Economia

Alitalia, Atlantia fa saltare la cordata per il salvataggio

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Salta la cordata per Alitalia: Atlantia fa sapere che “non ci sono le condizioni per l’adesione della società al Consorzio finalizzato alla presentazione di un’eventuale offerta vincolante” per il vettore nazionale perché secondo i Benetton manca un socio industriale. Ieri erano circolate indiscrezioni sull’intenzione di Lufthansa di partecipare con un’offerta pari a 150-200 milioni al salvataggio della compagnia di bandiera ma l’amministratore delegato Carsten Spohr aveva smentito durante una conferenza stampa: “Abbiamo sempre detto che vogliamo prima vedere un’Alitalia ristrutturata, poi considereremo un investimento”.

Alitalia, Atlantia fa saltare la cordata per il salvataggio

La decisione di Lufthansa, unita alle molte perplessità sul piano presentato dagli americani di Delta, ha spinto Atlantia a tirarsi fuori proprio il giorno prima della convocazione del consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato. Atlantia preferisce chiedere una pausa di riflessione piuttosto che investire 350 milioni sul piano Delta che è spostato sugli interessi degli americani e degli alleati di Air France-Klm. Il pericolo che avvertono i Benetton è quello sottolineato da molti analisti: avere un progetto che nel giro di un anno brucerebbe rapidamente le risorse iniziali (800 milioni di euro) costringendo i soci ad una nuova iniezione di capitali. I tedeschi invece sono pronti ad investire più di Delta (circa 150 milioni contro 100) ma solamente dopo una profonda messa a punto di Alitalia. Il vettore italiano, nella versione tedesca, dovrebbe scendere di peso: meno aerei (90 contro gli attuali 118), meno personale (6 mila dipendenti contro gli 11 mila attuali), meno voli di medio raggio.

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Alitalia, la cordata e l’offerta (Corriere della Sera, 11 novembre 2019)

Lucio Cillis su Repubblica spiega anche che ora bisognerà attendere le risposte del ministero dello Sviluppo: ieri Patuanelli ha ripetuto che non ci saranno proroghe.

Nel pomeriggio di oggi, invece, la palla passerà nelle mani del cda di Ferrovie che prenderà atto con rammarico dello stop imposto da Atlantia, dopo aver inviato lunedì scorso una lettera al governo nella quale si metteva nero su bianco la possibilità di chiudere positivamente la trattativa con Delta. Ora tutta la vicenda si avvita: le prossime ore saranno decisive per capire se si andrà verso l’ottavo rinvio (ci perderebbero la faccia in molti) oppure se si punterà ad un “piano B” che include la nazionalizzazione a tempo di Alitalia e la partecipazione di una azienda pubblica.

Una volta ripulita, Alitalia potrebbe passare sotto il controllo dei tedeschi e di Atlantia con o senza l’apporto di Fs. C’è, infine, una terza via ed è drammatica: i commissari potrebbero chiudere la partita e portare i libri in tribunale. Intanto i dipendenti sono pronti a prove di forza: Filt-Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno proclamato una protesta di 24 ore del settore aereo per il 13 dicembre.

Il piano B: la nazionalizzazione di Alitalia

Ieri abbiamo parlato dell’ipotesi di un piano B che prevede la nazionalizzazione temporanea di Alitalia.

Questo mix potrebbe portare all’ennesimo rinvio dei tempi spiazzando tutti i protagonisti di una pièce drammatica durata per ben 30 mesi: un’eternità costata un miliardo di euro di prestito ponte, al netto della prossima elargizione da 400 milioni vincolata alla presentazione di un consorzio. Il ministero dello Sviluppo, però, starebbe valutando un’idea alternativa: quella di una nazionalizzazione a tempo, di circa dodici mesi. Una fase necessaria per sistemare il personale in eccesso senza traumi, mettendo a punto rotte e flotta. Una società più agile di quella odierna, guidata da esperti del settore aeronautico, da cedere successivamente ai tedeschi.

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I numeri di Alitalia citati dal Sole 24 Ore (3 novembre 2019)

I soldi di Delta potrebbero finire per non salvare Alitalia, il piano di Lufthansa potrebbe non arrivare mai. In queste condizioni di partenza rimandare tutto potrebbe costituire, secondo alcuni nel governo, l’idea migliore. Che è però la peggiore per i contribuenti italiani.

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