Economia

Svalutazione dello yuan: come salvare i risparmi

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La svalutazione dello yuan provocata dalla Banca Popolare della Cina ha portato in turbolenza i mercati europei che non si erano ancora riavuti dal saliscendi della Grecia. Gli investitori corrono verso il porto sicuro dell’oro, dei treasury americani, del bund (tassi a minimi record), e scommettono su un ritardo del rialzo dei tassi Usa. Sale l’euro, sopra a 1,11, mentre continua la scivolata del petrolio, stamani sotto i 43 dollari, sui timori per la domanda globale. Dopo il taglio del 2% della banda di oscillazione rispetto al dollaro deciso l’altroieri, il più forte visto in un decennio di cambi aggiustati giornalmente, la Banca centrale cinese ieri e oggi ha abbassato quel riferimento di un altro 1,6%. Una mossa che era prevista da molti, secondo cui lo yuan ha ampio potenziale di ribasso, studiata per sostenere l’economia in difficoltà. Ma la tempistica serrata non ha fatto che alimentare la fuga dalle borse e la guerra delle monete.

SVALUTAZIONE YUAN CINA
La svalutazione dello yuan (Il Sole 24 Ore, 13 agosto 2015)

SVALUTAZIONE DELLO YUAN: COSA SUCCEDE
Ma cosa succede alle aziende che avevano rapporti commerciali con la Cina? L’agenzia di stampa AGI scrive che le prime ad avere paura sono le aziende tedesche per due ragioni: parte del saldo commerciale è realizzato con le esportazioni verso Pechino e nel comparto tecnologico “il prezzo gioca sempre un ruolo e qui i concorrenti cinesi con la svalutazione ottengono un nuovo vantaggio”, ha sottolineato l’amministratore della Camera dell’industria e del commercio tedesca, Martin Wansleben. Solo per fare alcuni esempi la Cina conta il 9% dei ricavi della sola Volkswagen che vanta però a Pechino il 22% dell’utile operativo e il 45% dell’utile pre-tasse. La Cina pesa per il 2% sul fatturato Luxottica, ma arriva fino al 15% sulle vendite totali di Tod’s. E c’è chi ha un’esposizione ancora maggiore: Swatch fattura nella cosiddetta “Grande Cina” il 37% circa, Lvmh circa il 29% nell’area asiatica mentre per Ferragamo l’Asia-Pacifico (senza il Giappone) conta per il 36,6% delle vendite complessive. Complessivamente l’interscambio italo-cinese nel 2014 ha raggiunto i 48 miliardi di dollari, molto lontano dai 140 miliardi delle relazioni commerciali tra Pechino e Berlino, ma le aspettative erano di raddoppiare il volume d’affari entro cinque anni. Con il rallentamento dell’economia asiatica rischiano di svanire alcune prospettive che interessano centinaia di imprese italiane. L’Italia è il quindicesimo partner commerciale della Cina a livello mondiale e il quarto a livello europeo. Dai dati della Sace emergono che sono oltre 2.000 le imprese italiane operanti in Cina con 600 impianti produttivi, 60.000 posti di lavoro generati per 5 miliardi di dollari di fatturato. Il 90% degli investimenti italiani in Cina è realizzato da imprese provenienti da Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. E per il risparmiatore medio cosa cambia? Spiega il Sole 24 Ore:

Il potenziale rallentamento della Cina non va certo sottovalutato in un’ottica di medio periodo, ma i suoi effetti non sono così immediati (oltre che certi) come sembrerebbe se si considera la violenza con cui gli investitori stanno punendo certe società in queste calde giornate. Anzi, sono diversi gli analisti che considerano gli ultimi eventi (ai quali si collega il crollo delle materie prime) come deflattivi, cioè in grado di ridurre le spese delle famiglie europee e di prolungare la stagione delle politiche espansive da parte delle Banche centrali.
In altre parole, e sempre a patto che la frenata di Shanghai avvenga in modo ordinato e controllato, c’è la sensazione non solo che la reazione di questi giorni sia stata eccessiva, ma che almeno nel breve termine il gioco potrebbe rivelarsi a somma positiva per l’Europa. Lo è per le sue società quotate, se si escludono ovviamente quelle più coinvolte nella crescita asiatica e quelle attive nel settore petrolifero, lo è per le obbligazioni e anche, rovesciando la prospettiva, per coloro che hanno un mutuo e che potrebbero approfittare più a lungo del «quantitative easing» targato Bce. Nervi saldi quindi, ora più che mai.

AZIONI, OBBLIGAZIONI E VALUTE
Andando nel dettaglio, per il risparmiatore nell’immediato è meglio non investire nel settore delle auto e in quello del lusso, visto che la manovra della Banca della Cina in primo luogo sottrarrà risorse alla capacità di import di Pechino mettendo in difficoltà i consumatori cinesi che volevano acquistare merci estere. Ma le aziende europee che hanno limitati interessi in Cina dovrebbero non soffrire troppo per la svalutazione dello yuan e invece beneficiare della caduta del prezzo del petrolio. L’Europa dovrebbe registrare un incremento degli utili tra il 7 e il 10% grazie all’euro debole. Un effetto positivo sulla crescita dell’eurozona e delle aziende quotate, quindi, tranne per quelle esposte alla domanda cinese. E poi, dice oggi il Giornale:

All’opposto è opportuno ridurre il peso in portafoglio di Wall Street sotto al 60%, privilegiando i settori «dinamici» come la tecnologia, il farmaceutico, il biotech e i beni di consumo. Anche i fondi azionari americani small cap sono interessanti, perché numerose medie imprese degli States sono molto esposte ai consumi interni (in ascesa) e poco all’export. Infine, è consigliabile evitare i fondi azionari dei Paesi emergenti, perché più esposti ai contraccolpi del rialzo dei tassi Usa e alle improvvise svalutazioni dei Paesi in via di sviluppo.

Discorso diverso per le obbligazioni, in poco o in nulla toccate dalla svalutazione dello yuan: lo spread bund-btp si è allargato di appena 10 punti base nel momento di maggior turbolenza, e probabilmente è finita qui. Spiega il Sole 24 Ore:

È evidente che la svalutazione dello yuan non è un tema che riguarda da vicino i bond europei, almeno non nell’immediato perché a più lungo termine il rallentamento dell’economia del Dragone e l’effetto deflazionistico delle mosse della locale Banca centrale potrebbero contribuire a raffreddare i prezzi nell’Eurozona e quindi anche ad allungare il piano di riacquisti di Mario Draghi che funziona da calmieratore per i tassi di BTp e soci. Nel fondo del barile dei titoli di Stato italiani non c’è ormai più molto da scavare, ma non sembra d’altra parte ancora essere giunto il momento di vendere precipitosamente, almeno non a causa della Cina.

Per quanto riguarda le valute, invece, meglio stare lontani da quelle dei paesi emergenti che sono esposte al possibile rialzo dei tassi USA. Meglio anche evitare le valute dei produttori di materie prime come il petrolio, più esposte ai ribassi. Il Franco svizzero pare ancora la valuta di difesa per eccellenza.