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Coronavirus: Gad Lerner e Milano grande malata d’Italia

Smettiamola di dare la colpa ai runner o ai proprietari di cani. Non ci crede più nessuno. Il contagio avanza nelle case, si trasmette nelle famiglie numerose e nei luoghi di lavoro. La metropoli più europea d’Italia rivela una drammatica vulnerabilità proprio nelle sue fasce deboli: gli anziani, le periferie, i senza fissa dimora, i centri di accoglienza

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Su Repubblica di oggi Gad Lerner analizza la situazione tragica dell’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 a Milano, grande malata d’Italia nella regione che non vede fermarsi la corsa dei suoi contagi nonostante l’ospedale Fiera di Milano e il dinamico duo Fontana & Gallera:

Milano come Londra: metropoli ricche ma appestate. La locomotiva d’Italia non sta riuscendo ancora a venirne fuori, sebbene calino i ricoveri in terapia intensiva, perché il numero dei contagiati è molto, molto superiore a quel che dicono le cifre ufficiali. Districarsi nelle statistiche aiuta poco. L’Istat certifica una cifra di decessi in città raddoppiati rispetto all’anno scorso, ma ad aprile ci sono stati giorni in cui se ne sono contati il triplo e il quadruplo. E siccome parliamo di una provincia di 3 milioni e 260 mila abitanti, di cui 1 milione e 350 mila residenti nel comune capoluogo, il rompicapo è che non si possono circondare “zone rosse”.

Un istituto di ricerca, In Twig, ha ipotizzato che i portatori di Covid-19 nella provincia milanese siano 135 mila. Non tutti gravi, per fortuna, spesso asintomatici, ma certamente molto più numerosi di quanto non dicano i bollettini redatti sulla base dei tamponi effettuati in quantità del tutto insufficiente: meno di seimila al giorno. «Il picco è arrivato a Pasqua e non vediamo ancora la discesa», ammette il sindaco Beppe Sala, attaccato al telefono con gli epidemiologi. Da loro si viene a sapere che difficilmente prima di giugno inoltrato si arriverà ad avvicinare allo zero il numero delle morti che portano il Covid-19 come concausa.

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Qual è il problema vero della città?

E allora, per capirci di più, bisogna ascoltare la voce dei medici di base lasciati per settimane senza strumenti di protezione e senza protocolli farmacologici adeguati. Quando li ho incontrati che facevano la fila in un hub di periferia per ritirare finalmente tre mascherine e tre flaconi a testa distribuiti dal Comune, i loro racconti spiegavano molto: malati rimasti a casa che contagiano i familiari. E in assenza di consegna di pacchi alimentari a domicilio, tante madri di famiglia che vanno a fare la spesa portandosi dietro il virus invisibile. Basta conoscere i cortili interni dei casermoni di periferia, dove si affolla una popolazione di ragazzi rimasti senza scuola e di adulti disoccupati, per intuire quali siano i veicoli inconsapevoli del contagio. Se ci aggiungete gli spostamenti di centinaia di migliaia di persone che continuano a spostarsi per lavorare, diventa più facile comprendere su quali gambe incede l’epidemia. Troppo comodo scaricare la responsabilità sui milanesi indisciplinati che vanno ancora in giro, o addirittura sulla presunta indulgenza delle forze dell’ordine, come fa l’assessore regionale Gallera’.

Smettiamola di dare la colpa ai runner o ai proprietari di cani. Non ci crede più nessuno. Il contagio avanza nelle case, si trasmette nelle famiglie numerose e nei luoghi di lavoro. La metropoli più europea d’Italia rivela una drammatica vulnerabilità proprio nelle sue fasce deboli: gli anziani, le periferie, i senza fissa dimora, i centri di accoglienza. In aggiunta alla gran massa della manodopera. Il sindaco Sala rifiuta la tentazione di fondare sulla paura le prossime settimane di lotta contro il nemico invisibile: «Basta, non è vero che la popolazione si contagia perché è indisciplinata. In Cina le persone non uscivano di casa perché venivano assistite a domicilio. E poi, diciamocelo, troppa gente è ancora sprovvista di mascherine. Sto pensando a come far da soli, comprare i macchinari necessari, riconvertire aziende che finalmente le producano qui a Milano». Le sirene delle ambulanze seminano inquietudine, le file davanti ai supermercati si allungano. La grande malata — finché zoppica la sua medicina di territorio — non può accontentarsi del calo dei ricoveri in pronto soccorso, se intanto deve convivere col virus annidato nelle case. È lì dentro, nella Milano che non si vede, che devono arrivare il cibo e la cura senza cui non c’è futuro.

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