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Sting spiega perché sta con i lavoratori di Bekaert

sting bekaert

Il 18 agosto scorso Sting ha voluto portare la sua solidarietà ai 318 operai che hanno ricevuto le lettere di licenziamento dalla multinazionale belga Bekaert, che ha deciso di chiudere lo stabilimento di Figline Valdarno (Firenze). Oggi il cantautore ed ex leader dei Police ha scritto una lettera al Corriere della Sera per spiegare il motivo del suo impegno. Sting parte a raccontare dalla decisione di Bekaert di chiudere lo stabilimento:

Il numero totale di lavoratori da licenziare è 318 e l’età media è superiore a 5o anni. Oltre a questi, 70 dipendenti nelle attività dell’indotto diventeranno disoccupati. A oggi, sono in corso trattative per gestire questa difficile transizione. Al momento, la fabbrica è chiusa, i lavoratori e il sindacato presidiano quotidianamente i cancelli chiusi. Alla richiesta del sindacato, ho scelto di unirmi brevemente al picchetto di sabato 18 agosto. Mia moglie Trudie e io abbiamo una casa sulle colline sopra la città e ci sentiamo entrambi molto vicini alla gente di Figline, che nel corso degli anni è stata molto gentile con noi.

Stare sulla linea del picchetto ha una risonanza emotiva per me. Sono nato e cresciuto a Wallsend, una città nel nord-est dell’Inghilterra. C’erano solo due fonti di impiego nella città, una miniera di carbone (ora chiusa) e un cantiere navale alla fine della mia strada, famoso per aver costruito alcune delle navi più grandi e più belle del mondo, tra cui la RMS Mauretania e la RMS Carpathia. Ma quando l’industria navale britannica declinò negli anni 80 il cantiere navale a Wallsend chiuse, lasciando l’intera comunità senza lavoro. Questa è stata l’ispirazione per il mio spettacolo The Last Ship, che ha fatto il tour della Gran Bretagna all’inizio di quest’anno.

Questa storia oggi a Figline e la storia della mia città natale sono ovviamente collegate, ma anche indicative di una questione mondiale, che deve essere affrontata con urgenza dai nostri economisti e dai nostri responsabili politici. Ovviamente le fabbriche si chiuderanno, poiché certi prodotti fabbricati diventano obsoleti, tuttavia ciò che viene raramente riconosciuto è l’importanza e il valore economico delle comunità che sono supportate quasi interamente da quelle fabbriche. Le multinazionali sanno come trarre  vantaggio dalle comunità cresciute intorno a un luogo di lavoro, non si dovrebbero assumere la responsabilità della sostenibilità di tali comunità? Potrebbe essere legale chiudere un’intera fabbrica per ragioni economiche… ma è giusto? Cosa faremo noi umani se il lavoro, come lo definiamo attualmente, non esistesse più?

Identità, dignità umana e comunità sono parte integrante dell’equazione macroeconomica. A mio avviso, l’economia, per ragioni di opportunità scollegata dai bisogni umani di base, diventerà insostenibile a lungo termine. Ringrazio le persone di Figline, i lavoratori della Fabbrica Bekaert e il sindaco della città, Giulia Mugnai, per aver condiviso con me la loro storia. Mi impegno a raccontare questa storia ovunque io pensi che possa essere utile.

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