Economia

Bio-On, cosa c’è dietro l’arresto di Astorri

La telefonata tra Astorri e il revisore dei conti: «Mille tonnellate vuol dire circa 80 tonnellate al mese… Non 5 tonnellate in un mese, era previsto molto di più. Marco non mi prendere per il culo, perché sennò basta»

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Ieri la storia di Bio-On è arrivata alla sua conclusione con i sequestri della GdF nella sede e gli arresti domiciliari per Marco Astorri. Nell’ambito dell’operazione “Plastic Bubbles”, la Guardia di Finanza di Bologna ha anche sottoposto a misure cautelari il braccio destro di Astorri, Guido Cicognani, socio fondatore e vicepresidente e Gianfranco Capodaglio, presidente del collegio sindacale. Risultano indagate 9 persone (amministratori, sindaci, direttore finanziario e revisore) e i reati contestati sono false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato.

Bio-On, cosa c’è dietro l’arresto di Astorri

Il Gip Alberto Ziroldi ha ritenuto i vertici di Bio-on responsabili di false comunicazioni sociali (art.2622 C.C.) e manipolazione del mercato (art.185 Tuf), fin dall’avvio della quotazione all’Aim nell’ottobre 2014. Astorri e soci «annunciavano con periodicità scientifica partnership e accordi di licenza con gruppi internazionali per l’impiego su larga scala del polimero e della tecnologia sottostante e poi, per raggiungere i target comunicati, gonfiavano artificiosamente ricavi ed Ebitda attraverso un sistema di scatole vuote alle quale fatturavano i ricavi di vendita», spiegano le Fiamme gialle felsinee. Ma le newco titolari degli accordi erano in realtà sovrapponibili con la compagine azionaria di Bio-on e le relative partite andavano consolidate e contabilizzate come infragruppo a saldo zero. Spiega oggi Il Sole 24 Ore:

Nelle 39 pagine di ordinanza del Tribunale di Bologna ci sono i dettagli di tutte le operazioni fittizie, le informazioni obbligatorie al mercato omesse e l’entità dei ricavi non veritieri che dal 2015 al giugno scorso Bio-on ha divulgato al solo fine di accrescere la capitalizzazione e, conseguentemente, rendere più appetibili sul mercato le azioni della società. Una condotta che non solo ha portato il titolo Bio-on (da ieri sospeso in Borsa) dai 5 euro del debutto a oltre 70 euro dell’estate 2018 superando il miliardo di capitalizzazione, ma ha permesso un indebito arricchimento dei soci, che nel giro di due anni si sarebbero portati a casa guadagni personali per circa 36 milioni di euro (tra i 25 milioni incassati dalla cessione di warrant e i io milioni per la vendita del 2% del capitale sociale).

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Bio-On, la storia dell’indagine (La Stampa, 24 ottobre 2019)

Risorse ora sequestrate assieme al pacchetto di azioni nelle mani di Astorri e Cicognani, altri 115 milioni di euro. «Abbiamo sbagliato a scriverlo, mi prendo il mio pezzo di responsabilità ma non è solo colpa nostra, è quello che chiede il sistema», afferma Astorri in alcune delle conversazioni telefoniche intercettate dagli investigatori di fronte a un revisore di EY e consiglieri di amministrazione che gli chiedevano conto dei proclami super ottimisti, scollegati dalla realtà, e delle stime eccessive sulla produzione dello stabilimento di Castel San Pietro Terme (quantificata in 1.000 tonnellate all’anno, quindi circa 80 al mese, mentre ne produce realmente appena 5).

La vicenda, c’è scritto nell’ordinanza, è oggetto di una concitata conversazione al telefono, intercettata dagli inquirenti, tra Astorri e Alberto Rosa, il revisore di Ernst & Young che dice al manager: «Mille tonnellate vuol dire circa 80 tonnellate al mese… Non 5 tonnellate in un mese, era previsto molto di più. Marco non mi prendere per il culo, perché sennò basta». E Astorri si difende: «È colpa del sistema che ci ha indotto a fare queste comunicazioni».

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