Economia

Il bivio della siderurgia italiana

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La siderurgia italiana è a un bivio. Le gravi crisi esplose negli ultimi mesi all’Ilva di Taranto, alla Lucchini di Piombino e all’Ast di Terni mettono in discussione la sopravvivenza dell’intero settore, esponendo l’intera economia italiana a un rischio di sistema di enorme portata. Le autorità politiche – e il governo, in primis – non sembrano tuttavia ben consapevoli dell’ampiezza della partita in corso.
 
IL MERCATO SIDERURGICO ITALIANO
In Piatto d’acciaio, pubblicato lo scorso marzo da Limes, insieme a Emiliano Brancaccio si sono analizzate le dinamiche emerse nel mercato siderurgico europeo nel corso degli ultimi anni. A fronte del secco crollo dei consumi siderurgici all’interno dell’area UE, gli operatori tedeschi – Thyssen Krupp in testa – hanno accresciuto costantemente la propria presenza sul mercato comune, scalzando i concorrenti extra-comunitari, penetrando i mercati nazionali degli altri paesi membri e riconquistando quote anche nel rispettivo mercato interno. Contestualmente, l’altro grande concorrente sullo scacchiere europeo, Arcelor Mittal, ha adottato una tattica di contenimento dell’offensiva tedesca, preferendo concentrare i suoi sforzi produttivi presso i mercati emergenti. Gli italiani, da parte loro, hanno visto gradualmente ridursi i rispettivi margini. Le crisi richiamate sopra hanno aggravato tale situazione: in particolare, la flessione produttiva fatta registrare da Ilva è stata sfruttata dai principali concorrenti, su tutti Arcelor Mittal e Thyssen Krupp, per accentuare la propria presenza nel mercato italiano. Tale circostanza mostra chiaramente il rischio cui va incontro il nostro paese: nella situazione di accentuata concorrenza che oggi caratterizza il mercato siderurgico europeo, l’Italia si presta a diventare “terra di conquista”.
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LA SOVRACAPACITÀ PRODUTTIVA E IL CASO ITALIANO
I presupposti di questo stato delle cose sono essenzialmente due. In primo luogo, la grave situazione di sovracapacità che affligge la siderurgia europea (lo scarto fra gli attuali livelli di consumo e la capacità produttiva corrente ammonta al 30% di quest’ultima) fino ad oggi è stata affrontata dalle autorità comunitarie con un atteggiamento di sostanziale laissez faire, molto diverso dal dirigismo che caratterizzò gli interventi degli anni ’80. L’opposizione di alcuni governi (quello tedesco, in testa) all’ipotesi di gestione coordinata della crisi ha limitato l’intervento della Commissione alla elaborazione di alcune linee guida (contenute in un Piano d’azione pubblicato nel giugno 2013). In questo modo, la soluzione alla sovracapacità della siderurgia europea è stata affidata essenzialmente alla selezione darwiniana operata dalle forze di mercato. Il secondo elemento da considerare è la specifica debolezza della siderurgia italiana, che ha radici storiche ben precise. A cavallo fra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo la siderurgia europea ha conosciuto processi di concentrazione di amplissima portata, da cui sono emersi i colossi che oggi dominano il mercato. Nel frattempo, in Italia, si è proceduto in senso opposto: sin dalla fine degli anni ’80 il gruppo pubblico Finsider – all’epoca fra i più grandi al mondo – è stato smembrato e venduto, pezzo per pezzo, a operatori privati nazionali. In questo modo sono state create imprese con una debole presenza sul mercato, incapaci di esprimere volumi di investimento che gli consentissero di restare al passo con i più avanzati concorrenti europei, sia in termini di performance economiche che di sostenibilità ambientale.
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I TAVOLI SEPARATI
Ancora oggi presso i decisori politici italiani sembra prevalere un certo gusto per la frammentazione. I “casi” Ilva, Lucchini e Ast continuano infatti ad essere trattati su tavoli separati, secondo una logica emergenziale che privilegia soluzioni di breve periodo e non tiene conto delle implicazioni sistemiche delle singole vertenze. Dalla nostra analisi emerge invece un nodo strutturale imprescindibile. Nel processo di selezione darwiniana in atto, la siderurgia italiana è nella infelice posizione del “vaso di coccio fra vasi di stagno”. Alla luce di ciò sarebbe opportuno affrontare il principale elemento di debolezza del settore, la frammentazione, attraverso un piano che riorganizzi quanto meno i più importanti centri produttivi del paese e ne prospetti il rilancio. Ciò richiederebbe inevitabilmente una regia pubblica, data la debolezza dei siderurgici italiani. Tuttavia anche una ristrutturazione di questo tipo rischierebbe di infrangersi contro la strategia egemonica dei più forti concorrenti europei. Se le autorità comunitarie non saranno capaci di (o non vorranno) coordinare una riorganizzazione del mercato europeo, presto o tardi alcuni paesi – e l’Italia, fra questi – potrebbero trovarsi di fronte a un dilemma secco fra l’accettazione di una crescente dipendenza dall’estero per le forniture di beni intermedi fondamentali come i prodotti siderurgici, e la messa in discussione dello stesso mercato comune. Una prospettiva, quest’ultima, che potrebbe anche assumere un un’inclinazione progressista e “di sinistra”. Questi sono i termini con cui sono chiamate a confrontarsi le forze politiche e sociali interessate a garantire un futuro alla siderurgia nel nostro paese.