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Veronika Belotserkovskaja, la food blogger mal digerita da Putin (incriminata per le sue leggi sulla censura)

@neXt quotidiano|

Veronika Belotserkovskaja

C’è una donna che tormenta la propaganda di Putin e, per questo motivo, è stata già incriminata in base a quella legge (di censura) entrata in vigore in Russia all’inizio del mese di marzo. Non stiamo parlando della ormai diventata famosissima Marina Ovsyannikova, la dipendente di Channel One arrestata (e poi multata) dopo esser intervenuta in diretta mostrando un cartello in cui si invocava la pace in Ucraina, ma della food e fashion blogger russa Veronika Belotserkovskaja che ora rischia fino a 15 anni di carcere.

Veronika Belotserkovskaja, la food blogger più temuta da Putin

Come racconta Anna Zafesova sul quotidiano La Stampa, la food blogger ha circa 900mila follower su Instagram e nelle scorse settimane ha ospitato alcuni post in cui criticava la Russia per quell’aggressione (e guerra) all’Ucraina e altri in cui invocava la pace.

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E proprio per questo motivo, ora è stata incriminata dal Comitato di Indagine delle Federazione russa che l’ha iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di aver pubblicato via social “fake news dirette a screditare le forze armate russe”.

“Post che ora la giustizia russa qualifica come «diffusione di notizie palesemente menzognere sull’utilizzo delle forze armate russe nella distruzione di città e popolazione civile dell’Ucraina, bambini inclusi, nel corso della realizzazione dell’operazione militare speciale sul territorio del suddetto Stato”.

Suddetto Stato. Ovvero Ucraina. E il silenziamento di qualsiasi persona o organo di informazione che non si limiti a ripetere a pappagallo le veline pubblicate dal Cremlino è iniziato, dunque, da una influencer molto in voga su Instagram, quel social che è stato ufficialmente bandito dalla Russia (insieme a tutti gli altri che fanno parte del gruppo Meta, quindi Facebook e WhatsApp). Non è un caso: perché Putin teme i social che sono in grado di aprire i vasi di Pandora sulla verità di quella “operazione speciale” che lui non vuole chiamare guerra. E quindi parte da lì la sua battaglia per fermare la narrazione alternativa alla sua.