Fact checking

Come CasaPound ha vinto a Ostia

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Il risultato del 9% di CasaPound alle urne della frazione romana di Ostia non è solo la triste conseguenza di un elettorato disorientato. Nel disastroso contesto del commissariamento del municipio per mafia, e conseguente arresto e condanna dell’ex presidente Andrea Tassone (Pd) a 5 anni nell’ambito del processo per Mafia Capitale, i neofascisti sono riusciti a porsi a una parte dell’elettorato come un’accettabile alternativa ai partiti tradizionali e al M5S. Avere quadruplicato i voti ad Ostia per CasaPound significa acquisire credibilità in vista delle elezioni politiche, alle quali puntano ad entrare in Parlamento.

CasaPound e la costruzione del consenso

Il successo elettorale dei neofascisti non è contingente. Negli ultimi anni CasaPound ha indirizzato gran parte delle proprie risorse per costruire una strategia comunicativa efficace, capace di neutralizzare il peso della lunga lista di episodi delinquenziali che gravano sulle spalle di numerosi esponenti di spicco del movimento di estrema destra. Nonché la condanna in primo grado per minacce arrivata a pochi giorni dalle elezioni allo stesso Luca Marsella, candidato presidente di CasaPound per il X Municipio di Ostia e ora consigliere.
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Per raggiungere le proprie aspirazioni elettorali Cpi ha intuito che sarebbe stato necessario agire su molteplici binari. Nel 2010 ha formato una task force interamente dedicata a internet, una sorta di fabbrica dei troll attiva in rete con azioni mirate allo scopo di viziare il dibattito online a loro favore. Si tratta dei cosiddetti websupporter. Capitanati dal leader della sezione di Firenze Lorenzo Berti, hanno lavorato per anni, giorno e notte, – coordinandosi in un gruppo segreto su facebook – allo scopo di epurare dalle notizie sgradite le pagine di Wikipedia riguardanti le loro organizzazioni. Riuscendo, fra le altre cose, a far rimuovere ogni riferimento al killer neonazista Gianluca Casseri, “iscritto a CasaPound in qualità di simpatizzante” (parole del vicepresidente di Cpi Andrea Antonini) che a Firenze uccise nel dicembre del 2011 a colpi di pistola due senegalesi.

Casapound e il Primato Nazionale

Ci si accorgerà ben presto che per rispondere a presunti attacchi mediatici, comunicati stampa e websupporter non bastano. Controllare un quotidiano apparentemente indipendente e slegato dal partito, pronto a rielaborare i fatti per offrire un punto di vista alternativo alla realtà è di gran lunga più efficace. Così viene lanciato a fine 2013 Il Primato Nazionale. L’obiettivo è quello di consolidale, irrobustire e veicolare un potenziale elettorato culturalmente vicino all’area della destra radicale. Il giornale raddoppia in pochi mesi il traffico, raggiungendo nel mese di agosto il picco di 560mila visualizzazioni. A quattro anni di distanza dal lancio debutta come mensile in versione cartacea, nell’ottobre del 2017.
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Se da un lato si utilizzano sotterfugi per oscurare gli episodi di violenza a carico dei militanti, dall’altro i vertici del partito si impegnano a rappresentare CasaPound come un partito moderno e aperto al confronto democratico, elemosinando legittimazione da elementi della società civile. Ne è un esempio il pellegrinaggio di giornalisti importanti nella sede romana di via Napoleone III nell’ambito di un confronto con il leader Simone Di Stefano. L’obiettivo è far passare l’idea che contro CasaPound ci sia soltanto del pregiudizio.

I confronti con i giornalisti 

Secondo Marco Pasqua, vice capo della cronaca del Messaggero di Roma che si è spesso occupato degli episodi di violenza dei militanti di CasaPound “il fatto che autorevoli giornalisti democratici interloquiscono con loro comporta per i neofascisti un risultato che si misura in termini elettorali, come nel caso di Ostia” ha affermato, contattato dalla redazione. “Ricordo che anni fa si trovavano sulle bacheche facebook di militanti di CasaPound frasi antisemite e omofobe. Lo stesso vicepresidente Antonini è stato condannato per favoreggiamento a un narcotrafficante. Ci siamo dimenticati dell’aggressione al giornalista Filippo Rossi, per la quale è in corso un processo che vede come imputato il presidente Gianluca Iannone? La cronaca ci racconta che militanti di Cpi hanno ricevuto condanne per aggressioni a Roma, ma sembra che ci siamo già scordati di tutti questi episodi.” “Mi chiedo – conclude – se negli USA sarebbe ipotizzabile un confronto tra giornalisti democratici e un esponente del Ku Klux Klan. Io credo di no”
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Lo scopo dei vertici del movimento neofascista con questa iniziativa è quello di rappresentare il partito come una novità, quasi come un’alternativa all’estrema destra stessa, piuttosto che una recrudescenza politica dal colore ben definito. Secondo l’analisi di Leonardo Bianchi su Vice Italia, è in atto da parte dei fascisti del terzo millennio un tentativo di superamento dell’antifascismo attraverso lo svuotamento dei simboli dell’estrema sinistra. Lo stesso Simone Di Stefano ha infatti affermato, pur definendosi fascista, di condannare gli errori del fascismo e di fare proprio lo spirito rivoluzionario di Che Guevara.

La graduale uscita di scena delle figure più controverse del movimento

È inoltre da considerare come facente parte di una strategia d’immagine la scelta di CasaPound di spingere alla graduale uscita di scena le figure più controverse del movimento. S’intende però solamente dai riflettori e non da ruoli dirigenziali. Il presidente Gianluca Iannone, sul quale grava una condanna in primo grado a 4 anni di reclusione per avere picchiato un carabiniere a Predappio nel 2006, è stato sostituito in toto, mediaticamente parlando, da Simone Di Stefano, l’uomo sul quale sono concentrate le speranze elettorali di CasaPound. Iannone è inoltre attualmente sotto processo per la spedizione punitiva ai danni del giornalista Filippo Rossi che sarebbe avvenuta nel 2012, quest’ultimo colpevole di aver criticato il movimento neofascista in alcuni articoli.
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In sordina, un esponente di primo piano come Francesco Polacchi è scomparso quasi totalmente dalla vita politica pubblica di CasaPound. Si tratta del fondatore del Blocco Studentesco, l’organizzazione giovanile del partito. Polacchi, che con la solerzia di un vero camerata ha partecipato a diversi scontri di piazza, già condannato a 1 anno e 4 mesi per le aggressioni avvenute nel 2008 a piazza Navona durante una manifestazione studentesca (immortalato in più foto con spranga tricolore fra le mani) è noto per l’attivismo neofascista all’interno di scuole ed università.

Il fratello di Simone Di Stefano, Davide, è invece stato prima condannato 1 anno e 4 mesi per gli stessi scontri avvenuti a piazza Navona, poi arrestato dalla Digos per i violenti tafferugli avvenuti a Casale San Nicola a Roma nel luglio del 2015 durante un presidio dell’estrema destra contro il trasferimento di alcuni richiedenti asilo in un centro di accoglienza. Alberto Palladino, altro esponente di spicco del movimento neofascista, è stato recentemente condannato in via definitiva a 2 anni e 2 mesi per aggressione ai danni di alcuni militanti del Pd con mazze e bastoni, avvenuta a Roma nel 2011. Alla quale si aggiunge la precedente condanna a 1 anno e 9 mesi per gli scontri avvenuti a piazza Navona nel 2008. È totalmente scomparso dai riflettori anche Andrea Antonini, vicepresidente del partito neofascista condannato nell’aprile del 2016 a 2 anni di carcere per favoreggiamento al mafioso narcotrafficante Mario Santafede. Per lo stesso reato è stato condannato anche Pietro Casasanta, presidente dell’associazione di protezione civile di CasaPound “La Salamandra”, a 1 anno e 8 mesi. Questo poco invidiabile curriculum delinquenziale per gli elettori del movimento neofascista probabilmente non conta, ma da qui a far passare CasaPound come un partito che ha giusto la veniale mancanza di peccare di un po’ di anacronismo c’è una bella differenza.

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