Economia

Come il governo prepara l’aumento dell’IVA (e quanto costerà alle famiglie)

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L’aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto è scritto nero su bianco per il 2020 perché il governo si è impegnato o a rispettare le clausole di salvaguardia oppure a coprirle con tagli della spesa che però ancora non si sono visti anche se l’ammontare intero arriva a 24 miliardi. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, intanto, come fa sapere oggi Roberto Petrini su Repubblica, sta cominciando a lavorare sulla modulazione dei possibili aumenti:

Il piano, che coinvolge tecnici che si occupano del dossier ed è oggetto anche dell’attenzione del Tesoro, prevede un intervento sulle aliquote in due direzioni opposte: la maggior parte dei beni di consumo, dove figurano anche i generi di lusso, sarebbe soggetta all’aumento ma al tempo stesso si procederebbe al taglio delle aliquote dell’Iva su servizi e generi di maggiore impatto sulle fasce più povere della popolazione.

Così l’Iva aumenterebbe, come prevede la legislazione vigente, di circa 3 punti (dall’attuale 10 al 13 per cento per l’aliquota ridotta e dall’attuale 22 al 25,2 per l’aliquota ordinaria), sulla grande maggioranza dei prodotti, tra i quali quelli di maggior lusso, che impattano meno sui ceti più deboli. Ma verrebbe tagliata drasticamente sulle bollette e sui beni per la famiglia salvaguardando l’effetto complessivo della manovra sulle famiglie più povere.

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Anche perché l’Istat, nel corso della audizione parlamentare del presidente Gian Carlo Blangiardo, ha calcolato che l’impatto sull’indice dei prezzi al consumo sarebbe di 1-2 punti percentuali, considerato che l’inflazione si aggira intorno all’1 per cento, si salirebbe al 2-3 per cento. Il “paracadute sociale” potrebbe tuttavia favorire un atterraggio morbido.

Il responsabile del Centro Studi di Confcommercio Mariano Bella spiega a Repubblica che l’impatto medio potrebbe essere di 382 euro annui a testa: «Gli ultimi due aumenti Iva sono stati nel 2011 e nel 2013, e quei tre anni sono stati tra i peggiori della nostra storia economica in termini di consumi. Ma nella situazione attuale di domanda debole i produttori potrebbero decidere di evitare una traslazione completa sui prezzi, e in quel caso l’imposta graverà in parte anche sui redditi dei produttori, diventando ancora più nociva per l’economia perché avrà un impatto su tutta la filiera produttiva, dall’agricoltura all’industria».

Potrebbe anche risentirne l’occupazione: riducendosi il margine di guadagno, le imprese potrebbero decidere di produrre un po’ meno, e quindi di utilizzare meno lavoratori, a fronte anche di una domanda che comunque sarà in calo. L’Istat ha stimato una contrazione dei consumi nell’ordine dello 0,2% annuo, ma a molti è sembrata un’ipotesi ottimistica: Confcommercio ritiene che si arriverà allo 0,7-0,8%, calcolando 382 euro di maggiori tasse a testa e 889 euro in più a famiglia.

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