Opinioni

Venezia, altro che red carpet

Ha ragione Stefano Disegni, se c’e un filo rosso che tiene insieme i film in mostra quest’anno, quello è la sfiga. Il disegnatore romano, che sull’edizione quotidiana di Ciak a Venezia firma una striscia attesa con ansia dai forzati della Mostra, ripercorre le tribolazioni dei personaggi che si sono inseguiti sugli schermi veneziani in quest giorni, dalla folle madre affamatrice del figlio di Alba Rohrwacher agli sposi intrappolati in uno slum di Calcutta da due lavori disumani, lui di notte lei di giorno, e che dire dell’infelicissimo Leopardi di Martone e del ciclista aspirante suicida di Michel Houellebeq, o della disperazione senza via di scampo del film inglese Bypass, al cui confronto i disperati di Ken Loach sembrano gitanti domenicali, oppure dei feroci e veri combattimenti tra cani del film turco, fischiato dagli animalisti, e del cannibalismo a margine della fine della seconda guerra mondiale in Giappone.
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La programmazione è pensata tutta per i giornalisti e per i rappresentanti della “industry”, al pubblico sono persino precluse alcune delle proiezioni più interessanti; e i biglietti gratuiti fuori concorso si ottengono matte dosi in fila dalle sette di mattina, e se quando arriva il tuo turno sono finiti, peggio per te. Alla faccia del costumer care. Nessun aspetto della disperazione umana, vero o immaginato, ci è stato risparmiato. Ma Venezia è un esercizio di amore e fede assoluta nel cinema, oltre che una gara di endurance, tra desolanti cessi chimici e panini tristanzuoli venduti a peso d-oro, in un clima a metà strada tra la festa dell’Unità e una Oktoberfest de noantri. Questo almeno appare a chi guarda dalla schiera sparuta dei peones non accreditati, il pubblico con la p minuscola, sì e no uno sparuto venti per cento rispetto all’esercito di “competenti” con il badge (ma sono poi così tanti i critici cinematografici in Italia?).