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Come il governo del Popolo si appresta a spaccare l’Italia con l’autonomia regionale

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La pacchia è finita. «Se non dovesse passare l’Autonomia regionale come la chiediamo noi, e come peraltro è scritto nel contratto, io mi ritirerei dal governo. Restarci non avrebbe senso», così parlava dalla festa della Lega a Bergamo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti ribadendo un concetto espresso già in molte altre occasioni. Le dichiarazioni del numero due della Lega facevano eco a quelle della senatrice pentastellata Paola Nugnes che a fine dicembre aveva detto che «Giorgetti ha detto che se non passa l’autonomia entro il 15 febbraio, cade il governo. Bene, io dico che se passa la riforma delle autonomie, cade l’Italia. E quindi credo sia meglio che cada il governo, piuttosto che l’Italia. Siamo in molti nei 5 Stelle a pensarla così».

Così il Governo frena sull’Autonomia Regionale

La questione dell’Autonomia regionale per Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto è arrivata ieri in Consiglio dei Ministri. In teoria secondo i piani avrebbe dovuto uscirne una bozza di accordo da sottoporre al Parlamento. Un testo inemendabile, perché il governo del Cambiamento che difende il Popolo italiano ha pensato bene di rendere inemendabili i testi dei tre disegni di legge che saranno votati dal Parlamento. L’approvazione delle intese infatti, si legge nelle bozze, avverrà «in conformità del procedimento per l’approvazione delle intese tra lo Stato e le confessioni religiose». Ma dal CdM lampo di ieri non è uscito nessun testo, solo un rinvio. Il motivo è semplice: sulla questione dell’Autonomia crescono gli attriti interni alla maggioranza giallo-verde e si è preferito rimandare l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, magari a dopo le europee.

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Il presidente della Lombardia Fontana non nasconde la delusione: «Quella di oggi forse non è la giornata epocale che ci aspettavamo» mentre quello del Veneto Zaia va all’attacco di chi dice che l’Autonomia è la “secessione dei ricchi” perché rischia di creare un’Italia a due velocità, o meglio un’Italia di serie A (al Nord) e una di serie B (al Sud). Eppure nonostante i proclami bellicosi di Giorgetti (e di tanti leghisti) ieri Fontana e Zaia sono tornati a casa con le pive nel sacco e il governo è ancora in piedi. Certo, Salvini si dà da fare e parla di «passaggio storico», ma la realtà delle cose è che ieri il vicepremier Di Maio ha presentato un dossier redatto dal M5S nel quale vengono evidenziate le criticità della concessione dell’Autonomia. Tra questi non solo quello dei costi per le regioni del Sud ma anche una questione di costituzionalità.

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Come l’Autonomia di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna potrebbe spaccare l’Italia

Perché se è vero che le richieste di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna sono esplicitamente garantite dall‘articolo 116 della Costituzione che all’articolo 117  stabilisce quali materie possano essere oggetto di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia secondo il MoVimento 5 Stelle il rischio è che «le Regioni più ricche abbiano maggiori trasferimenti a scapito di quelle più povere. L’esito finale non potrebbe che essere anticostituzionale».

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A frenare sull’intesa è anche il Ministero dell’Economia. Secondo il MEF è necessario assicurare «l’invarianza finanziaria del trasferimento di funzioni alle regioni interessate per il
bilanci statali e per i saldi di finanza pubblica». Che tradotto significa che dal momento che le nuove competenze delle regioni autonome daranno luogo a maggiori entrate per le stesse dovranno essere stornate dalle spese sostenute dallo Stato per evitare un indebito vantaggio. Insomma il MEF non vuole che le regioni del Nord si arricchiscano a discapito di quelle del Sud. E il Ministero di Tria ha posto anche la questione delle tasse che le Regioni vorrebbero raccogliere da sé (bollo auto, Irap, addizionale Irpef) ma che sono però di competenza erariale.

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«Il trasferimento di funzioni, infatti, non può e non deve essere un modo per sbilanciare l’erogazione di servizi essenziali a favore delle regioni più ricche» si legge nel dossier preparato dal MoVimento. Una visione diametralmente opposta da quella presentata da Zaia che dall’alto della ricchezza del Veneto catechizza le folle del Sud dicendo che l’Autonomia non è uno spacca-Italia ma una sfida di responsabilità da cogliere. Sulla stessa linea degli autonomisti anche il Presidente del Piemonte Chiamparino che a quanto pare ha dimenticato il pacco che il governo Lega-M5S sta preparando sulla TAV nella sua Regione. Non la pensano così però il gruppo di docenti “Professione Insegnante” che avverte:«la regionalizzazione della pubblica istruzione è una proposta incostituzionale: non trova spazio nelle proposte che mirano a diversificare l’offerta formativa già abbastanza flessibile per via dell’autonomia scolastica che di fatto in molti contesti è risultata fin troppo deleteria». La scuola deve essere unica, accessibile e di qualità su tutto il territorio nazionale senza differenze tra regioni, proseguono i docenti che si augurano che la proposta venga emendata perché altrimenti «rappresenterebbe la distruzione definitiva della scuola e con essa del futuro del nostro Paese». Ma in fondo cos’è l’Autonomia se non un modo di spaccare il paese tra ricchi e poveri? Le regioni del Nord si vogliono prendere i beni culturali, i porti, gli aeroporti, le reti ferroviarie e subentrare allo Stato – in qualità di concedenti – nella gestione delle concessioni autostradali. Al Nord la grande ricchezza al Sud la grande miseria e le briciole del Reddito di Cittadinanza.