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Le cause del terremoto in Centro Italia

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Per tutta la notte e anche stamattina si sono susseguite le scosse di terremoto dopo le due che ieri hanno colpito il centro Italia con epicentro nei dintorni di Macerata. Una di magnitudo 4.6 ieri prima di mezzanotte e altre due di magnitudo 4.4 e 4.1 prima delle 6 di stamattina.
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Una notte lunghissima per le centinaia, forse migliaia di sfollati ancora da contare nelle strutture di accoglienza, in tenda, nei prefabbricati del sisma del ’97, in alloggi di fortuna o a bordo delle automobili. Ieri, dopo la prima scossa del 5.4 delle 19.10, in pochi sono rimasti a casa, quasi tutti si sono spinti in strada, nei centri di accoglienza o altri luoghi sicuri, ‘schivando’ dunque il secondo tremore, del 5.9, alle 21.18. Stessa situazione alle 23.42, quando c’è stata una terza scossa, del 4.6. Ma tra la prima e le 23 di ieri sera l’ Ingv ne ha contate almeno 60. Le più forti sono state avvertite in tutta l’Italia centrale ed oltre, anche a Roma, dove diverse persone sono scese in strada e sono state segnalate crepe su alcuni edifici. Il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, parlando nella notte da Rieti, ha ribadito che non risulta al momento che vi siano vittime, dispersi, nè feriti gravi a causa dei crolli. Un uomo di 73 anni è morto d’infarto a Tolentino per lo spavento. Ma a fronte del sollievo per le mancate vittime, si è aperto un nuovo calvario per gli sfollati, e i danni alle case e alle strutture sono gravi: non solo per i borghi storici e il loro straordinario e unico patrimonio artistico, ma anche per i servizi: tre ospedali (a Tolentino, Matelica e Cingoli) e il carcere di Camerino sono stati evacuati. Diverse strade, invase da frane, sono impraticabili, incluso un tratto della Salaria. Diverse zone sono ancora senza luce e telefono. Le scuole oggi resteranno chiuse in tutti i Comuni coinvolti. Questa infografica del Corriere della Sera riepiloga la dinamica:

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Terremoto a Macerata: la dinamica della falda sul Corriere della Sera (27 ottobre 2016)

Giovanni Caprara sul Corriere della Sera spiega che si è aperta una nuova faglia e il terremoto è originato dall’abbassamento dell’Appennino, un altro fronte più a nord rispetto alle ultime scosse:

«Allora — spiega Massimiliano Cocco dell’INGV — la zona aveva subito un abbassamento verso il Tirreno di venti centimetri mentre l’Appennino si distendeva sui due versanti». Proprio a causa dello sprofondamento, misurato dai satelliti CosmoSkymed dell’agenzia spaziale italiana Asi, dalla faglia principale si creava un sistema di faglie che si diramavano nel sottosuolo influenzandosi a vicenda e mantenendo il persistere delle repliche di diversa intensità. In questo modo si duplicava la situazione del sisma dell’Aquila quando nei sette mesi seguenti i pennini dei sismometri sobbalzavano per 64 mila volte sia pure in modo diverso. Naturalmente lo scenario di base che continua a muovere la terra rimane lo stesso (la placca africana che spinge verso quella euroasiatica) ma, pur nelle ipotesi manifestate allora che ripercorrevano vicende di altri terremoti storici, si guardava con circospezione al primo evento di ieri sera.
«Per due motivi — precisa Massimiliano Cocco —. Il primo è che ha raggiunto un’intensità rilevante impossibile da sottovalutare. Il secondo è che si è sviluppato al limite del margine settentrionale del sistema di faglie creatosi nella zona già colpita in passato. Si sperava e si temeva che non succedesse qualcosa d’altro, un’estensione verso NordOvest, verso l’Appennino. E a distanza di poco più di due mesi il timore e la preoccupazione sono diventati realtà con la seconda scossa più forte». Non si è trattato dunque della stessa prima faglia agostana ma qualcosa di nuovo si è manifestato capace di testimoniare quanta energia sia ancora nascosta nel sottosuolo e che ha bisogno, sfortunatamente, di trovare via d’uscita scatenando nuove fratture. «Purtroppo il volume della crosta terrestre che si era fratturato in quei giorni era ampio e non si poteva escludere che si aprissero altre nuove faglie come quella di ieri. Anzi ora si è aperta una nuova zona di fratture più a nord che potrebbe innescare ulteriori movimenti».

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Terremoto Macerata: la mappa della pericolosità sismica in Italia (Corriere della Sera, 27 ottobre 2016)

Col passar delle ore va peggiorando la conta dei danni, non solo agli edifici ma anche al morale di popolazioni che stavano appena cominciando a risollevarsi. E che a soli due mesi dal terremoto di agosto si trovano a doverne affrontare un altro, con la sua scia di assestamento. Le prime immagini giunte dai luoghi del sisma, che ha avuto stavolta per epicentro la Valnerina, tra Perugia e Macerata, raccontano di chiese crollate come fondali di cartone, a Visso, Norcia, Ussita, Camerino, pezzi di patrimonio storico architettonico ridotti in briciole. A Ussita sono crollate le mura di cinta. A Camerino il campanile della chiesa si è abbattuto sulla palazzina di fronte, fortunatamente vuota. L’ intero centro storico di Visso è stato dichiarato inagibile. Spiega Elena Dusi su Repubblica:

Il rischio che un evento così imponente avesse attivato altre faglie vicine non era mai stato considerato remoto. L’Aquila nel 2009 (magnitudo 6.3), Colfiorito nel 1997 (6.0), Norcia nel 1979 (5.8), Gualdo Tadino nel 1998 (5.1) sono solo i principali anelli della catena dei terremoti recenti in queste regioni. All’origine del “domino” che a cadenze abbastanza regolari provoca distruzione sulle montagne dell’Italia centrale c’è la rotazione in senso antiorario degli Appennini. Abruzzo, Umbria e Marche si spostano alla velocità di 1-3 millimetri all’anno verso nord-est. Lo stivale che si gira “stira” l’Appennino e comprime la Pianura Padana, che infatti è stata colpita nel 2012.
«Milioni di anni fa — spiega Stefano Salvi dell’INGV — le nostre catene montuose si sono formate per effetto della pressione della placca africana contro quella europea. Oggi assistiamo a un rilassamento di questi sforzi. In alcuni punti le placche addirittura hanno iniziato ad allontanarsi. Le fratture ereditate dalla fase di compressione ora si trovano nella condizione opposta. Questo provoca una situazione molto ma molto frastagliata». Aggiornando in continuazione la mappa delle faglie sismogenetiche e monitorando gli spostamenti della crosta terrestre con i gps, oggi i geologi sono in grado di sapere dove, e con quanta forza, un terremoto colpirà. Il dato che ancora manca alla loro equazione — e presumibilmente continuerà a farlo ancora per anni — è il momento esatto in cui la terra si spezzerà.

Terremoto in centro Italia: le foto