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Il Brasile di Bolsonaro tra voci di golpe e la mancanza di fosse per seppellire i morti per Coronavirus

Mentre il presidente chiede ai suoi fans di entrare negli ospedale per filmare i malati da Coronavirus, il Brasile non sa più dove seppellire i morti

Il presidente Jair Bolsonaro ha smentito che le Forze Armate “eseguano ordini assurdi come per esempio la presa di potere”. La “rassicurazione” è conseguente alle ipotesi, riferite dalla stampa Usa, che l’esercito stesse preparando un colpo di Stato per mantenere il potere al presidente, a sua volta un ex militare, nel cui governo siedono diversi rappresentanti delle Forze armate. La pubblicazione della notizia sul New York Times ha provocato la protesta dell’ambasciatore brasiliano a Washington. Inoltre, prosegue la dichiarazione di Bolsonaro, contenuta in una nota ufficiale, i militare non accettano neanche “tentativi di presa del potere da parte di un altro potere della Repubblica, contrario alla legge, o per conto di processi politici”.

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Intanto, però, mentre il presidente chiede ai suoi fans di entrare negli ospedale per filmare i malati da Coronavirus, Emiliano Guastella sulla Stampa racconta che il Brasile non sa più dove seppellire i morti:

Se i parenti non li hanno mai reclamati, le tombe vengono rimosse, le ossa finiscono in un’urna, depositati temporaneamente su un container. Il cimitero deve far posto ai nuovi morti, quelli di coronavirus che continuano ad arrivare senza sosta a Vila Nova Cachoeirinha, Sao Luiz, Campo Grande e Dom Bosco. Per ora, l’operazione è in corso nel camposanto di Vila Formosa, dove sono già stati estratti i resti da decine di tombe. È il Brasile piegato dal virus, un Paese che non fa nemmeno più i conti con la pietà e ha due volti. Marcio Antonio do Nascimento stava passeggiando sul lungomare di Copacabana quando ha visto una scena che lo ha fatto rabbrividire; un sostenitore di Jair Bolsonaro intento a buttare giù le croci infilate nella sabbia dalla Ong «Rio da Paz» per ricordare i morti della pandemia in Brasile.

Marcio è corso subito a rimettere le croci al loro posto e con gli occhi pieni di lacrime ha gridato forte il nome di suo figlio Hugo, morto a metà aprile per il virus. «Aveva 25 anni, si è sentito male all’improvviso e dopo due settimane se ne è andato, lasciandoci un vuoto enorme». Hugo, che lavorava in una ditta di informatica e nei fine settimana faceva il dj, è spirato al Ronaldo Gazzola di Acarì, periferia Nord di Rio, ospedale dove si è consumata questa settimana un’altra delle scene più forti della tragedia che sta martoriando il più grande Paese del Sudamerica. I famigliari di una donna di 56 anni deceduta lì sono entrati infuriati con l’animo di linciare i medici che, a loro avviso, non avevano fatto il sufficiente per salvarla. Dieci minuti di follia, porte e computer rotti, gli infermieri chiusi nei bagni per paura di essere malmenati.

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