Economia

L'italia indebitata deve uscire dall'euro?

Roger Bootle è managing director di Capital Economics, un istituto di ricerche economiche indipendente, ed è editorialista del Telegraph. Wolfgang Munchau invece è uno dei più ascoltati commentatori del Financial Times. Entrambi oggi scrivono di Italia ed entrambi segnalano il pericolo che rappresenta per l’Europa il nostro paese. Ma le ricette per la sua risoluzione sono completamente diverse.
 
USCIRE DALL’EURO: SEMPLICE SOLUZIONE A PROBLEMI DIFFICILI?
Bootle parte sul Telegraph scrivendo che nessun paese incarna perfettamente i mali economici dell’Europa come l’Italia: alcuni problemi sono rimasti insoluti da prima della guerra, altri sono rimasti nonostante il boom economico, altri ancora erano presenti anche quando superò la Gran Bretagna nel Pil nel 1979. Il tutto, secondo Bootle, arrivava in virtù di un’economia debole che però si giovava delle svalutazioni della lira. Adesso la situazione è talmente drammatica che soltanto noi e il Giappone siamo al di sotto del livello di PIL di prima della Grande Recessione: «Tutto ciò però non è un fulmine a ciel sereno. Da quando l’euro è stato costituito nel 1999 il tasso medio annuo di crescita dell’economia italiana è stato solo 0.3%», dice Bootle, che però poi spiega che non è colpa dell’euro ma semmai del sistema produttivo italiano: mentre la Germania ha commercializzato prodotti ad High Spec, l’Italia si è sempre concentrata su produzioni di basso livello che però competevano sul lato del prezzo. Poi però è arrivata la Cina e tutto questo è finito. In tutto ciò, argomenta Bootle, l’euro non è certo aiutato perché i costi italiani hanno continuato a salire più velocemente di quelli tedeschi e di altri paesi dell’Europa Centrale, ma stavolta senza avere la leva del tasso di cambio. Vero è che l’inflazione è scesa drasticamente, ma questo più che altro non sorprende in un paese con quei livelli di disoccupazione.
uscire dall'euro
 
A differenza di alcuni degli altri membri periferici dell’euro, però, l’Italia non ha fatto molto per ridurre il divario di competitività. L’Italia è molto vicina a quella che gli economisti chiamano «trappola del debito»: l’unica via di fuga a parità di fattori economici è attraverso l’inflazione o attraverso il default. E proprio verso il default del debito sovrano sta correndo l’Italia, secondo Bootle. In più, è vero che l’Italia ha una grande ricchezza privata ma pare francamente difficile poterla mettere in moto per fermare il possibile collasso. Il suo debito non può nemmeno essere ristrutturato come è capitato alla Grecia, perché il mercato dei titoli italiani è il terzo al mondo dopo Stati Uniti e Giappone. In caso di default, e anche considerando che gran parte del suo debito è in mano alle banche, una crisi del debito può velocemente trasformarsi in una crisi bancaria. L’Italia, secondo Boone, ha bisogno di riformare radicalmente il fisco, la giustizia, le leggi sul lavoro. Ma se anche lo facesse, questo non aiuterebbe il debito pubblico. Ci vorrebbe la crescita, ma è proprio quella che manca. E allora? «L’opzione radicale per l’Italia è lasciare l’euro e permettere a una valuta debole di generare un boom delle esportazioni. Mi chiedo quanti anni dovrà ancora sprecare l’Italia prima di capire che questa è l’unica strada percorribile». Bootle però non ricorda né segnala che l’uscita dall’euro peggiorerebbe la condizione debitoria delle banche già in partenza, proprio per il debito estero degli istituti di credito che in buona parte non verrebbe ridenominato. A quel punto servirebbe una “puntellatura” da parte delle istituzioni internazionali (il che significherebbe finire sotto la Troika) o un haircut.
 
L’IPOTESI MUNCHAU
Munchau invece parte da una premessa completamente differente. L’Italia è in stagnazione da 15 anni, ragiona l’editorialista del FT, e se continuerà anche nel 2015 e nel 2016 il rapporto debito/pil sfonderà quota 150%. Quando rischia di essere dichiarata insolvente? La risposta di Munchau è scientifica: boh. Mentre il Giappone è solvibile anche con un rapporto deficit/pil del 200%, è anche vero che i giapponesi hanno una propria banca centrale. L’Italia no. Anche Munchau ha poi le idee chiare sull’odierno dibattito intorno al Jobs Act: «Possibile che le riforme del mercato del lavoro diano qualche risultato in termini di crescita nel lungo periodo, ma appare improbabile pronosticare una crescita del Pil per la libertà di licenziamento, oggi». L’unico modo per uscire dalla trappola, spiega Munchau, sarebbe proprio una rapida crescita del PIL, ma è proprio questo che è difficile, se non impossibile, ottenere oggi. Una svalutazione dell’euro dovrebbe toccare quota 60% per ottenere gli stessi effetti del 1992. E allora quali sono le opzioni sul tavolo? Un massiccio programma di acquisto titoli da parte della BCE che riporti l’inflazione nell’eurozona al livello del 2%. La Commissione Europea potrebbe a quel punto lanciare un programma di bond per le infrastrutture, e l’Italia, come gli altri paesi, potrebbe trarre beneficio in termini di PIL da tutto ciò. «Avremmo bisogno di riforme politiche radicali; Renzi le ha promesse ma ancora non si è visto nulla. Ma il salvataggio dell’Italia dipende dalle politiche dell’eurozona, non da quelle di Roma. E da esse dipenderà il successo, o il fallimento, dell’area euro».