Economia

Tasse e spesa pubblica, tra mito e realtà

“In Italia si pagano troppe tasse per mantenere un apparato pubblico ipertrofico e parassitario. L’unica cosa razionale da fare per uscire dalla crisi è quindi abbattere significativamente la pressione fiscale e tagliare la spesa pubblica”. Migliaia di titoli di giornali, articoli di opinionisti, dichiarazioni di politici, economisti, imprenditori, sindacati, opinione pubblica, non fanno che ribadire, ossessivamente e all’unisono, questa tesi.
In effetti, i dati Istat sembrerebbero corroborarla: l’incidenza della pressione fiscale (il totale delle entrate pubbliche) raggiunge il 48,1% del Prodotto Interno Lordo e la spesa pubblica complessiva è addirittura pari al 53% del PIL. Come può un paese crescere con questo insopportabile fardello addosso? In questo come in altri casi, emerge il solito vizio dell’informazione italiana: buttare cifre senza mai spiegarle, non scalfire mai la superficie delle cose per farci vedere più chiaro. Il cittadino non esperto fa fatica a destreggiarsi tra tutte i numeri e quasi sempre si inchina alle verità rivelate dai (presunti) esperti. Il tema del fisco è uno di quelli che si presta alle peggiori mistificazioni di stampo giornalistico e politico. Nelle righe che seguono proveremo a smontare un po’ di luoghi comuni.
 
LA PRESSIONE FISCALE È DAVVERO TROPPO ELEVATA?
Con il termine “pressione fiscale” intendiamo il totale delle entrate pubbliche, che secondo l’Istat ammontano a 684 miliardi di euro (44% del PIL). Queste non sono solo costituite da imposte dirette (sul reddito personale e d’impresa, sugli immobili), indirette (IVA, accise sui carburanti, etc) e in conto capitale, ma anche dai contributi sociali, che non sono tasse ma accantonamenti obbligatori che poi verranno resi sotto forma di pensioni. Se togliamo i contributi sociali (212 miliardi), il valore delle tasse effettive scende a 472 miliardi, che è meno di un terzo del PIL. Grazie a questa riclassificazione, si scopre che la pressione fiscale italiana, in rapporto al PIL, è minore di quella stimata in Belgio, Paesi scandinavi e persino in Gran Bretagna, anche se leggermente più alta della media europea. Un lavoratore dipendente, tra imposta sul reddito (IRPEF), addizionali locali vari e contributi sociali e previdenziali versa circa la metà di quello che guadagna allo Stato, mentre al suo datore di lavoro costa il doppio. Se aggiungiamo anche le imposte che paga quando acquista un bene o un servizio (IVA), possiamo dire che versa circa il 60% del suo reddito allo Stato. Da questi calcoli si arriva a concludere che lavoriamo per 6 mesi all’anno per lo Stato. Ma per quanti italiani è vero questo ragionamento? Non per i diciassette milioni di pensionati (più di 1/4 della popolazione complessiva, la metà di chi percepisce un reddito, in Italia) che, non pagando i contributi sociali, hanno un’imposizione inferiore alla media. Non per i lavoratori dell’agricoltura e quelli autonomi, che hanno imponibili bassi, non solo per evasione fiscale ma anche perché in questa categoria sono compresi soggetti eterogenei, molti dei quali precari e veramente in difficoltà (finte partite IVA). Si può concludere che in Italia, su una pressione fiscale sostanzialmente in linea con i maggiori paesi europei, alcuni pagano troppe tasse e molti altri meno.
 
EVASIONE E PRESSIONE FISCALE
Il fenomeno dell’evasione fiscale è più marcato nel nostro Paese che altrove. Per contrastarlo servono molto poco gli assalti alle località più in voga, l’irruzione nei locali, né gli studi di settore o i redditometri. Sarebbe molto più utile, secondo Innocenzo Cipolletta (2014), riformare la “burocrazia preposta alla riscossione delle tasse” – il rapporto percentuale tra spesa per l’amministrazione fiscale e incassi tributari netti è molto più elevato della media dei Paesi Ocse – e soprattutto modificare le fonti di prelievo fiscale. Giorgio Fuà lo scriveva già nel 1985: rispetto a quanto si osserva negli altri paesi europei, il gettito fiscale deriva per la maggior parte da imposte dirette su redditi da lavoro e società, mentre scarso è il contributo dato dalle tasse sul patrimonio, sui consumi e sulle rendite finanziarie. Ma mentre le imposte sul reddito sono facilmente aggirabili, e quindi finiscono per essere sostenute solo da chi ha la ritenuta alla fonte (lavoratori dipendenti e pensionati), è quasi impossibile nascondere una casa, un quadro prezioso, un consumo. È raccomandabile quindi spostare la tassazione dalle persone e le imprese alle cose: ridurre Irpef e imposta sui profitti societari e aumentare quelle sugli immobili e i consumi non primari. Ciò andrebbe a beneficio non solo dell’equità ma anche della crescita, perché sosterrebbe le esportazioni (rendendo più costosi i beni importati soggetti a IVA) e quindi la competitività delle imprese. Ma la destra berlusconiana ha fatto tutto il possibile per tagliare l’unica imposta patrimoniale (e federalista) che avevamo, l’IMU, che serviva a finanziare i Comuni e che è presente in tutti i paesi civili, mentre durante gli anni al governo non ha mai provveduto alla riduzione delle tasse su pensioni, lavoro e imprese. I risultati di questa scriteriata scelta è che abbiamo i salari più bassi d’Europa ma una delle ricchezze private più alte del mondo (5 volte il debito pubblico, 8 volte il reddito disponibile), tra l’altro malamente distribuita. Abbiamo favorito chi accumulava e penalizzato chi produceva, l’antitesi della dottrina liberale.
 
LA BATTAGLIA CONTRO LA SPESA PUBBLICA
La spesa pubblica italiana è pari a circa il 50% del PIL (793 miliardi), un ammontare superiore della media europea. Da qui la richiesta, urgente, di tagliarla per poter abbassare le imposte. Essa è oramai entrata nell’immaginario collettivo come il principale fonte di spreco, di privilegio per la “casta” dei politici corrotti e per i dipendenti pubblici “fannulloni”. In realtà, le cose stanno molto diversamente. Come riportato dall’Eurostat, la spesa pubblica italiana supera quella di altri paesi europei solo in una voce: gli interessi passivi sul debito, retaggio degli anni Ottanta. Scomputando la spesa per gli interessi, la cosiddetta spesa primaria scende al 45% del PIL, -1,6% rispetto alla media europea. La spesa primaria è per tre quarti composta da prestazioni sanitarie, istruzione e prestazioni sociali, quei servizi e trasferimenti che in tutti i paesi europei contribuiscono ad attenuare le disparità economiche. Se si vuole tagliare in modo significativo la spesa pubblica per abbassare la pressione fiscale complessiva, si deve dire chiaramente che molti servizi
universali (scuola, sanità, trasporti) verranno a costare di più, con impatto negativo per le classi più svantaggiate. Con questo non si vuole certo affermare che non si debbano fare tutti gli sforzi possibili per migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi, limando gli sprechi e le ruberie. Ma è fuori dalla realtà chi sostiene che licenziando orde di dipendenti pubblici staremmo meglio. A parte che non manteniamo un ammontare così enorme di “fannulloni”: abbiamo (udite udite) 57 impiegati pubblici per 1000 abitanti, contro i 63 della media europea. Per salari e stipendi pubblici se ne va il 10,6% della spesa complessiva, in linea con il resto d’Europa (10,5%). Quanto alla battaglia contro i costi della politica (riduzione del numero dei parlamentari e degli stipendi), i maxi stipendi dei dirigenti pubblici, le pensioni d’oro, è sacrosanta e va condotta fino in fondo. Senza attendersi però miracoli: sull’ammontare totale delle spesa pubblica, queste voci incidono assai poco.
 
CONCLUSIONI: LA QUESTIONE DELL’EQUITÀ
Le conclusioni a cui siamo giunti sono duplici: 1) l’ammontare della pressione fiscale è corretta, ma è maldistribuita; 2) la spesa pubblica primaria, costituita soprattutto dal Welfare, è inferiore alla media europea. Questo è un punto decisivo: la spesa pubblica ha una funzione di perequazione dei redditi ben maggiore del sistema fiscale (Baldini e Toso, 2009). Di conseguenza, coloro che vogliono abbassare le tasse tagliando le spese desiderano una società più diseguale. Qui entrano in gioco le proprie convinzioni politiche e valoriali, oltre che gli interessi. Per quanto ci riguarda, riteniamo sia di gran lunga più desiderabile vivere in un paese con un carico fiscale elevato, che però fornisce buoni servizi, rispetto che in uno dove si pagano poche tasse, ma la disuguaglianza è più alta. E’ tempo che l’Italia scelga da che parte andare.
(www.ilconformistaonline.wordpress.com)
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Banca d’Italia (2012), La ricchezza delle famiglie italiane, Ricchezza e disuguaglianza in Italia
Baldini M., Toso S (2009), Diseguaglianze, povertà e politiche pubbliche , il Mulino, 2009
Cipolletta I. (2014) “In Italia paghiamo troppe tasse” Falso!, Laterza
Giarda P. (2011) Dinamica, struttura e criteri di governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare
Fuà G., Rosini E. (1985), Troppe tasse sui redditi, Laterza ( saggio ripubblicato in “Un’agenda non conformista per la crescita economica, Il Mulino, 2013)
Pesole D. Tasse record sulle imprese italiane, Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2014
MEF (2013), La spesa pubblica in Europa: 2000-2011
Buckler J., Marro E.(2011) Le (troppe) tasse degli italiani, Corriere della sera