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Attilio Fontana e il Coronavirus che è «poco più di una normale influenza»

@Giovanni Drogo|

«Cerchiamo di sdrammatizzare: questa è una situazione senza dubbio difficile ma non così tanto pericolosa. Il virus è aggressivo e particolarmente rapido nella diffusione ma nelle conseguenze molto meno; è poco più di una normale influenza». Non ha ancora fatto tempo a placarsi l’eco delle polemiche per l’uscita della dottoressa Gismondo dell’ospedale Sacco di Milano che ecco che il Presidente della Lombardia Attilio Fontana ci tiene a ribadire che il coronavirus è poco più di una normale influenza.

Il coronavirus non è come l’influenza

In Lombardia – scrive il Ministero della Salute – alle ore 12 di oggi sono 212 le persone infette da COVID-19 (6 deceduti). Rispetto all’ultimo bollettino, quello delle ore 18 del 24 febbraio, si è verificato un incremento di 40 casi. In totale in Italia sono 283 persone le persone colpite da Covid-19 compresi i 7 pazienti deceduti e l’unico paziente per il momento dimesso e dichiarato guarito. I numeri non sono quelli della Cina o della provincia di Hubei, la zona dove si trova la città di Wuhan, ma questo non consente di dire che il nuovo coronavirus è poco più che una banale influenza. Non tanto perché l’influenza stagionale colpisce mediamente (ma non si sanno i dati definitivi della stagione 2019-2020) molte più persone quanto per il fatto che al contrario del coronavirus per l’influenza (che fino ad ora ha causato almeno 30 morti affetti da forme gravi di influenza) esiste un vaccino che consente di non ammalarsi.

Come detto i dati della mortalità dell’influenza relativi alla stagione in corso non sono ancora noti. Ma l’Istituto Superiore di Sanità precisa che alla “banale influenza” vengono attribuiti «mediamente 8000 decessi per influenza e le sue complicanze ogni anno in Italia». I decessi però non sono l’unico metro per misurare la “pericolosità” di un virus. Ad esempio c’è il tasso di diffusione, il valore noto come R0: quello dell’influenza è pari a 1,3 (ovvero 1,3 contagi per ogni persona contagiata) mentre per il coronavirus – parliamo sempre di stime visto che l’epidemia non è conclusa – si colloca tra 1,4 e ,25.

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Matteo Villa via Twitter.com

Guardando solo i numeri, spiega il ricercatore dell’ISPI Matteo Villa, il problema si fa più complicato. Il dato  per il coronavirus è «di circa un contagiato su 20 (4,7%) è in condizioni critiche. Per influenza va in critiche uno su 10.000». Questo significa in caso di diffusione di COVID-19 potrebbero esserci più persone di cure intensive rispetto a quelle che mediamente ne richiedono per l’influenza stagionale (che per ora ha causato 157 casi considerati gravi). Di conseguenza, ragiona Villa gli ospedali potrebbero andare incontro ad una carenza di posti letto.

Come Fontana sta banalizzando il problema per ragioni politiche

Ma Villa, si dirà, non è un virologo né un epidemiologo. E lui stesso precisa di aver guardato principalmente i numeri. Il problema dei numeri è che al momento non sono dati certi visto che la situazione è in divenire. Walter Ricciardi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma nella sostanza quello che dice Villa quando dice che Covid-19, «non è come una normale influenza, ha un tasso di letalità più alto. E soprattutto, se non la fermiamo rapidamente, rischia di richiedere un numero di posti di terapia intensiva superiore a quelli che ci sono nei nostri ospedali» ma suggerisce al tempo stesso cautela: «dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 per cento muore, peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute». Questo è quello che dicono anche altri specialisti come il dottor Matteo Bassetti Ordinario di Malattie Infettive dell’Università Di Genova che ieri aveva detto che «un soggetto può morire per coronavirus ( ovvero il virus ha contribuito direttamente alla sua morte) o con il coronavirus (il virus è presente ma il suo ruolo non primario nella morte)» e la dottoressa Ilaria Capua direttrice del One Health Center della Florida University.

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Dal punto di vista politico, e non più epidemiologico, è curioso come fino alla settimana scorsa Fontana fosse uno di quelli – specialmente di parte leghista – che premeva per la chiusura di frontiere e confini con quarantena obbligatoria “per gli studenti di ritorno dalla Cina” (ma nessuna misura per manager e lavoratori, italiani e non di ritorno da Pechino) al fine di evitare la diffusione del coronavirus sul territorio. Oggi lo stesso Fontana invece ci spiega che alla fine COVID-19 non è poi così pericoloso. O meglio: non è più pericoloso di una normale influenza (che di per sé è già abbastanza pericolosa). Chissà cosa lo avrà convinto a cambiare idea.

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Tanto più che secondo alcune indiscrezioni riferite dall’ANSA e da Dagospia il presidente della Lombardia Fontana avrebbe abbandonato la videoconferenza con il governo di oggi, per poi tornare a collegarsi, dopo una “incomprensione – spiega una fonte di governo – sul tema delle mascherine“. Lo strappo sarebbe rientrato in pochi minuti, dopo una telefonata a Fontana del ministro lombardo Lorenzo Guerini. Ora, senz’altro è giusto non terrorizzare la popolazione con messaggi inutilmente allarmistici. Ma questo doveva essere fatto anche prima, quando il coronavirus non c’era. Ora che ci sono dei focolai epidemici anche nel nostro Paese l’ultima cosa da fare è infondere un falso senso di sicurezza facendo credere che – appunto – il coronavirus non sia poi questo granché. Ai cittadini vanno dette le cose come stanno: va detto che bisogna prestare attenzione, che bisogna rispettare alcune semplici regole di igiene, che bisogna evitare di andare al Pronto Soccorso se si sospetta di avere dei sintomi o si ritiene di essere entrati a contatto con persone malate. Ma non serve dire che il coronavirus è l’apocalisse o che è poco più di un raffreddore.

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