Economia

Una moneta parallela per la Grecia?

Il prossimo appuntamento è venerdì. Quel giorno si riunirà l’Eurogruppo e all’ordine del giorno ci sarà ancora la Grecia. Il timore della della ‘Grexit’ – la famigerata uscita di Atene dall’Euro – tiene ancora con il fiato sospeso. Tanto più che dal crac Lehman in poi i mercati hanno imparato come certi meccanismi, una volta innescati, possano sfuggire dal controllo. “Tutti vogliamo il successo della Grecia – ha sottolineato Draghi sabato -, e questo successo è nelle mani del governo greco”. “Deve decidere cosa vuole”, aveva scandito forse più bruscamente il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schauble. Già, cosa vuole la Grecia? Rimangono solo nove settimane e mezzo per scongiurare il Grexit: entro il 19 giugno Atene deve tirar fuori 2,5 miliardi di euro per ripagare il prestito del Fondo Monetario Internazionale. Se dovesse dichiarare l’insolvenza sarebbe di fatto fuori dall’euro.

grecia uscire dall'euro
Cosa succede se la Grecia esce dall’euro (Corriere Economia, 20 aprile 2015)

UNA MONETA PARALLELA PER LA GRECIA
Nell’ultima settimana Piazza Affari ha perso il 3,49%, mentre l’indice paneuropeo Euro Stoxx ha lasciato il 3,74%. L’indice di Atene ha segnato invece un tonfo del 3% venerdì, all’indomani del monito della direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde sul fatto che non verranno ammessi ritardi nei pagamenti da parte del Paese. L’altolà è arrivato prima che il governo di Alexis Tsipras abbia potuto chiedere un rinvio delle scadenze di maggio per circa 1 miliardi di euro. “Ritardi nei pagamenti non sono mai stati accordati dal board del Fmi negli ultimi 30 anni”, aveva però chiarito Lagarde. L’indice principale della Borsa greca ha perso l’11,66% da inizio anno, mentre nell’ultima settimana ha lasciato sul terreno il 4,96%. Lo spread dei titoli di Stato decennali del paese viaggiano intanto oltre i 1.200 punti. Sul Corriere della Sera Francesco Daveri immagina una soluzione ponte con una moneta parallela per la Grecia: ovvero, l’idea sarebbe quella di pagare stipendi dei pubblici dipendenti con euro-cambiali da riscuotere in una data futura, volendo come certificati di credito fiscale, cioè sconti sul pagamento delle imposte future:

In questo modo il governo darebbe rapida attuazionee un seguito concreto alla sua strategia di combattere l’evasione fiscale (i certificati di credito fiscale andrebbero solo a chi paga le tasse). In ogni caso i detentori delle cambiali potrebbero andare a fare le spesa o pagare i loro clienti o i loro fornitori con le euro-cambiali, naturalmente con uno sconto rispetto al loro valore teorico in euro. Tornerebbe un po’ di liquidità nell’esangue economia di Atene e le aziende potrebbero pagare meno i loro dipendenti e i loro fornitori. Certo, il rischio è che la deflazione internare spinta dalla porta cacciando la troika potrebbe rientrare dalla finestra con la nuova moneta. Con le euro cambiali— moderne pietre filosofali — si tornerebbe ad una specie di nuova dracma senza che la Grecia esca dall’euro. E i pochi euro rimasti nelle casse del governo potrebbero essere usati per continuare a rimborsare i creditori internazionali e mantenere l’accesso al credito ufficiale.
Anche così, però, qualcosa potrebbe andare storto. I dipendenti e i fornitori greci pagati a valori molto scontati rispetto al valore in euro delle loro spettanze potrebbero ritener ele euro-cambiali solo un temporaneo rinvio di un evento ineluttabile come l’uscita della Grecia dell’euro. Il che porterebbe a un’accelerazione ulteriore nella corsa agli sportelli bancari da parte dei greci. Le banche greche dovrebbero chiedere altri fondi di emergenza a Francoforte che tuttavia avrebbe crescenti difficoltà a concederli non potendo accettare in garanzia le euro-cambiali. E il governo greco sarebbe obbligato a nazionalizzarle per evitarne il fallimento. Con quali soldi, rimane da vedere.

Daveri cita il caso del Perù e del presidente Fujimori come precedente più o meno illustre che ha più o meno funzionato. Di certo, e solamente, come soluzione-ponte.
 
LA PARTITA DI TSIPRAS
Intanto però Alexis Tsipras gioca la sua partita su un altro tavolo. OVvero quello della trattativa parallela interna ed estera. Scrive oggi Ettore Livini su Repubblica che il governo continuerà senza passi indietro con la strategia di lotta all’austerity e alle privatizzazioni, nella speranza che alla fine a cedere sia l’Europa. Altrimenti c’è un piano B:

«Non tradiremo il popolo accettando misure che vanno contro i lavoratori» ha risposto il ministro dell’energia Panagiotis Lafazanis, carismatico leader della sinistra radicale di Syriza. In realtà i pontieri stanno cercando una soluzione a metà strada. L’obiettivo è trovare un accordo circoscritto su pochi punti che consenta perd di sbloccare la liquidità necessaria a evitare il default, regalando così alle parti un altro po’ di tempo ( “vorrei un’intesa a fine giugno”, ha auspicato Varoufakis ) per chiudere un accordo cornpleto che includa anche una rinegoziazione del debito ellenico. Tsipras punta i piedi e alza l’asticella delle “linee rosse” sperando che l’Europa non pus-sa permettersi di far fallire il suo paese.
Ma i punti di caduta cui lavorano le colombe iniziano già a intravedersi: il primo sarebbe l’ipotesi di legare gli obiettivi di bilancio di Atene a un rapporto deficit/pil molto inferiore al 4,5% imposto dal vecchio memorandum. Le elezioni e l’impasse del dopo voto, in fondo, hanno bloccato l’economia nazionale. Bce, Ue e Fmi sanno che per quest’anno il target è irraggiungibile e potrebbero abbassarlo verso quell’ 1,2% chiesto dalla Grecia. L’ex Troika potrebbe aprire pure uno spiraglio alla revisione del debito, trattando sulle scadenze (si possono allungare ) e valutando la conversione di parte dell’esposizione in titoli legati alla crescita, una delle proposte di Varoufakis.

Cosa può dare in cambio il governo Tsipras senza rischiare di finire impallinato in Parlamento? L’addio alle “linee rosse meno significative, racconta uno dei negoziatori. Si può dire si all’aumento dell’ Iva nell’ambito di una riforma fiscale che sposti il peso del prelievo verso le fasce più ricche del paese. E anche sulle privatizzazioni, tema delicatissimo, si può tendere qualche ramoscello d’ulivo. Ma questa potrebbe solo essere l’extrema ratio. E non è detto che se la situazione precipiterà possa essere accettata. Perché a quel punto potrebbe essere troppo tardi.

Leggi sull’argomento: Il piano B di Tsipras e Varoufakis