Economia

Il ricatto dei Benetton su Alitalia

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«Il permanere di una situazione di incertezza in merito ad Autostrade per l’Italia o ancor più l’avvio di un provvedimento di caducazione (revoca della concessione, ndr), non ci consentirebbero, per senso di responsabilità riconducibile sia alle risorse finanziarie necessarie che alla tutela degli interessi dei nostri circa 40 mila azionisti italiani ed esteri, dei circa 31 mila dipendenti del gruppo e di tutti gli stakeholders, di impegnarsi in un’operazione onerosa di complessa gestione ed elevato rischio»: una lettera firmata dal presidente di Atlantia Fabio Cerchiai e dal direttore generale Giancarlo Guenzi mette nero su bianco il ricatto dei Benetton su Alitalia. La famiglia di Ponzano Veneto esce allo scoperto e dichiara apertamente che l’affare Alitalia è a rischio se viene meno la concessione di Atlantia sulle Autostrade.

Il ricatto dei Benetton su Alitalia

Per la prima volta. la holding dei Benetton mette nero su bianco il nesso tra il rinnovo o l’eventuale cancellazione della concessione per Autostrade da parte del governo e la sua partecipazione al capitale della compagnia con il 35%. Lo fa con parole inequivocabili, scrivendo al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. La lettera piomba in una riunione tra commissari, Atlantia, Fs, Mise e Mef convocata proprio ieri. Tra i temi toccati anche quello della liquidità di Alitalia nei mesi invernali, prima della partenza effettiva della newco. La prossima settimana i soci Usa e italiani si rivedranno per un vertice teso, dopo una videoconferenza che non ha sciolto alcun dubbio. E lo fa mentre, spiega Ettore Livini oggi su Repubblica, il salvataggio è irrinunciabile perché Alitalia perde mezzo milione di euro al giorno:

I 900 milioni di prestito ponte garantiti poco più di due anni fa dal Tesoro per far volare gli aerei si consumano sempre più in fretta: a fine luglio ne erano rimasti 413, un mese dopo erano scesi 360, cifra che include i soldi incassati per i biglietti dei mesi successivi. Risultato: 540 milioni di soldi pubblici sono andati già in fumo (700 calcolando gli interessi) e – a meno di improbabili miracoli – non saranno mai più restituiti. Di più: la liquidità rimasta in cassa, dice il tam-tam in azienda, basta più o meno per arrivare a fine anno.

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E se – come pare probabile e come chiedono i Benetton – la partita per la cessione non si chiuderà il 15 ottobre, lo Stato sarà costretto a lanciare un nuovo salvagente all’azienda. Si parla per ora di altri 100-200 milioni di aiuti. La cifra necessaria – almeno si spera – per formalizzare con un contratto la “nazionalizzazione” della società e per traghettarla alla cessione definitiva a valle delle autorizzazioni (non scontate) di autorità e Ue. Il nuovo aiuto pubblico, per questioni estetiche, potrebbe essere erogato solo dopo l’ok ufficiale alla vendita.

I dieci miliardi spesi dagli italiani per Alitalia

La faccenda del nuovo prestito porterebbe il conto di Alitalia per gli italiani a 10 miliardi. Piani con partner alternativi non ce ne sono, o meglio: ci sarebbero, ma prevedono una spremuta di sangue di esuberi. Lufthansa ne prevede almeno 4mila per la sua offerta che non vuole soldi dallo Stato. Tanto che il governo invece pensa a un accordo proprio sulle concessioni, come spiega ancora Repubblica:

«Non vogliamo sfilarci, ma serve un vero piano industriale», ha detto Atlantia nella riunione con Ferrovie. «L’impianto attuale non consente di prevedere una redditività tale da sostenere la compagnia nel medio periodo». Sarebbe insomma un altro salvataggio di Stato senza prospettive. E quindi si torna sempre alla trattativa che nessuno dice di voler portare avanti, ma che tutti sono obbligati a ricercare. Prima della missiva che ha acceso le polveri a Palazzo Chigi si ragionava di una revoca solo parziale delle concessioni autostradali: la caducazione della sola tratta A10, un pegno da pagare per la tragedia del ponte Morandi

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Alitalia, i numeri (Il Messaggero, 4 ottobre 2019)

Da affiancare a un altro passo indietro dei Benetton, probabilmente sui pedaggi da rendere più leggeri. È questo il cuore dell’ultimo scontro. «Non pensino che ci accontenteremo solo delle dimissioni di Castellucci», fanno sapere i cinquestelle al governo, nel timore che Atlantia non voglia concedere di più. Toccherà a Conte accorciare le distanze in una corsa contro il tempo, per evitare che a capodanno gli aerei Alitalia restino a terra. E con loro migliaia di lavoratori.

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