Economia

A chi conviene la svalutazione dell'euro?

svalutazione euro

Le ultime mosse della BCE, con l’annuncio del Quantitative Easing e la riduzione del tassi di interesse, stanno portando l’euro a svalutarsi contro il dollaro. La Banca Centrale Europea punta su un ulteriore deprezzamento della moneta unica nel prossimo futuro. Basterà questo a tirarci fuori dalla crisi?
 
EURO VS DOLLARO E LA STAFFETTA FED – BCE 
A partire da maggio di quest’anno, l’euro ha incominciato una lenta discesa nei confronti del dollaro sulla spinta combinata degli annunci di politica monetaria della Banca Centrale Europea e delle azioni della Federal Reserve degli Stati Uniti. Quest’ultima sta mettendo in atto il cosiddetto tapering, ovvero la graduale riduzione degli acquisti di titoli dai mercati finanziari mentre da Francoforte arrivano segnali nella direzione opposta, con l’annuncio di un – seppure limitato – Quantitative Easing a partire da ottobre. La politica meno espansiva della Fed induce così i capitali a rientrare, nell’attesa di un rialzo dei tassi, cosa che tende ad apprezzare la divisa americana. Il processo opposto avviene, e ancor più avverrà quando il mini-QE inizierà per davvero, dal nostro lato dell’Oceano. Il presagio della “staffetta” tra le due banche centrali è bastato a svalutare l’euro di 8 punti percentuali da maggio ad oggi. Non molto, ma l’accelerazione di inizio settembre, a seguito dell’annuncio del QE da parte di Mario Draghi, fa ben sperare per una svalutazione più consistente.

Cambio euro/dollaro (svalutazione)
Il cambio euro/dollaro

 
UN RIMEDIO ALLA DEFLAZIONE?
Ipoteticamente la svalutazione dovrebbe produrre effetti positivi sull’economia dell’eurozona. Gli economisti mainstream sottolineano due possibili effetti positivi: da un lato l’ovvio (ma vedremo non poi così tanto) riverbero positivo sulle esportazioni, dall’altro l’aumento dell’inflazione dovuto all’incremento dei prezzi dei prodotti importati (tra cui le materie prime e in particolare il petrolio). Questo secondo aspetto pare essere tenuto particolarmente in conto dalla BCE e da quanti sono preoccupati delle tendenze deflazionistiche nell’eurozona. I problemi però sono almeno un paio. In primo luogo l’eventuale “inflazione importata” sarà di modesta entità, perché i prezzi nei paesi industrializzati sono relativamente poco sensibili all’aumento dei costi delle importazioni. Nonostante il (pur modesto) deprezzamento dell’euro in corso, le tendenze deflazionistiche hanno continuato a marciare. Tuttavia ciò potrebbe bastare a portare l’inflazione in terreno positivo e forse un po’ meno lontana all’obiettivo del 2% annuo. Ma la vera debolezza della svalutazione come rimedio alla deflazione sta nel fatto che essa ha un effetto recessivo, non espansivo: va da sé infatti che se le imprese incrementano i prezzi a causa dell’aumento dei costi delle importazioni, la domanda in generale non ne beneficerà affatto. I consumatori si ritroveranno con prezzi più alti, ma con le stesse entrate di prima e, a parità di altri fattori, ridurranno i già miseri consumi. Che provare a importare inflazione non sia un grande affare l’ha ben capito la banca centrale giapponese. Dopo il fallimento della svalutazione dello yen (se si esclude il boom del primo trimestre 2014), La Bank of Japan ora spiega che l’inflazione “buona” (ed efficace in un arco temporale medio-lungo) è quella che viene dagli aumenti salariali.
 
EXPORT? WHAT EXPORT?
L’altro effetto normalmente associato alla svalutazione è l’aumento delle esportazioni. Se l’euro si svaluta, i prezzi dei prodotti europei – tra cui quelli italiani – diminuiscono in termini di dollari (e yen, e rubli, ecc.) rendendo le merci Made in Europe più convenienti. Il ragionamento – un po’ ingenuo – è che questo dovrebbe bastare a farci esportare di più, almeno al di fuori dell’Unione monetaria. E già qui si comprende bene che stiamo parlando di un’arma spuntata: l’Italia esporta per circa il 40% all’interno dell’area euro. Pertanto la svalutazione della moneta unica non interesserà tutte le nostre esportazioni, ma solo un po’ più della metà. Ma il contesto è tutt’altro che favorevole ad una ripresa dell’export anche al di fuori dell’eurozona: tra sanzioni contro la Russia e Stati Uniti che puntano a ridurre il proprio deficit con l’estero, le esportazioni difficilmente possono essere un traino per la crescita.
 
IL COMMERCIO MONDIALE FERMO DAL 2011
A conferma che la crescita trainata dalle esportazioni non è la strada verso la ripresa, vi sono i dati del commercio mondiale. Negli anni d’oro della globalizzazione l’import/export globale cresceva a ritmi superiori al 15% l’anno. Dal 2011 invece è quasi fermo. Complice l’austerità europea che ha depresso gli scambi e reso il nostro continente un esportatore netto, una sorta di “grande Germania” che punta a vendere non solo agli Stati Uniti ma persino ai paesi emergenti.
export mondiale svalutazione
L’export mondiale

svalutazione dell'euro
Deviazione del commercio mondale dal trend pre-crisi

 
Una strategia che destabilizza l’intera economia globale e che non può guidare l’Europa verso la ripresa, a meno di non voler credere nella fantasia: cinesi e russi che diventano i nuovi “compratori di ultima istanza” delle eccedenze europee, come lo erano gli Stati Uniti fino a prima della crisi. Qualcosa del genere è balenato in testa ai tedeschi, ma la crisi in Ucraina sta costringendo anche la Germania a rivedere i suoi programmi.
 
QUESTIONE DI SENSIBILITÀ
Chi dovrebbe beneficiare di più da una svalutazione dell’euro? L’Italia o la Germania? Per saperlo bisogna guardare all’elasticità di prezzo delle esportazioni, cioè alla “sensibilità” del volume di prodotti esportati rispetto al loro prezzo. È probabile che un’auto di lusso sia un prodotto poco sensibile al prezzo (chi compra una Ferrari non bada molto ad un aumento del 2-3%) mentre per un’utilitaria il discorso è opposto. I dati della Commissione europea dicono che l’Italia è il paese dell’eurozona le cui esportazioni sono maggiormente sensibili al prezzo e quindi al tasso di cambio (nella tabella indicato con REER, il tasso di cambio reale effettivo, calcolato sui 60 maggiori partner commerciali si ciascun paese e deflazionato per l’indice dei prezzi delle esportazioni):
Elasticità esportazioni
Elasticità delle esportazioni rispetto al prezzo

La svalutazione dell’euro, quindi, dovrebbe favorire più il Bel Paese che la Germania. Ma su questo il dibattito è più che aperto. L’elasticità di prezzo conta meno quando la domanda estera è scarsa o addirittura calante. Lo evidenziano i dati della stessa Commissione che, per il 2009, l’anno nero della crisi, mettono in luce che calo della domanda estera (Foreign demand nella tabella) ha contato molto di più del cambio, persino per un paese estremamente sensibile ai prezzi come l’Italia.
Schermata da 2014-09-29 01:26:14
In altre parole: possiamo anche svalutare l’euro, ma i guadagni saranno minimi se non riparte la domanda globale e soprattutto se non riparte la domanda all’interno dell’eurozona. Questa è la lezione basilare dell’economia keynesiana: il vincolo della domanda impedisce al funzionamento del sistema dei prezzi relativi di ristabilire l’equilibrio di pieno impiego dei fattori produttivi. Gli “aggiustamenti” basati sui prezzi non funzionano. L’unica soluzione è intervenire sulle quantità domandate. Nel caso europeo la Germania dovrebbe essere costretta ad espandere la propria domanda. Sulla carta lo è, in base al Six Pack, ma la nuova Commissione non sembra particolarmente frettolosa di punire i tedeschi per il loro eccesso di export. A tutto ciò si aggiunge l’estrema incertezza nella misurazione dell’elasticità. A seconda dell’approccio (macroeconomico o microeconomico), del deflattore utilizzato, del tasso cambio considerato (nominale o reale) e di altre variabili che entrano nelle stime, i risultati variano abbondantemente e possono persino ribaltarsi. Una parola definitiva su chi ci guadagnerà dalla svalutazione è quindi, come spesso accade in economia, tutt’altro che a portata di mano.
 
L’ITALIA NELLA MORSA
Sebbene l’Italia presenti molte eccellenze che sono sopravvissute e in qualche caso hanno addirittura prosperato nella competizione globale, persino in questi anni di crisi, l’Italia da almeno due decenni è incagliata in quella che potremmo chiamare la “trappola della mediocrità”. Le imprese italiane hanno reagito all’euro e alla competizione dei paesi emergenti in modo differente rispetto a quelle dei maggiori paesi industrializzati, bloccandosi nelle produzioni tradizionali. Sebbene spesso siano state capaci di migliore la qualità di queste ultime, ciò ha permesso solo una decente sopravvivenza e nulla più. Quando la domanda domestica e internazionale è crollata, la selezione è stata ancora più dura e i nodi sono venuti al pettine. Non che il resto dell’Europa navighi con le vele spiegate, tutt’altro. Persino la Germania, pur potendo godere di tassi di interesse irrisori, a differenza del nostro paese, cresce molto modestamente rispetto agli Stati Uniti. Ma alla crisi di domanda europea e globale l’Italia somma una sua propria crisi strutturale, che trova le proprie radici nella scarsa innovazione e nella piccola dimensione delle imprese, per nulla bilanciate dalla spesa pubblica proprio dove più servirebbe a compensare le incapacità del settore privato del nostro paese. Così si è assistito ad un fenomeno del tutto particolare: mentre prima dell’euro le svalutazioni hanno nascosto l’incapacità del sistema produttivo di rinnovarsi, con l’euro questa situazione si è come congelata e infine con la crisi iniziata nel 2008 il lento declino ha ceduto il passo ad una vera e propria caduta. Si è rivelata infondata l’illusione di chi credeva che con un “vincolo esterno” le imprese italiane sarebbero state “costrette” a cambiare. Ma è altrettanto vero che esse non lo facevano neppure prima, proprio grazie all’assenza di vincoli. Nello scenario di una svalutazione dell’euro le cose non sembrano poter andare in modo diverso. L’euro debole darà forse un’ultima boccata di ossigeno ad un sistema produttivo in buona parte agonizzante. La soluzione richiederebbe investimenti pubblici e politiche industriali e probabilmente un diverso assetto dell’eurozona, ma nulla di tutto ciò è neppure lontanamente nell’orizzonte della politica italiana. Né tanto meno di quella europea.

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