La macchina del funky

Aldo Giannuli e il M5S che ha perso le radici

aldo giannuli

Aldo Giannuli, professore di storia contemporanea già esperto di parentele di Maria Elena Boschi oltre che sostenitore della causa che vuole il M5S vincere una battaglia politica quando viene eletto un candidato che il M5S non ha proposto, oggi si è accorto – a lui non si può nascondere niente – che il MoVimento 5 Stelle va verso primarie bulgare per la scelta del candidato premier e ha perso “le sue radici”. Giannuli, un tempo fervente collaboratore del blog di Grillo ma la cui ultima apparizione in tema risale alla convention dello scorso aprile a Ivrea quando Davide Casaleggio presentò Rousseau, ha fatto anche un’altra scoperta storica entusiasmante. Si è infatti accorto, e l’ha detto in un’intervista rilasciata oggi ad Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, che «la democrazia diretta è stata abbandonata dal Movimento». Ora, essendo la democrazia del M5S diretta invece perfettamente da Grillo fin dalla sua nascita, non si capisce bene quando sarebbe stata abbandonata. Ma lui ce lo spiega alla grande:

Il voto sul programma non conta?
«Gli iscritti hanno deciso a cosa dare più rilievo in base a scelte già fatte. Ma da quando è morto Gianroberto Casaleggio, non mi sembra si sia più votato su questioni calde come fu per il reato di immigrazione clandestina. Ad esempio, non si è votato sullo ius soli».
Nota una trasformazione?
«I 5 Stelle sono nati come forza antisistema, con l’idea di creare un’alternativa al sistema. È da qui che deriva il divieto di allearsi con altri partiti. Ma questa impostazione sta svanendo. Fino a quando c’era Gianroberto, il gruppo della “comunicazione” dipendeva dalla Casaleggio. Giusto o meno che fosse, era così».

aldo giannuli

E adesso?
«Ora si sono spostati alle dipendenze del vicepresidente della Camera assumendo un ruolo di ufficio politico per il quale nessuno li ha eletti».
Che altri cambiamenti vede?
«Sono state abbandonate le grandi battaglie, come quella sull’euro, il Jobs act, la legge elettorale, le riforme. Resta quella sui vitalizi: poca roba».
Perché secondo lei?
«Perché sono ormai un partito “di risultato”. Volevano vincere a Roma e a Torino. Vogliono vincere in Sicilia. Vogliono andare al governo. Per fare cosa non importa. È lì che è scattata la scelta di Di Maio, l’elemento più rassicurante».
Non è ancora il candidato.
«Ma si figuri, sono primarie bulgare. Non so se ci sarà gente disposta a candidarsi in una situazione già così pregiudicata. L’unico che avrebbe potuto sfidarlo era Di Battista, ma facendo il tour con lui ha perso credibilità. Che alternativa potrebbe rappresentare ormai?».