Opinioni

Roberta Chiroli: la studentessa No TAV condannata per una tesi

Roberta Chiroli è stata condannata a due mesi a Torino per concorso in invasione di proprietà privata e violenza privata in relazione a uno degli assalti al cantiere Tav di Chiomonte (Torino). L’aveva raccontato nella tesi con cui si è laureata nel 2014 in Antropologia a Venezia. Ora a Londra lavora per pagarsi un master in Ethographic documentary making e tra i suoi progetti c’è quello di girare un documentario sul movimento.

Come ha reagito alla notizia della condanna?
Ero incredula. Con l’avvocato Valentina Colletta avevamo scelto il rito abbreviato sicuri dell’assoluzione, ma questo verdetto ci ha lasciato senza parole. Secondo me è chiaro anche al tribunale di Torino che non sono materialmente colpevole di nessun atto, come dimostrano gli stessi video e foto fatti dalla Digos quel giorno. Ero sempre vicino all’altra imputata, che è stata assolta da ogni accusa proprio grazie a quei filmati. Io, invece, devo essere stata condannata per l’uso del “noi” nella tesi.
Perché ha scritto con quello stile?
Il “noi partecipativo”non è inusuale in antropologia, la ricerca sul campo prevede la presenza in loco e l’o s s e r v azione partecipante ai gruppi che si studiano. Questo non vuol dire automaticamente compiere le stesse azioni. In quell’occasione, come l’altra imputata, non ho mai varcato la soglia della ditta violando la proprietà privata, non ho danneggiato né imbrattato nessun mezzo, non ho bloccato la strada né fatto violenza s ul l’autista del veicolo che voleva entrare, come nessuno dei manifestanti ha fatto, peraltro. Non ho dato importanza al dettaglio perché non pensavo che sarei stata condannata per una sottigliezza descrittiva.

roberta chiroli
Roberta Chiroli (Il Fatto, 26 giugno 2016)

Quello era l’unico elemento in mano ai magistrati per condannarla?
Ribadisco che a condannarmi non sono delle prove materiali, ma quello che ho scritto nella tesi. Stiamo aspettando le motivazioni della sentenza perciò non so cosa abbia guidato la scelta del giudice, ma personalmente condivido l’opinione del movimento No Tav sull’accanimento giudiziario verso gli attivisti e verso chi voglia raccontare cosa succede in Val di Susa.
Alcuni professori e ricercatori hanno fatto appelli a sua difesa. Si aspettava che il suo caso diventasse così rilevante?
Sono molto grata del loro sostegno e della loro solidarietà. Io non mi aspettavo che questa storia potesse ottenere questa risonanza, ma la presa di posizione della comunità accademica dimostra il timore di tanti studenti, ricercatori e docenti per la libertà di espressione e di ricerca. Gli studi sociali non possono rinunciare alle loro metodologie e soprattutto non possono rinunciare allo studio dei conflitti per paura di processi su ciò che si scrive.
Ha seguito il movimento solo quel 14 giugno 2013?
No, sono stata con i militanti per 24 ore al giorno per i tre mesi della ricerca seguendo ogni iniziativa, ogni riunione ed evento. Volevo capire cosa significasse “essere No Tav” per gli attivisti e comprendere qual è il senso della loro lotta quotidiana. La mia soggettività non poteva essere espunta dal testo, anzi, spesso lo richiede l’antropologia.