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Perché la legge è dalla parte di Carola Rackete

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La comandante della Sea Watch 3 Carola Rackete è stata arrestata per la violazione dell’articolo 1100 del codice della navigazione. Il testo della norma dice: «Il comandante o l’ufficiale della nave, che commette atti di resistenza o di violenza contro una nave da guerra nazionale, è punito con la reclusione da tre a dieci anni». Ma la capitana è davvero in torto?

Cosa dicono le leggi su Carola Rackete e la Sea Watch 3

Come abbiamo ricordato, nel 2000, la nave “Cap Anamur” forzò il blocco navale imposto dal governo Berlusconi, per impedire lo sbarco a Porto Empedocle dei naufraghi salvati. Il comandante e il presidente della Ong “Cap Anamur” furono arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il tribunale di Agrigento ha poi assolto tutti, per avevano adempiuto a un dovere, quello di salvare delle persone in mare.

La capitana Carola Rackete sapeva benissimo, in quel momento, a cosa andava incontro, il suo arresto immediato e il sequestro della nave della Ong, ma ha ordinato all’equipaggio di levare l’ancora e di entrare comunque in porto a Lampedusa, con i 40 migranti ancora a bordo salvati 17 giorni prima al largo della Libia. Migranti senza nessun problema di salute, sottolinea il Viminale, per rispondere alla Ong che aveva giustificato l’attracco con uno «stato di necessità».

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La manovra di Carola Rackete sulla Sea Watch 3 (La Repubblica, 30 giugno 2019)

Nel dettaglio, secondo le accuse Carola Rackete avrebbe resistito a una manovra di disturbo di una motovedetta della Finanza e, nelle operazioni di attracco al molo, avrebbe rischiato di “schiacciare” quest’ultima nave contro la banchina, provocando così un naufragio. Ma proprio su questo punto l’ex comandante della Guardia Costiera ed ex pentastellato Gregorio De Falco, sostiene che «non ci sono gli estremi» per definirla tale. «Una nave militare – dice il senatore del Gruppo Misto ha dei segni specifici ed è comandata da un ufficiale di Marina,cosa che non è il personale della Guardia di finanza». La Convenzione dell’Onu sul diritto del mare, firmata a Montego Bay, per nave da guerra intende «una nave che appartenga alle Forze Armate di uno Stato, che porti i segni distintivi esteriori delle navi militari della sua nazionalità e sia posta sotto il comando di un ufficiale di marina al servizio dello Stato e iscritto nell’apposito ruolo degli ufficiali o in documento equipollente, il cui equipaggio sia sottoposto alle regole della disciplina militare».

Perché la legge è dalla parte di Carola Rackete

Domani o lunedì (ovvero entro le 48 ore dalla notifica del provvedimento avvenuta ieri in caserma a Lampedusa), la procura di Agrigento dovrà chiedere al giudice per le indagini preliminari la convalida dell’arresto. Il gip  ha poi altre 48 ore per fissare l’udienza, che si terrà ad Agrigento, per decidere. Ora Rackete è trattenuta a Lampedusa ma se il gip, oltre a convalidare il fermo, emettesse nei suoi confronti una misura cautelare, difficilmente resterà nell’isola. Salvo Palazzolo su Repubblica spiega perché la legge internazionale dà ragione alla Capitana:

La manovra della comandante Rackete, che per entrare in porto ha rischiato di travolgere una motovedetta della Finanza, non configura comunque un reato?
Risponde l’avvocato Giorgio Bisagna, da anni impegnato nell’assistenza legale dei migranti. «Non mi pare ci sia stato dolo, la comandante ha dichiarato che si è trattato di un errore di manovra».

L’imbarcazione “Sea Watch 3” batte barriera olandese: si può applicare una norma penale prevista dal diritto della navigazione italiano a una nave straniera?
Dice ancora l’avvocato Bisagna: «Quando una norma penale si può applicare a una nave straniera viene espressamente detto dal nostro codice della navigazione. E in questo caso, l’articolo 1100 non prevede specificazioni in tal senso».

Di fronte al blocco della autorità italiane, quali opzioni aveva la comandante Rackete? Risponde Fabio Sabatini, professore associato di Politica Economica all’Università La Sapienza di Roma.
«Presumibilmente, la comandante si è trovata di fronte a una scelta molto difficile: violare una norma italiana oppure venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali. Secondo quanto scritto dall’Onu nella lettera inviata all’Italia sul decreto “Sicurezza bis”, il diritto alla vita e il principio di non respingimento, che sono stabiliti dai trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale. Le Nazioni Unite ritengono che l’approccio del decreto “Sicurezza bis” sia fuorviante e non in linea con il rispetto dei diritti umani previsto dai trattati internazionali».

Intanto 42 esseri umani sono stati costretti a indicibili sofferenze per 16 giorni su una barca a poche centinaia di metri dall’approdo. Per quello però nessuno pagherà.

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