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Come il Decreto Sicurezza si ritorcerà contro chi manifesterà per Salvini nelle piazze

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«Tenete il telefono acceso. Perché se ci sarà da scendere in piazza per salvare l’Italia, la libertà e la democrazia ci saremo». Così ieri sera a Massa il ministro dell’Interno, vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. All’inizio del suo discorso il titolare del Viminale ha attaccato «i dieci che si sono riuniti in una villa in Toscana per svendere l’Italia a Renzi e alla Boschi». Dimenticando però che se il M5S ha deciso di scaricarlo (in attesa del voto di domani però sono ancora al governo assieme…) è perché lui per primo ha voluto “staccare la spina” al Governo Conte.

Che cosa sta dicendo Salvini quando parla di piazze ed elezioni?

Che quella spina poi non sia stata staccata, che Salvini sia ancora al suo posto così come tutti i ministri della Lega è solo un dettaglio trascurabile nella narrazione della crisi che non c’è. Perché il Parlamento è in ferie e al di là delle bellicose dichiarazioni dei due leader la maggioranza è ancora quella composta da Lega e MoVimento 5 Stelle. Ma cosa vuole Salvini? Ieri ha detto che vuole andare alle urne e parlato di «libere elezioni democratiche». Ma se si troverà un’altra maggioranza parlamentare non c’è alcuna necessità di tornare al voto prima della scadenza della legislatura. Così come non è stato necessario andare al voto dopo il 4 marzo 2018 quando nessuno dei partiti o coalizioni ottenne la maggioranza per governare da solo e venne inaugurata la stagione del governo gialloverde e del suo contratto.

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Ora che quando cade un governo (non eletto dal Popolo, direbbero certi astutissimi commentatori) si debba andare di corsa al voto è ovviamente un’invenzione di Salvini. Tanto più che oggi, 19 agosto 2019, non è ancora caduto il Governo di cui Salvini fa parte e da quale Salvini – quello assolutamente disinteressato alle poltrone – non ha dato cenno di volersi dimettere. Ma la Lega preferisce far passare il messaggio che siamo di fronte ad un gravissimo attentato alla sovranità popolare anche se in realtà siamo di fronte al nulla più assoluto dal punto di vista Costituzionale.

La piazza di Salvini? Grazie al Decreto Sicurezza non spaventa nessuno

Mentre fioccano le petizioni online per chiedere “Salvini premier” (così, senza nemmeno passare per il voto) o per genericamente affermare la propria vicinanza al vicepremier che «in questo momento è solo politicamente e ha bisogno del sostegno di milioni di italiani… che lo sostengono… che gli vogliono bene… che lo stimano… che lo considerano un eroe…» il titolare del Ministero dell’Interno (proprio quel dicastero che dovrebbe vigilare  sul regolare svolgimento di eventuali elezioni) solletica la pancia del paese e dice che se non si fa come vuole lui chiamerà tutti in piazza. Perché lui è un vero democratico, non un fascista. Poco più di un anno fa era il M5S a giocare col fuoco chiedendo l’impeachment di Mattarella, oggi tocca a Salvini giocare a fare il gilet giallo senza dirlo esplicitamente.

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E Salvini può organizzare tutte le manifestazioni che vuole contro un eventuale nuovo governo. Ma lasciare intendere che proprio grazie a queste manifestazioni di piazza i cittadini potrebbero ribaltare l’esito di quello che accadrà (forse) domani in Parlamento è un gioco pericoloso. Perché non è così che funziona la nostra democrazia parlamentare, perché non è così che si dovrebbe comportare il ministro dell’Interno della Repubblica italiana. Ma c’è un altro motivo per cui “il Popolo” potrebbe avere delle difficoltà a difendere la democrazia nelle piazze come vuole Salvini. E quel motivo è la legge così fortemente voluta da Matteo Salvini: il Decreto Sicurezza.

 

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Gli elettori del Capitano magari pensano che il Decreto Salvini serva unicamente per “chiudere i porti” e fermare il flusso di migranti. Ma non è così, perché nella sua prima versione il Decreto Sicurezza ha introdotto anche alcune misure che rendono più difficili le proteste di piazza. Ad esempio è stato reintrodotto il reato di “blocco stradale” con pene fino a sei anni di reclusione che potrebbe complicare non di poco la vita di eventuali gilet gialli leghisti o di nuovi “forconi” (il movimento populista che negli anni scorsi bloccò strade, caselli e rotonde in attesa della “rivoluzione”). C’è poi anche l’estensione delle misure previste dal cosiddetto “DASPO urbano”  per chiunque «ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione» non solo di infrastrutture di trasporto ma anche  di «aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli», di zone di interesse turistico o di presidi sanitari. Insomma protestare in piazza è più difficile anche grazie a Salvini, il leader “del Popolo” che ai suoi dice di tenersi pronti per andare in piazza. Al di là dei notevoli controsensi però non c’è da preoccuparsi troppo. Perché la “nuova Lega” di Salvini non è poi così diversa da quella di Bossi che sapeva fare bene soprattutto una cosa: essere al tempo stesso una forza di lotta e di governo, magari con qualche suggestione rivoluzionaria come quella dei fucili padani sempre caldi e dei 300 mila martiri pronti ad immolarsi. Anche quella volta non se ne fece nulla e Bossi rimase al governo con Berlusconi. Chissà se anche questa volta la storia si ripeterà, ovviamente come farsa di una farsa.

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