Economia

Voluntary disclosure: così il governo pensa ai poveri evasori come Fabrizio Corona

Voluntary disclosure: un grande ritorno di fiamma per il governo che “più ha combattuto l’evasione fiscale“, come ama ricordare il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Dev’essere per questo che il ministero dell’Economia ha puntato tutto sul “nero domestico”, ovvero sulla liquidità custodita in cassette di sicurezza, sotto il materasso o nei controsoffitti: «l’obiettivo del Tesoro con la nuova “legge Corona” – scrive oggi il Fatto – è tassarli al 30% (o 35% secondo quanto rivela l’Ansa) cioè meno dell’aliquota Irpef più alta (43%) e meno della prima versione della voluntary che prevedeva il pagamento per intero delle imposte dovute». Dal secondo capitolo della voluntary disclosure (l’emersione volontaria del “nero” fiscale detenuto in Italia e all’estero) si stima nuovo gettitomolto sottostimata» ha detto Renzi in conferenza stampa rivolgendosi al ministro Padoan) per 2 miliardi. La Vd/1, in vigore nell’anno solare 2015, ha fatto emergere 60 miliardi di nero e incassare all’erario poco più di 4 miliardi.

Voluntary disclosure: così il governo pensa ai poveri evasori

Ma a colpire di più è il meccanismo. Il contribuente che deciderà di mettersi in regola potrà infatti  scegliere un regime forfettario con due aliquote: pagare una somma pari al 15% per i prelievi, cioè le somme prese da un conto corrente bancario e poi detenute in cassetta di sicurezza. Oppure pagare il 35% per i cosiddetti «apporti», cioè i contanti portati direttamente nelle cassette di sicurezza. L’Agenzia delle entrate potrebbe comunque negare al contribuente questa possibilità e poi procedere con tutti gli accertamenti del caso. E la procedura non cancellerebbe gli eventuali reati, dal riciclaggio in su, collegati al denaro che si vuole fare emergere. In pratica, spiega Fabio Bogo su Repubblica di oggi, la norma favorirebbe l’emersione di casi di “nero” come quello di Fabrizio Corona. Con qualche piccolo effetto collaterale:

La voluntary disclosure diventa domestica e anche questo fa rabbrividire i dirigenti. Il provvedimento entrato in Consiglio dei ministri la scorsa settimana prevede che chi svela le sue ricchezze nascoste possa farle emergere alla luce del sole pagando “un contributo forfetario calcolato su imposte, interessi, sanzioni e contributi pari al 35 per cento degli accrediti ed al 15 per cento degli addebiti”. Commento sconsolato degli addetti ai lavori: «Con questa norma Fabrizio Corona può sanare la sua situazione, regolarizzare i soldi nascosti nel controsoffitto, pagare 100mila euro e uscire di prigione».
La norma contiene — e qualcuno sostiene che è stata aggiunta all’ultimo minuto perché il provvedimento andava oltre i limiti del buonsenso — la possibilità per l’amministrazione finanziaria di pretendere “di dimostrare l’origine o la destinazione” di queste ricchezze. «Poniamo il caso — spiegano — che un prestanome decida di far emergere i soldi di una cosca, e che sia incensurato. Noi dobbiamo pretendere che spieghi come ha il possesso di questa cifra». In più viene fatta filtrare una minaccia: la possibilità di segnalare alla Banca d’Italia come operazione sospetta tutti i conti correnti alimentati da quei fondi, per evitare «che l’Italia entri nella lista nera del Gafi, l’organismo internazionale che monitora il riciclaggio di denaro di provenienza illecita».

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La voluntary disclosure

Ecco a voi la Legge Corona

“La prima voluntary disclosure richiedeva che ognuno confessasse cosa aveva fatto – spiega sempre al Fatto l’esperto di anti-riciclaggio e consulente della Procura di Milano, Giangaetano Bellavia –, si applicavano sanzioni ridicole, se i periodi di riferimento erano prescritti non si pagava nulla e se si faceva un’infedele dichiarazione fiscale non eri punito penalmente, quanti si sono autodenunciati per altri reati e quanti sono stati denunciati? Dall’Agenzia delle Entrate non si sa nulla di come è andata a finire e la Banca d’Italia parla di 13 mila segnalazioni”.  Oltre all’obiettivo ”tecnico” di questa misura, che servirebbe a coprire gli interventi di rilancio dell’economia, ci sarebbe anche una scelta economica. Il denaro celato al fisco, ritornato nel circuito regolare, potrebbe essere utilizzato ed investito. In questo modo alimenterebbe gli incassi del fisco anche in futuro, con un effetto considerato strutturale. La misura sarebbe finalizzata soprattutto al mercato interno, perché all’estero i denari esportati illegalmente vengono canalizzati su circuiti finanziari. L’entità del contante da evasione è molto estesa. Una stima è stata fatta recentemente dal procuratore capo di Milano, Francesco Greco, secondo il quale il tesoro nascosto nei paradisi fiscali è compreso tra i 200 e i 300 miliardi di euro, di cui almeno 150 sarebbero liquidi. ”Mi risulta – ha detto Greco – che i contanti chiusi in cassette di sicurezza in Italia e all’estero siano gran parte della fetta (circa 150 miliardi). Sempre denaro di provenienza illecita. Nell’ultima voluntary – secondo quanto riportato nella relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale appena depositata in parlamento – le domande di adesione presentate sono state oltre 129 mila: tra il primo gennaio e il 30 settembre ci sono state 63.000 istanze e nei due mesi di proroga si sono aggiunte altre 66.000 domande.

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