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Alan Henning: il video dell'ostaggio inglese decapitato

Il tassista inglese Alan Henning è stato decapitato dall’ISIS. 47 anni, dopo aver combattuto come volontario in Iraq, nel 2007 si era dedicato al volontariato, lavorando per un’organizzazione non governativa che aiutava i profughi siriani. Alan Henning è il quarto ostaggio occidentale ucciso dal gruppo, dopo le decapitazioni filmate dei giornalisti James Foley e Steven Sotloff, e dell’operatore umanitario scozzese David Haines. Un altro ostaggio, Hervé Gourdel, da Nizza, in Francia, è stato assassinato da Jund al-Khalifa, un gruppo collegato a ISIS, in Algeria. Nello stesso video i terroristi hanno mostrato il quinto ostaggio che rischia la vita, Peter Edward Cassig.


ALAN HENNING: IL VIDEO DELL’OSTAGGIO INGLESE DECAPITATO
Il video mantiene la stessa struttura dei tre precedenti. Si inizia con una clip di notizie con un presentatore che descrive il dibattito di sette ore nel parlamento britannico, che è finito con l’approvazione degli attacchi contro obiettivi britannici di Isis in Iraq. Le riprese proseguono mostrando Hennings in tunica arancione, inginocchiato davanti al suo assassino, che pronuncia un discorso probabilmente scritto dai suoi rapitori. L’assassino – che viene chiamato Jihadi John e sulla cui identità sembra si sia arrivati a una soluzione – indossa una maschera nera e tiene un coltello nella mano sinistra. Come nei precedenti video, si mostra poi il coltello che si avvicina alla gola di Henning e il video viene tagliato nella scena in cui la sua testa mozzata viene visualizzata a terra. Il video sembra essere stato girato in una zona simile nella topografia al paesaggio mostrato negli altri video: non è chiara la data precisa, ma la decisione della Gran Bretagna è arrivata il 26 settembre, mentre non vengono menzionati i primi blitz della Royal Air Force, datati 30 settembre. Henning, che era nato a Manchester, era stato tenuto prigioniero per nove mesi, e si sospetta che fosse in compagnia di altri venti ostaggi. Descritto dagli amici come uomo dal grande cuore, Henning è stato rapito dopo l’irruzione dei terroristi in un convoglio di aiuti umanitari alla Siria lo scorso Natale. Quella era la seconda volta in nove mesi che Henning partiva con l’Ong dopo aver aiutato nella raccolta fondi per l’acquisto di ambulanze e attrezzature mediche.

“A causa della decisione del nostro Parlamento di attaccare lo Stato islamico, io, come cittadino britannico, ora pago il prezzo di questa scelta», dice Henning nel video. Anche questo video è stato registrato su una collina arida e deserta; Elliot Higgins, fondatore di Bellingcat, sostiene di aver individuato in Raqqa (Siria), il luogo della morte di James Foley: un territorio sotto controllo dell’ISIS da oltre un anno. Il Guardian ha analizzato i dettagli della location dei primi due video, giungendo all’ipotetica conclusione che quello di Foley è stato girato nella città siriana di Raqqa:
Una foto aerea di Raqqa (fonte: The Guardian)
Secondo Eliot Higgins di Bellingcats i video potrebbero quindi essere stati girati più o meno nella stessa regione. Un video che raccoglie immagini di Henning prima di essere rapito.

I BOMBARDAMENTI ALLEATI
Sui dettagli dell’esecuzione scriveva qualche tempo fa invece Guido Olimpio del Corriere della Sera:

In entrambi gli episodi, i militanti oscurano il momento esatto dell’esecuzione. Non è chiaro il motivo. Qualcuno ha suggerito un’azione in due tempi. L’estremista che si esprime in inglese spiega quello che sta per avvenire,ma il boia è un altro. Si è discusso anche sulla formazione che detiene gli ostaggi. Oltre alla famosa cellula britannica, i cosiddetti Beatles, guidati da Jihadi John (nome inventato dai media), alcuni osservatori hanno indicato mujahedin sauditi legati all’Isis. Ma anche belgi. A rivelarlo un ex ostaggio che ha condiviso parte della prigionia con Foley.

Oggi sempre Olimpio segnala che i raid aerei hanno avuto scarsi effetti:

Dall’8 agosto, data di inizio dell’intervento, ve ne sono stati poco più di240 in Iraq, ai quali si aggiungono gli 83 condotti in Siria. Ma gli esiti sono scarsi. O comunque non sufficienti a fermare il movimento jihadista. Le poche incursioni giornaliere — di solito una media di 6 o 7 — hanno tamponato situazioni difficili, come quelle nel Kurdistan, però non hanno impedito il tracollo di altre basi irachene. E sul territorio siriano si è consumato il dramma della piccola enclave curda di Kobane, con i peshmerga lasciati soli al loro destino malgrado ci fosse la possibilità ditentare qualcosa. I membri dell’alleanza agiscono ponendosi dei paletti. Oltre a Usa eGran Bretagna solo le aviazioni dei partnerarabi accettano di colpire i rifugi sirianidell’Isis. Gli altri si fermano (o lo faranno) alla frontiera, rispettando i santuari dei tagliagole. Il fatto stesso che la campagna decisa dal Pentagono non abbia un nome di codice pubblico è un segnale di un approccio «basso». Passa il messaggio e la percezione che si tratti di una missione comunque di routine. Continuano a dire che ci vorranno mesi, anni, prima di arrivare alla meta. Di nuovo tempi e modi dei due schieramenti sono lontanissimi. Abu Bakr Al Baghdadi sfoglia l’agenda e agisce subito. L’America guarda il calendario e aspetta domani.