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L’incontro tra Conte e Trump è stato un successo (per Trump)

giuseppe conte donald trump 1

Ok alle sanzioni alla Russia, ok al TAP, ok al programma sugli F-35. Il colloquio tra il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è andato molto bene, soprattutto per gli USA e per i loro interessi. Talmente bene che ora sarà difficile per il premier tornare in Italia a spiegare alla sua maggioranza che tante promesse fatte negli anni non sarà possibile onorarle.

L’incontro tra Conte e Trump è stato un successo (per Trump)

Racconta Tommaso Ciriaco su Repubblica che nella tana del populismo mondiale l’avvocato degli italiani sembra come quel fortunato che scopre di aver vinto la lotteria. All’inizio timido, quasi fuori posto. Poi spregiudicato, con la passione dichiarata per il tycoon che si è preso il mondo. «Caro Donald, sei un negoziatore terribile!». Ma i punti della negoziazione sono quelli che interessano all’uomo oggi a Washington, e le risposte di Conte sono molto chiare:

La verità è che intende proporsi come un avversario dell’establishment, un mini Trump disposto anche a rinnegare le battaglie dei suoi vicepremier per ottenere questo riconoscimento. E quindi via libera al Tap. Nessuna trincea sul progetto degli F35, sebbene i grillini avessero promesso il contrario. Addirittura un plauso agli Stati Uniti che vogliono tagliare il budget da riservare alla Nato, sfidando l’Unione europea. E consenso pieno alle sanzioni a Mosca, ignorando le posizioni di Salvini. In cambio, porta a casa un patto antifrancese sulla Libia – ancora un po’ fumoso, a dire il vero – e una pacca sulle spalle di Trump.

giuseppe conte donald trump

Trump è stato avvertito del fatto che Salvini è l’astro nascente della politica italiana e vede Conte come un argine all’approdo a Palazzo Chigi dell’alleato più stretto di Putin, che oggi in America sta facendo rischiare l’impeachment proprio al presidente. Conte però ha voglia di chiedere all’alleato un piano anti-Macron e Merkel, per una partita che interessa di più all’Italia:

«Ho spiegato a Trump che se davvero vuole una sponda in Europa – confida a sera – se davvero vuole ribaltare gli equilibri dell’Unione, noi ci siamo». Vuole offrirgli l’Italia, anche a costo di far infuriare gli alleati europei e gli azionisti di maggioranza del governo. Anche a costo di destabilizzare ancora Angela Merkel e dare battaglia a Emmanuel Macron. «Se davvero volete indebolirlo, noi siamo pronti. Aiutateci a contenerlo».

Prima che il pranzo ufficiale abbia inizio, il segretario di Stato ed ex capo della Cia Mike Pompeo si affaccia in sala e controlla il menù. Mangeranno insalata di asparagi, parmigiano reggiano e sogliola. Il menù politico, invece, è sempre lo stesso: cosa può ottenere Roma in cambio della destrutturazione soft dell’Europa perseguita da Trump? Visibilità politica, riconoscimento della sua “leadership”. Ma a che prezzo? Scontentare soprattutto i cinquestelle, inimicarsi mezzo continente.

Giuseppe Conte e Donald Trump

Lo scambio tra i due leader è chiaro e parte da un punto diplomatico di grande importanza: la Libia. Conte vuole e ottiene il riconoscimento politico del ruolo di «leadership» in Libia, nell’opera di stabilizzazione, che secondo Palazzo Chigi non può passare da una accelerazione verso le elezioni fissate il 10 dicembre da Emmanuel Macron nel summit di Parigi, in primavera, nel pieno del vuoto politico a Roma. Spiega Ilario Lombardo sulla Stampa:

L’asse con Washington si sostanzierà attraverso una cabina di regia permanente sul Mediterraneo che è ancora tutta da costruire. Trump si limita a parlare di «iniziative congiunte» sulla sicurezza e sulla lotta al terrorismo. Conte festeggia la prova d’amicizia di The Donald: «L’Italia sarà l’interlocutore privilegiato degli Usa in Europa». Ma aggiunge poco sui dettagli: «Saranno definiti in incontri tra i rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa».

Il patto sulla Libia però peserà anche su altre promesse tradite in nome della fedeltà all’alleato Usa. Sugli F35 Conte non si espone apertamente, annuncia che rivaluterà il dossier del programma, firmato nel 2002, ma sa che i margini per un no sono veramente pochi. E glielo fa intuire subito, il tycoon, quando nello Studio Ovale ricorda che l’Italia «sta comprando un sacco di aerei» dagli Stati Uniti.

Allo stesso modo il presidente del Consiglio dice di trovare «logiche» le pretese americane sui fondi alla Nato e comprende che portar via le truppe italiane dall’Afghanistan potrebbe non essere così facile, come pensava Alessandro Di Battista, a meno di non voler creare una frattura con Trump.

La questione quindi non è tanto cosa ha Conte in comune con Trump, ma cosa ha in comune la linea politica del presidente USA con i sogni e le promesse dei governi italiani. Che oggi si trovano con un avvocato (del popolo) che non ha tanta voglia di rappresentarli.

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