Economia

L'Italia che vuole uscire dall'euro

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Il tema deflagra oggi sulle prime pagine dei giornali dopo il responso di Eurobarometro: uscire dall’euro è la soluzione ai problemi creati dall’unione economica e monetaria? Tutto parte dal nuovo record italiano: dopo Cipro, siamo diventati in appena un anno (e subito dopo le elezioni europee, ironia della sorte) anti-euro nella maggioranza della popolazione: «in tutti i paesi dell’area euro più di metà degli interpellati pensa che la moneta unica sia una cosa buona, con l’eccezione di Cipro e dell’Italia».

L’indagine di Eurobarometro su euro e Italia


L’ITALIA CHE VUOLE USCIRE DALL’EURO
La ricerca di Eurobarometro ci dice molto di più. Ad esempio, che ragionando per classi sociali (tabella 2), gli impiegati tra le categorie professionali sono quelli che contano il maggior numero di risposte favorevoli all’euro; gli operai sono invece la categoria che maggiormente osteggia la moneta unica: il 36% soltanto è favorevole. Ma per l’Italia c’è da dire ancora qualcosa in più, e la segnala Alessandro Barbera nel suo articolo per la Stampa:

In Portogallo, per esempio, «buona» è la risposta del 50% del campione. In Spagna, dove il governo Rajoy ha imposto una cura dimagrante feroce alla spesa pubblica – togliendo, per scegliere tra le misure più impopolari, la quattordicesima ai dipendenti dello Stato – i favorevoli arrivano al 56% (appena sotto la media dell’Eurozona, che è 57). E la Grecia? Nel malato d’Europa, che durante la crisi del debito pubblico ha lasciato sul terren odue governi e ha dovuto rinunciare a gran parte delle generose elargizioni di Stato che facevano parte della tradizione, il 59% del campione sentito dall’Eurobarometro resta convinto che l’euro sia «una cosa buona», e questa è forse davvero l’altra sorpresa di questo sondaggio.

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Uscire dall’euro: illustrazione di Artefatti

Il parere autorevole che la Stampa segnala è quello di Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat e ministro del Lavoro del governo Letta, che dice che c’è una leggenda popolare assai viva che vuole addossare tutte le colpe della crisi alla moneta unica, e compito della politica sarebbe correggerla e spiegare.

«L’Italia è un Paese che invecchia- e questa è una buona notizia per l’aspettativa di vita di tutti noi – ma nel quale la memoria si fa sempre più corta. Ci ricordiamo cosa accadeva negli anni settanta e ottanta,quando l’inflazione si mangiava i redditi dei meno abbienti? I problemi dell’Italia hanno a che fare con i suoi errori: nei primi anni dell’euro c’è stata una formidabile opportunità per fare investimenti pubblici e privati a basso costo, e non l’abbiamo colta.Non solo: invece di costruire con lungimiranza il futuro, chi ha governato ha azzerato l’avanzo primario di bilancio faticosamente costruito nella seconda metà degli anni novanta».

USCIRE DALL’EURO PER NON PENSARCI PIÙ
Repubblica invece parla di Controstoria della moneta, il libro di Roberto Petrini per Imprimatur che affronta il tema della valuta dal punto di vista storico:

Per secoli si è inseguito il mito della moneta stabile: ma crisi ripetute,drammatiche e devastanti, hanno segnato la storia. Si dovette arrivare a Bretton Woods, con le macerie ancora fumanti della Seconda guerra mondiale, perché si riuscisse a capire che senza la cooperazione internazionale non si sarebbe andati molto avanti. Fu una scelta vincente, perché fino a1968 regnò la calma sul mercato delle valute. Oggi c’è il rischio di una nuova e pericolosa anarchia valutaria: viene da pensare all’Anno Mille, quando in ogni angolo d’Europa c’era una zecca guardata da armigeri, che batteva la propria moneta. Nemmenochi si mette al riparo dietro a una valuta forte, come ha tentatol’Argentina con il dollaro o chi si mette in comune, al costo di enormisacrifici, come hanno fatto gli europei, è al sicuro: la crisi che investeil pianeta dal 2007-2008 ne è la dimostrazione. Come uscirne? Un buon passo sarebbe quello di tornare all’idea che la moneta appartiene alla comunità e che, in fondo, si tratta solo di uno strumento per facilitare gli scambi e, se possibile, aumentare il benessere. Nel passato erano in molti a pensarla così.

Mentre Marco Valerio Lo Prete ieri sul Foglio ha pubblicato un lunghissimo articoli in cui parla di “autorevole leak” sulla Germania pronta a uscire dall’euro.
uscire dall'euro zingales

L’euro come lo conosciamo oggi potrebbe non esserci più tra qualche mese o al massimo entro un paio d’anni. Non perché decideremo di uscirne noi italiani, sempre più indebitati e ancora alla ricerca di un sentiero di crescita sostenibile e duratura. Ma perché l’euro – così com’è oggi – non sarà più ritenuto sostenibile in Germania, cioè nel paese in cui tutto è sembrato girare finora per il verso giusto, anche grazie alla moneta unica. Sarà Berlino ad abbandonare questo euro, per ragioni politiche prim’ancora che economiche, trascinando con sé un manipolo di paesi nordici consenzienti. L’Italia, più che tornare alla lira o a un’altra valuta nazionale, farà parte di una sorta di “euro 2”, assieme ad altri paesi cosiddetti “periferici”, forse perfino la Francia. E non sarà necessariamente un dramma.

Luigi Zingales, interpellato, dice che l’uscita dall’euro dei più forti con conseguente svalutazione della moneta sarebbe la soluzione in astratto migliore per risolvere gli attuali problemi di un’eurozona impregnata di austerità e incapace di salvarsi con l’attuale policy europea. Di tutt’altro avviso invece Mario Deaglio, che sempre sulla Stampa prima segnala che l’attuale situazione è insostenibile e poi produce due soluzioni di medio termine che appaiono già oggi all’orizzonte:

La prima è quello di un «allineamento» (eufemismo per indicare subalternità) dell’euro rispetto al dollaro, una soluzione che naturalmente incontrerebbe il favore degli Stati Uniti, i quali stanno premendo con tutte le forze della loro diplomazia per una maggiore unione tra le due rive dell’Atlantico Settentrionale, e che lascia invece freddissimi gli europei. La seconda è quella di una frantumazione della zona euro tra paesi forti, ovviamente con la Germania alla testa, e paesi deboli, ovviamente con l’Italia quale elemento più rappresentativo. I paesi forti giocherebbero la loro partita mondiale tra Stati Uniti, Russia, Cina e quant’altri; i paesi deboli rischierebbero fortemente di fare la fine dell’Argentina: molta confusione, molto «rumore» politico e poca politica effettiva, pochissima crescita, per di più disordinata, discontinua e diseguale.

Sarebbe proprio questa la fine dell’Italia secondo Deaglio, che punta il dito sui politici che hanno parlato di uscire dall’euro in questi mesi come Beppe Grillo – che ha proposto un immaginifico referendum sull’euro – e Matteo Salvini, e li definisce “di bassa lega”. La sua conclusione su chi cerca una soluzione facile a problemi complessi, senza immaginare cosa potrebbe accadere dopo:

Nella ricerca di un «provvedimento semplice», quasi una formula magica, che tiri il paese fuori da una delle crisi più lunghe e complesse della sua storia, l’Italia – che ha platealmente sciupato gli anni dell’euro, a differenza della maggioranza degli altri paesi, rinunciando a necessari mutamenti strutturali– sembra dire all’euro, come i bambini piccoli, «non ti faccio più amico!». Scordandosi che fuori dall’euro (e fuori dall’Europa) per un paese di queste dimensioni ci sono solo la confusione, l’irrilevanza, l’arretramento. E di amici proprio nessuno.

Leggi sull’argomento: Come si fa ad uscire dall’euro?