Opinioni

Ahmadreza Djalali: il ricercatore che rischia la pena di morte

Ahmadreza Djalali

“C’è un uomo che sta camminando verso la pena di morte. La vita di un ricercatore, il cui unico ‘torto’ è aver accettato un invito dall’Università di Teheran, è nelle mani del governo iraniano. Il regime di Teheran lo accusa di ‘collaborazione con governi nemici'”. Inizia così la lettera-appello della Senatrice a vita Elena Cattaneo pubblicata oggi da La Repubblica che racconta la vicenda di Ahmadreza Djalali, medico di 45 anni residente in Svezia. Djalali è stato docente e ricercatore in Medicina dei disastri presso l’Università del Piemonte Orientale, il Karolinska Institute di Stoccolma e la Vrije Universiteit Brussel. Arrestato il 24 aprile 2016, ora è nel carcere di alta sicurezza Evin di Teheran, uno dei più duri del paese. “In questi mesi – prosegue Cattaneo – Djalali ha condotto tre scioperi della fame per affermare la propria innocenza. Dalle ultime notizie avrebbe iniziato anche uno sciopero della sete. Le sue condizioni di salute sembrano esser peggiorate velocemente”. Della sua situazione si stanno occupando da qualche settimana la Farnesina e la Commissione diritti umani del Senato. Il 10 febbraio scorso era stata data la notizia dell’inizio del processo per spionaggio avviato nei suoi confonti.
Ahmadreza Djalali
“Dopo la fine straziante di Giulio Regeni nel pieno della sua attività accademica – prosegue Cattaneo – un altro ricercatore rischia la vita. Qualunque sia il suo passaporto e la sua storia accademica, al pari di Giulio e’ un ricercatore sequestrato al suo lavoro e alla sua vita. A differenza di Giulio, del quale si persero tragicamente le tracce per ricomparire quando era troppo tardi, per questo ricercatore sappiamo bene dove sia e cosa rischia. Così come per Giulio è necessario continuare a chiedere verità e giustizia, per Djalali non possiamo lasciare oggi nulla di intentato perché abbia salva la vita. La reclusione di un ricercatore, di chi non coltiva altro che la conoscenza, deve essere vissuta dalla comunità internazionale come un attacco portato al cuore del nostro modello di convivenza”. La lettera si conclude con un appello: “Insieme alla comunità accademica nazionale e internazionale, alle associazioni per i diritti umani da tempo impegnate, ai singoli cittadini che a queste mobilitazioni hanno dato corpo sottoscrivendo in centinaia di migliaia gli appelli alla liberazione, chiedo pubblicamente alle nostre autorità a partire dal Ministro degli esteri, Angelino Alfano, e all’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari Esteri, Federica Mogherini, di continuare a percorrere ogni iniziativa utile affinche’ il ricercatore, lo studioso, l’accademico Djalali sia liberato, possa tornare dalla famiglia e proseguire la sua attività scientifica per tutti noi”.