «Per avere liquidità, bastava sbloccare il piano di dismissione degli immobili non strumentali», ha detto la settimana scorsa nella conferenza stampa d’addio. Un’operazione che avrebbe potuto portare nelle casse dell’azienda fino a «160 milioni di euro», come si legge nella relazione del 24 giugno. Solo attraverso l’alienazione di cinque immobili dismessi, prevista dal piano industriale 2015-2019, sarebbero arrivati 98,2 milioni. Ma la giunta M5S ha bloccato tutto. E starà alla nuova governance trovare alternative in grado di rimettere in sesto il servizio di superficie.

Insomma, la Meleo dice che la vecchia governance si è disinteressata al trasporto di superficie, ma la verità è che non c’erano i soldi per fare la manutenzione. E i soldi non c’erano per precisa decisione politica e responsabilità della Giunta. E a questo proposito sarebbe il caso anche di ricordare la faccenda dei 18 milioni che il Comune e l’assessorato ancora oggi sostengono di aver già dato ad ATAC. La stessa Meleo ne ha parlato un paio di giorni fa su Facebook:

Lo ribadisco per l’ennesima volta: le risorse sono già nella disponibilità dell’azienda dei trasporti da agosto. Basta dire il contrario. Abbiamo adottato il 12 agosto una delibera di giunta immediatamente esecutiva per questioni di urgenza, che, funzionando come se fosse un decreto legge, diventa efficace prima del passaggio in Assemblea capitolina. A questa è immediatamente seguita una determinazione dirigenziale.
Ne deriva che i soldi ci sono e l’Atac potrà utilizzarli una volta che presenterà lo stato di avanzamento lavori (SAL), in accordo con il piano degli interventi da realizzare presentato il giorno 11 agosto. Serve una precisazione: secondo normativa vigente, in sede di appalto, non è possibile pagare i fornitori ex ante. Ne deriva che inviare un bonifico di 18 milioni ad Atac, destinato a finanziare i nuovi lavori di manutenzione straordinaria indicati dall’azienda nella suddetta nota, avrebbe costituito attività fuori dai parametri di legge. Quindi chi parla di un fantomatico bonifico dice sciocchezze.

Lo status della Meleo in realtà mette più dubbi di quanti ne levi. In primo luogo perché un decreto legge non c’entra niente con una delibera d’urgenza. In secondo luogo perché la Meleo ammette quello che Rettighieri diceva: se ATAC potrà utilizzare i soldi “se presenta il SAL”, questo significa che i soldi non sono nella disponibilità dell’azienda. Poi c’è da segnalare che quei soldi che il Comune vuole dare ad ATAC non sono il pagamento di un fornitore né si tratta di un appalto. In ultimo, lo Stato di Avanzamento dei Lavori dovrebbe presentarlo la ditta di manutenzione ad ATAC, non ATAC al Comune di Roma. Ma l’azienda senza quei fondi in cassa non può impegnarsi con la ditta di manutenzione. Trattasi quindi di tipico serpente che si morde la coda. In tutto ciò, la Meleo sta accuratamente evitando da settimane di fornire una spiegazione sulla presunta ingerenza di cui è stata accusata per lo spostamento di un dipendente che è anche attivista grillino e cugino di un’assessora M5S. Un’ingerenza sulla quale la Meleo non ha ancora dato una risposta pubblica, anche qui in piena linea con la filosofia della trasparenza quanno ce pare della giunta Raggi. La verità è che dietro i blitz, le piazzate e la propaganda di Linda Meleo non c’è nessuna vera risposta.

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