Economia

Un'alleanza Draghi-Tsipras per salvare l'euro

È la settimana decisiva per l’euro. Giovedì avremo i dettagli del Quantitative Easing Bce e soprattutto sapremo quanto è forte la presa del presidente Mario Draghi sul resto del board. Domenica le elezioni in Grecia ci diranno se il fronte anti-austerity potrà mandare a Bruxelles il suo campione Alexis Tsipras a trattare con una forte legittimazione popolare. Lunedì poi sarà chiaro sia il giudizio dei mercati sull’efficacia del piano dell’Eurotower, sia le reale intenzioni “incendiarie” di Syriza e dei suoi alleati. A quel punto la grande trattativa potrà iniziare ma l’asse Merkel-Weidmann è in clamoroso vantaggio, tanto da rendere necessaria un’improbabilissima alleanza Draghi-Tsipras.

le ipotesi di quantitative easing
Le ipotesi di quantitative easing (Sole 24 Ore, 18 gennaio 2015)

I CONTENDENTI
I partiti in campo sono tre, la posizione più trasparente è quella di Draghi, diventato il custode della costruzione di Eurolandia e intenzionato a far fare il passo successivo al progetto, trasformando la Bce in una banca centrale federale come negli Stati Uniti. La Federal Reserve pur in presenza di livelli di tassazione, competitività e debiti pubblici molto diversi sovrintende con una politica monetaria unica alla stabilità dell’intera zona senza curarsi degli effetti sui singoli stati. La Bce non potrà mai farlo finché dovrà rendere conto agli azionisti -cioè i vari governi – e non avere un interlocutore a Bruxelles con in mano tutte le leve della politica economica. Sull’altro fronte ci sono i falchi che dall’attuale squilibrio macroeconomico sostanzialmente ci guadagnano: per merito loro, come i tedeschi, o perché sono nella scia giusta (Olanda, Austria, Finlandia) o, infine, perché si sono adattati alle regole vigenti con molti sacrifici (Spagna e Irlanda). Infine ci sono i ritardatari: Italia, Francia, Portogallo e naturalmente la Grecia che hanno bisogno dell’Europa per mantenere gli attuali tenori di vita, ma non possono permettersi di pagare il prezzo imposto in termini di riforme e scelte impopolari. I politici hanno buon gioco a rappresentare lo scenario in termini di buoni e cattivi o, ancor meglio, come un battaglia tra ricchi indifferenti e poveri costretti a pagare per colpe non loro. Da Berlino è facile far notare come le difficoltà europee colpiscono più gli impiegati tedeschi a reddito fisso e con qualche risparmio in banca che non i greci in pensione dall’età di 45 anni. E di certo i secondi sono responsabili del disastro dei debiti pubblici molto più di quanto non lo siano i primi. Per non parlare dei lavapiatti a 4 euro l’ora di Stoccarda che rischiano di sussidiare gli armatori evasori del Peloponneso. L’Eurozona era una scommessa di equità, allineare 350 milioni di persone agli standard del cuore d’Europa avrebbe arricchito il centro grazie all’allargamento del mercato, ma anche la periferia grazie alla redistribuzione di fondi e tecnologie. Ha funzionato per la Spagna, l’Irlanda e la Germania Est. Altri, a cominciare dall’Italia, non hanno saputo approfittarne.
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Chi detiene il debito pubblico della Grecia (Corriere della Sera, 5 gennaio 2015)

PROSPETTIVE
Ora o si trova un nuovo equilibrio o tutto si rompe. Chi è in vantaggio mostra ancora una volta una migliore capacità gestionale e politica. I tedeschi e chi resterà in quell’orbita sta già preparando una via d’uscita e il disastro greco è stata una sorta di prova generale. Il pericolo contagio di un nuovo e definitivo default di Atene è quasi nullo. Non si pecca di dietrologia dicendo che tutto quello che è stato congegnato a livello comunitario dal 2009 in poi – il fondo Salva Stati, il six compact la vigilanza bancaria con annesso bail in – avevano come obiettivo quello di contenere gli effetti delle crisi intorno al loro epicentro. La clausola che probabilmente la Bundesbank riuscirà a imporre a Draghi – cioè che il rischio default dei bond sovrani comprati dalla Bce ritorna agli stati emittenti – rientra in questa logica e servirà a ricostituire delle “virtuali linee di confine” finanziarie utili in caso di uscita dall’euro di uno o più paesi. Oltre ad avere chiarezza strategica i “falchi” hanno il vantaggio di una doppia via d’uscita: o l’Unione europea si adegua ai loro dettami, o potranno temporeggiare fino a che l’uscita sia il meno costosa possibile. Un po’ come ha fatto la banca centrale svizzera che ha incamerato le perdite di un franco sottovalutato per scelta finché il prezzo è stato ragionevole per tenere le aziende elvetiche competitive con le concorrenti europee. Quando la posta si è alzata troppo ha sganciato l’euro e quei capitali che prima rimanevano nei forzieri di Zurigo per la segretezza ora ci resteranno perché è l’ultimo porto sicuro che da rendimenti certi e apprezzabili.
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Confronto tra Syriza e Podemos (Corriere della Sera, 6 gennaio 2015)

CI VEDIAMO A ROMA?
La lunga cordata che vede Tsipras ad un capo estremo, ma non troppo lontani anche Renzi e Hollande, deve sapere che il loro margine per trattare è ridotto e che il prezzo da pagare è persino più alto che nel 2011. Se la Germania in questi anni ha chiesto di poter controllare da lontano e impegni sulle famose riforme, ora chi vuole l’Europa deve essere pronto a darle più poteri: regia unica sugli investimenti infrastrutturali. Politica energetica e ambientale vincolante e non più demandata ai consigli dei ministri intergovernative, ogni aiuto finanziario ai singoli paesi, anche fosse solo la flessibilità di bilancio, deve passare per un aumento del bilancio comunitario e per maggior poteri alla Commissione. Un piano del genere avrebbe immediatamente il sostegno di Draghi e non sarebbe facilmente rifiutabile dalla Merkel. Il prezzo è che i poteri nazionali in economia sarebbero ridotti a un continua questua tra gli uffici di Bruxelles. L’esatto contrario delle retorica della rivalsa nazionale che alimenta i discorsi elettorali greci, ma anche le uscite renziane anti austerità. I periferici dovrebbero invece incontrarsi e coordinarsi, aiutati dal fatto che fanno tutti parte dell’area socialista dell’Ue, tenendo ben presente che i trattati internazionali –e l’Unione non è niente più di questo – hanno successo non in base ad astratti principi di solidarietà, ma solo se convengono a tutti i contraenti.