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Virginia Raggi e le Olimpiadi: il danno erariale lo pagheranno i romani?

virginia raggi pieremilio sammarco

Toh, che strano. La mozione partorita dal trust di cervelli grillino il giorno prima del No alle Olimpiadi di Virginia Raggi sarà riscritta. E l’avvocato Pieremilio Sammarco, ieri presente alla Sala Armi del Foro Italico dove la sindaca ha presenziato alla presentazione degli Europei 2020 in quanto membro della Corte d’Appello della FIGC, dispensava consigli su come dovrà esserlo per non essere impugnata dalla Corte dei Conti, come racconta oggi il Messaggero: «Niente slogan, bisogna motivare nel merito la decisione, altrimenti i consiglieri pagheranno quota parte».

Virginia Raggi e le Olimpiadi: in caso di danno erariale pagheranno i romani

Ecco quindi che le quattro parole in croce della mozione scritta martedì sera probabilmente verranno giudicate non sufficienti per salvare i consiglieri che si prenderanno la responsabilità di impegnare il sindaco ad affossare i giochi. Anche se nel frattempo sul rischio di danno erariale qualcosa si muove: il pagamento dei danni che la Corte dei Conti potrebbe eventualmente richiedere ai consiglieri grillini non graverà sui portafogli di questi ultimi grazie all’assicurazione che i consiglieri possono siglare con ADIR, ovvero la mutua assicuratrice di proprietà del Campidoglio, che in cambio di una polizza pari a 700 euro l’anno copre fino a 5 milioni di euro di massimale in caso di richieste di risarcimento legati ad atti amministrativi. Nel caso peggiore, quindi, pagherà ADIR, ovvero i romani visto che l’assicurazione è di proprietà del Comune. Scrive Giovanna Vitale su Repubblica:

Prima di votarla, gli eletti grillini vogliono garanzie. Cautelarsi, soprattutto. Magari con la stessa polizza sottoscritta a inizio 2015 dai colleghi del Pd alle prese coi debiti fuori bilancio della giunta Marino. Perciò hanno chiesto informazioni ad Adir, la compagnia assicurativa controllata dal Campidoglio: allora i consiglieri dem sborsarono tra i 300 e i 500 euro l’anno per coprirsi dai rischi per danno erariale, ottenendo un massimale variabile fino a 5 o 10 milioni (a seconda del premio), che scattava dal primo giorno del mandato e si allungava ai due anni successivi la sua fine.
Una formula che si adatta perfettamente alle esigenze dei cinquestelle. È la ragione per cui i tempi del voto potrebbero allungarsi. E far slittare il varo della delibera. Uno spazio in cui il Coni, nonostante le smentite di Renzi e Malagò, potrebbe infilarsi per presentare — il 7 ottobre al Cio — il secondo step della candidatura olimpica. E andare avanti, a dispetto dell’amministrazione comunale.

Ma proprio l’allungamento dei tempi offre un’altra sponda, inaspettata, al CONI. Il 7 ottobre infatti è il termine ultimo per consegnare al CIO la documentazione per l’ok ai Giochi. Se entro quella data la mozione non dovesse essere votata il governo potrebbe commissariare il Comune: un’ipotesi che ieri Renzi a Otto e 1/2 ha escluso, ma che Malagò, Montezemolo e compagnia cantante potrebbero far tornare d’attualità.
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I conti della candidatura olimpica

Intanto si fanno i conti in tasca alla candidatura olimpica, costata finora quasi 13 milioni di euro: per la prima fase sono stati spesi 4,6 milioni, mentre la seconda prevede un impegno di circa 8,5 milioni. Il totale sono i 13 spesi oggi. A gestire la cassa è Coni Servizi spa (controllata del Coni), poiché il comitato Roma 2024 ne è a tutti gli effetti un’unità operativa interna. E Sergio Rizzo sul Corriere della Sera immagina una nuova via d’uscita, attraverso il famoso referendum promesso durante il confronto su Sky con Roberto Giachetti e poi “dimenticato” da Virginia Raggi:

Così il giorno dopo è il momento della recriminazione. Tutti si scoprono referendari. Matteo Renzi ricorda che Virginia Raggi l’aveva promesso e il senatore del Pd Franco Mirabelli le rinfaccia (al pari del leader della Destra Francesco Storace) di non aver rispettato la promessa. Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia invoca una consultazione lampo. Idem il segretario dell’Idv Ignazio Messina. E la marea monta. C’è nel Pd chi pensa a denunce alla Corte dei conti, e chi a impugnare il «No» davanti al solito Tar. Ma qualcuno argomenta che il referendum ormai morto potrebbe tecnicamente rivivere. Con un quesito nuovo però: contro la mozione grillina in Comune. Teoricamente ci sono anche i tempi. Fermo restando che l’ammissibilità dovrebbe essere giudicata da una commissione di cui fanno parte, oltre a tre esperti, anche segretario generale del Comune e capo di gabinetto del sindaco. Che però non ci sono. Ma tant’è. Finché c’è vita c’è speranza.

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