Opinioni

Borghi, Bagnai, Fubini e l’elogio di Orban

giorgia meloni viktor orban immigrati - 5

Nei giorni scorsi i parlamentari della Lega Claudio Borghi e Alberto Bagnai, responsabili economia del Carroccio, avevano scritto al Corriere della Sera per rispondere a un articolo di Federico Fubini sull’Argentina e sul peso della valuta nazionale di Buenos Aires nella situazione. Borghi e Bagnai, tra l’altro, nella lettera sostenevano tra l’altro che:

L’argentino Macrì, nonostante sia tutto «buon senso, riforme e prudenza» (a detta di Fubini), da quando ha preso il potere ha visto la sua valuta indebolirsi del 45% sul dollaro, senza riuscire a riequilibrare i conti con l’estero.

Viceversa, un altro presidente, l’ungherese Orbán, nonostante sia tanto cattivo e non faccia le riforme, ma anzi cacci il Fmi fuori dal Paese con la ramazza, pur non avendo l’euro, bensì il fiorinetto, va avanti tranquillissimo, grazie al suo surplus commerciale, e viene costantemente rieletto dai suoi concittadini. L’export ungherese è per l’83% composto da prodotti manifatturieri e per questo l’Ungheria ha beneficiato della flessibilità del fiorino. Lasciamo valutare al lettore a quale Paese l’Italia somigli di più.

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Oggi è il turno di risposta di Fubini e il vicedirettore ad personam del Corriere della Sera racconta altre peculiarità che ruotano attorno alla prestigiosa figura di Viktor Orbàn:

Da quando è tornato al potere nel 2010 il debito pubblico è sceso e il Paese è cresciuto. Dietro la relativa stabilità si muove però qualcosa che interessa direttamente noi italiani in quanto finanziatori del bilancio europeo. Noi versiamo molto più di quanto riceviamo, l’Ungheria l’opposto. Nel 2016 Budapest ha ricevuto trasferimenti netti da Bruxelles per 3,5 miliardi di euro, il 3,2% del Pil. Niente di male, solo solidarietà a un Paese fragile e poco importa se quest’ultimo la nega all’Italia sui rifugiati. Ma cosa fa Orbán di quei fondi? Nel suo villaggio di 1.600 anime, Felcsut, ora sorge uno stadio da 3.800 posti.

Lo ha costruito un amico d’infanzia del premier, Lorinc Meszaros, passato in pochi anni da operaio a un patrimonio da 73 milioni di euro. Nel frattempo il genero di Orbán ha strappato un contratto da 65 milioni per mettere dei lampioni, sempre con fondi Ue. Si stima che i cinque amici di sempre del premier abbiano rastrellato dal 2010 contratti per 2 miliardi. La democrazia illiberale di Orbán è anche una cleptocrazia mantenuta con i nostri soldi. Quanto agli investimenti esteri, la ricetta è semplice: sconti fiscali ai gruppi tedeschi concorrenti di quelli italiani. In Ungheria sui profitti del 2015 Bosch ha versato il 3,6%, Mercedes l’1,6% e Audi zero. Hanno compensato il buco di bilancio le famiglie e i lavoratori ungheresi, con Iva e contributi da record. È intrigante che in Italia ci sia chi ammira questo modello economico. Ma certo un vantaggio lo presenta: con amici come Orbán, chi ha bisogno di nemici?

Per completare il quadro, poi, bisognerebbe ricordare che il simpatico Orban, che qui vediamo ritratto insieme a Giorgia Meloni, è anche alfiere di un’altra battaglia: collabora con quei paesi europei che non vogliono accettare il meccanismo europeo di redistribuzione dei migranti. Il risultato? Ce li teniamo tutti noi.

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